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lunedì 28 gennaio 2013

Un intenso anno elettorale per l’America latina

di Annalisa Melandri 
Il 2013 appena iniziato si profila un anno denso di appuntamenti elettorali per l’America latina. Si chiude invece il 2012, almeno per i venezuelani, con molta apprensione per le condizioni di salute del presidente Hugo Chávez Frias, che l’11 dicembre scorso è stato sottoposto a Cuba ad un nuovo intervento chirurgico (il quarto in un anno e mezzo) per rimuovere una lesione cancerosa al colon.
Il decorso post’operatorio di quest’ultimo intervento appare notevolmente più complicato dei precedenti per una serie di gravi complicazioni, tanto da far circolare in queste ore alcune agenzie rispetto ad un suo probabile ‘coma indotto’. Non è stato tuttavia sufficiente l’intervista rilasciata il 1 gennaio scorso da l’Avana del vicepresidente Nicolás Maduro appena dopo il suo incontro con Chávez, nella quale afferma di averlo visto con una “forza gigantesca” a tranquillizzare i venezuelani simpatizzanti del presidente.
Sicuramente della gravità della sua situazione è al corrente lo stesso Chávez, tanto da fargli dichiarare in una conferenza stampa tenuta qualche settimana prima dell’intervento, che se fosse stato necessario, nel caso si “fosse presentata qualche circostanza” che lo avesse inabilitato a continuare a governare, i venezuelani avrebbero dovuto scegliere come nuovo presidente (quindi in uno scenario di nuove elezioni) proprio Nicolàs Maduro.
Il 10 gennaio prossimo, anche se appare poco probabile, Chávez dovrebbe essere a Caracas per assumere formalmente il nuovo mandato dopo le recentissime elezioni del 7 ottobre scorso. Se ci fosse la necessità di indire nuove elezioni, il vicepresidente Maduro dovrebbe assumere la presidenza pro tempore. A questo punto si riaprirebbero i giochi elettorali in Venezuela che potrebbero riservare al chavismo, se non affronterà la situazione con la coesione e la maturità necessaria, molte sorprese. L’opposizione ricandiderebbe infatti sicuramente Henrique Capriles Radonski, probabilmente il migliore e il più onesto di tutti quelli che hanno tentato di incrinare il consolidato potere di Hugo Chávez.
In un clima sicuramente più sereno sarà l’Ecuador invece il primo dei paesi dell’America latina a presentarsi all’appuntamento elettorale, previsto per il prossimo 17 febbraio. Proprio oggi inizierà la campagna elettorale ed il presidente Rafael Correa ha già ottenuto autorizzazione dall’Assemblea Nazionale per poter cedere momentaneamente i poteri al vicepresidente Lenín Moreno e dedicarsi ad essa con il suo partito Alianza País.
L’ultimo sondaggio della società Perfiles de Opinión, concluso il 21 dicembre scorso, lo vede vincitore al primo turno con il 60,6 % delle intenzioni di voto, seguito dall’ex banchiere ed imprenditore Guillermo Lasso (11,2%) candidato del movimento di destra Creando Oportunidades (CREO). Correa deve inoltre affrontare gli sfidanti di sempre e cioè Lucio Gutierrez(4,5%), ex militare ed ex presidente (2003–2005) destituito da una ribellione popolare che si presenta con il centrista Partido Sociedad Patriotíca, e l’imprenditore bananiero Alvaro Noboa (1,8%), l’uomo più ricco del paese che per la quinta volta si candida alla presidenza, adesso con il neoliberista Partido Renovador Institucional Acción Nacional (PRINA).
Sono quattro gli altri candidati minori tra i quali Alberto Acosta (3,5%), rappresentante della sinistra alternativa a quella ufficialista, della quale almeno fino a poco tempo fa è stato parte integrante, essendo uno dei principali ideologi della Revolución Ciudadana, il progetto politico per il paese portato avanti da Rafael Correa.
Correa, al suo secondo mandato e governa fin dal 2006 si troverebbe così alla sua terza rielezione, ma ha dalla sua la realizzazione di molti degli obiettivi di governo soprattutto in tema di salute, sovranità popolare e riduzione della povertà. Non è stato esente da critiche soprattutto per i rapporti con i potenti mezzi di comunicazione privati del paese, ma anche da parte di alcuni settori intransigenti di sinistra e di associazioni indigene.
Il Paraguay esce invece da un anno politico abbastanza turbolento, in gran parte dovuto alle conseguenze internazionali a seguito del colpo di Stato parlamentare con il quale il Congresso, il 22 giugno scorso ha deposto nel giro di 24 ore, il presidente Fernando Lugo prendendo come scusa per il suo impeachment gravi incidenti avvenuti un mese prima tra tra polizia e contadini. Assunse il mandato in quell’occasione l’allora vicepresidente Federico Franco.
Da quel momento il Paraguay venne espulso dagli organismi economici e politici regionali quali l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR), sospensione confermata almeno fino alla presa in carico del prossimo presidente. Le elezioni si terranno il 21 aprile prossimo e verranno eletti il presidente e il vicepresidente, membri del Congresso e governatori. Probabilmente tra tutte le elezioni del 2013 in America latina, queste in Paraguay saranno le più osservate visti gli avvenimenti di quest’anno e il malessere serpeggiante tra la popolazione.
In Paraguay fino alle ultime elezioni del 2008, vinte da Fernando Lugo alla testa di un’ampia ed eterogenea coalizione di vari partiti tra i quali il Partido Liberal Radical Auténtico (PLRA), la seconda forza politica del paese, aveva dominato egemonicamente per oltre 61 anni (anche durante i 35 anni della dittatura di Alfredo Stroessner) la Asociación Nacional Republicana – Partido Colorado, di destra.
In queste prossime elezioni tutto lascia immaginare che il conservatore Partido Colorado tornerà al potere, il suo candidato infatti, l’imprenditore Horacio Cartes ha il 22,3% delle intenzioni di voto, seguito dal candidato del Partido Liberal Efraín Alegre con il 18,5%. Le forze di sinistra che si presentano divise, soltanto unendosi, potrebbero riuscire a diventare la terza forza politica del paese. L’ex presidente Lugo invece si è candidato come senatore con il Frente Guasú (una delle due coalizioni progressiste). Ancora poco chiari i programmi dei candidati presidenziali, per ora predomina la volontà soprattutto da parte di Horacio Cartes, sul quale pesano tra l’altro pesanti accuse di vincoli con il narcotraffico, da lui sempre smentite, di “riportare al potere il partido Colorado” ma la prossima sfida sarà, indipendentemente dal vincitore, quella di riuscire a riacquistare fiducia e credibilità con i partner regionali dopo la crisi politica del giugno scorso.
Il 10 novembre l’Honduras torna al voto dopo le discusse elezioni del novembre 2009 seguite al colpo di Stato di qualche mese prima, organizzato dal Congresso e dalla Corte Suprema di Giustizia e messo in atto dall’esercito, con il quale il presidente Manuel Zelaya fu espulso dal paese.
L’attuale presidente Porfirio Lobo, del Partido Nacional, di destra, si è trovato in questi anni a governare in mezzo ad una profonda crisi politica e sociale, seguita al colpo di Stato, del quale il paese sta ancora subendo le conseguenze. L’impunità ha caratterizzato l’atteggiamento del governo rispetto alle violazioni dei diritti umani commesse sia nei giorni del golpe che successivamente. Inoltre l’aumento vertiginoso del narcotraffico ha reso l’Honduras uno dei paesi più violenti in Amarica latina e Tegucigalpa, la sua capitale, una delle città più violente al mondo, con indici di omicidi per abitante anche superiori alla già tristemente nota Ciudad Juárez in Messico.
Il Partido Nacional si presenta con il candidato Juan Hernández, l’attuale presidente del Congresso, il Partido Liberal, l’altro attore dell’ormai secolare bipartitismo honduregno corre con l’avvocato Mauricio Villeda e la sinistra dopo il golpe è riuscita a riorganizzarsi intorno a Xiomara Castro, moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, nel Partido Libre.
E’ ancora troppo presto per parlare di intenzioni di voto e di programmi elettorali, le forze politiche hanno a che fare con un clima interno attuale tutt’altro che sereno, con dispute anche con altri settori del potere, come la magistratura, pesano forti dubbi di infiltrazioni del narcotraffico sulla futura campagna elettorale e la sinistra ha il duro compito di incrinare il modello bipartitista sempre dominante nel paese.
Le elezioni presidenziali in Cile avranno luogo il 17 novembre. Due sono le novità per questo paese: per la prima volta il voto non sarà obbligatorio e i candidati verranno decisi da elezioni primarie da tenersi entro giugno. Sebastián Piñera, dopo quattro anni di governo (2009–2013) della Coaliciòn por el Cambio, una coalizione di partiti di destra con la quale nel 2009, per la prima volta dopo due decenni risultarono sconfitte le forze di centro sinistra riunite nella Concertacion de Partidos por la Democracia (con il candidato Eduardo Frei Ruiz — Tagle), lascia un paese che ha raggiunto importanti tassi di crescita economica anche molto superiori rispetto al resto dei paesi della regione. Il suo governo tuttavia sta registrando indici di gradimento molto bassi (a settembre era del 32%), soprattutto durante le proteste studentesche, represse duramente, che si sono susseguite tra il 2011 e il 2012.
I precandidati per la Coalición por el Cambio sono l’ingegnere Laurence Golborne, ex ministro delle Miniere ed attualmente Ministro dei Lavori Pubblici e Andrés Allamand, ex ministro della Difesa e fondatore del partito conservatore Renovación Nacional come candidato del quale si presenta alle elezioni nella Coalición por el Cambio.
A sinistra si ipotizza un possibile ritorno al governo di Michelle Bachelet, la quale sebbene non abbia confermato pubblicamente la sua candidatura appare come favorita già al primo turno nelle intenzioni di voto, con il 54%. Tutto lascia presagire quindi che con la Bachelet, che attualmente ricopre la carica di Direttore Esecutivo di UN Women (l’agenzia dell’ONU per le questioni di genere), la coalizione di sinistra della Concertación possa tornare al potere, il che confermerebbe anche la tendenza nella regione al ritorno dei vecchi gruppi di potere al governo.
Sarà comunque un anno di continuità nel quale l’ormai avviato processo di integrazione regionale impostato da Néstor Kirchner in Argentina e da Hugo Chávez in Venezuela si dimostra irreversibile anche per le relazioni economiche e politiche tra quei paesi diversi per ideologia dominante, come per esempio Colombia e Venezuela, notevolmente migliorate.
Vale la pena inoltre segnalare l’importante presenza femminile in questo panorama politico; se ipoteticamente dovessero raggiungere la presidenza Michelle Bachelet in Cile e Xiomara Castro in Honduras, insieme a Dilma Rousself attuale presidente del Brasile, Cristina Fernández presidente dell’Argentina e Laura Chinchilla Miranda presidente del Costa Rica darebbero all’ America latina una notevole impronta ‘rosa’ e oltremodo progressista.
Annalisa Melandri

mercoledì 4 aprile 2012

Ecuador, tra buen vivir e progresso

L’Ecuador sta vivendo una fase cruciale della sua nuova vita di paese cosciente dei propri mezzi sociali, culturali ed economici e consapevole di poter arrivare a garantire a tutti i cittadini democrazia e dignità di vita.

Da una parte c’è il Governo di Rafael Correa, che punta a gestire le risorse naturali del sottosuolo in nome dello sviluppo economico per tutti gli ecuadoriani, dall’altro i movimenti indigeni, che rigettano i ragionamenti economici e pensano solo basandosi sulla difesa appassionata dell’armonia fra uomo e natura. Al di là dei numeri e dei confronti tra la marcia indigena “per l’acqua, la vita e la dignità” e la contromanifestazione governativa “in difesa della democrazia”, la prova di forza a cui si è assistito nelle ultime settimane in Ecuador ripropone un tema chiave nell’attuale panorama latinoamericano.

Da un lato i governi socialisti che puntano a recuperare la sovranità sulle risorse naturali per sfruttarle e investire gli ingenti ricavi in opere infrastrutturali e servizi di base. Dall’altro, i movimenti indigeni e contadini che non ci stanno a ragionare in termini meramente economici, appellandosi al buen vivir e ai diritti della natura. Un confronto che in Ecuador è sfociato nelle manifestazioni e negli scontri, non solo verbali, dei giorni scorsi.

In nome della crescita, l’attuale presidente Rafael Correa ripropone un modello economico estrattivista con una variante fondamentale rispetto al passato. I profitti dell’estrazione di petrolio, gas e metalli preziosi non finiscono più nelle tasche di multinazionali straniere e politici corrotti ma ingrossano le casse di uno Stato che può così costruire strade, fognature, case popolari e soddisfare i bisogni primari delle fasce più povere della popolazione. In sintesi, uno stato socialista imperniato su un modello produttivo capitalista. Una formula che sta dando risultati significativi nel breve termine. La povertà è scesa di nove punti percentuali, l’occupazione è in costante crescita, il prodotto interno lordo è aumentato dell’8 per cento e la forbice tra ricchi e poveri si è ridotta.


Ma qual è nel lungo periodo il futuro di uno Stato che continua a basare la propria economia sull’estrazione e vendita di petrolio, gas e rame? Che fine fanno i beni comuni, i diritti della natura e la plurinazionalità, promossi da una Costituzione all’avanguardia? Non si tratta di questioni semantiche ma di temi che, a detta di dirigenti indigeni e intellettuali dello spessore di Alberto Acosta, ex presidente dell’Assemblea costituente, sono determinanti per la costruzione di un modello di sviluppo egualitario e sostenibile.

I nodi al pettine del governo sono in tal senso molteplici. Primo tra tutti, l’attuale assetto economico produttivo che non appare conciliabile con quel principio del buen vivir che lo stesso Correa ha voluto nel preambolo dell’attuale Costituzione. Un’eredità indigena che mira all’armonia tra uomo e natura e su cui il presidente voleva inizialmente incentrare lo Stato nuovo che si apprestava a costruire. In secondo luogo, il ruolo secondario attribuito alle comunità indigene nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Secondo quanto previsto dalla Costituzione ecuadoriana e dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, il governo ha l’obbligo di consultare i popoli nativi quando si appresta ad adottare misure che li riguardano direttamente. Un principio che vale soprattutto nel caso di attività di esplorazione ed estrazione di risorse presenti nel sottosuolo. In più occasioni il governo ha però mostrato un certo fastidio verso questo principio, sostenendo che un gruppo di “cittadini” non può porre il veto allo sviluppo di un intero paese. Per finire, rimangono congelate in parlamento le leggi per un’equa redistribuzione delle terre e delle risorse idriche, al fine di ridurre l’impatto sociale ed economico del latifondo e per far sì che l’acqua non sia un diritto umano soltanto per chi legge l’articolo 12 della Costituzione, ma per tutti i cittadini ecuadoriani, ad iniziare da indigeni e contadini a cui l’accesso all’acqua è spesso negato perché concentrato nelle mani di pochi latifondisti.

Nonostante il movimento indigeno ecuadoriano abbia sofferto negli ultimi anni di una grave crisi di rappresentanza, dovuta a scelte politiche errate e ad una dirigenza poco lungimirante che non ha capito l’importante momento storico avviato con la presidenza Correa, è dunque evidente che le richieste avanzate oggi dai popoli nativi e dai movimenti sociali non possono essere liquidate come semplici congetture destabilizzanti che mirano a sovvertire l’ordine democratico. Anche perché quello che chiedono gli indigeni non è un cambio di governo, ma un cambio di rotta di questo governo.

Correa farebbe bene dunque a riaprire il dialogo con i popoli nativi e a costruire uno Stato davvero plurinazionale. E dovrebbe farlo per almeno due ragioni. La prima è che questo modello estrattivista non è sostenibile nel lungo periodo perché le risorse non rinnovabili, com’è evidente, sono destinate ad esaurirsi e perchè lo stesso correismo è destinato a concludersi. La seconda, ancora più importante, è che è responsabilità di questo governo lasciare alle generazioni future un paese nuovo, con un assetto industriale indipendente dai sacchi d’oro su cui è seduto, in grado di produrre beni e servizi e soprattutto in grado di trovare un equilibrio nuovo tra economia e ambiente, un equilibrio basato appunto sul buen vivir.

Altrimenti il rischio concreto è che il nuovo Ecuador di Rafael Correa duri meno di una primavera.
E-mensile (27 marzo 2012), Tancredi Tarantino


venerdì 23 marzo 2012

ENEL, power less green

NO ALL'ENEL E AI SUOI MEGAPROGETTI
Da Marsiglia 2012 verso la costruzione della giornata mondiale contro la multinazionale italiana che nel mondo esporta conflitti e distruzione ambientale

Il 30 aprile ci sarà il consiglio di amministrazione dell'Enel,  multinazionale per l'energia con sede in Italia – c'è la partecipazione del Ministero per l'Economia al 30% - e con progetti praticamente in ogni parte del mondo: dal carbone al nucleare, dall'idroelettrico alla geotermia.
Il 30 aprile sarà la giornata di mobilitazione mondiale contro l'Enel. La multiutility che ha da poco sdoganato il marchio “green power” forse proprio per strizzare l'occhio alla sempre più diffusa sensibilità ambientale e una serie di campagne pubblicitarie dove il rispetto della Natura e dei diritti paiono essere le priorità di questo colosso finanziario, è responsabile di disastri ambientali e delle violenze connesse che vedono vittime le comunità locali. Ecco perchè dal FAME di Marsiglia 2012 e dal convegno su acqua e dighe tenutosi lunedì scorso a Roma presso l'Ex Snia organizzato fra gli altri da Patagonia Senza Dighe e Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, esce l'appello alla mobilitazione per contrastare le dinamiche aggressive che accomunano i progetti di Enel in Italia e nel Mondo.
Cinque i Paesi coinvolti, cinque le situazioni drammatiche prese a simbolo: il Cile per la costruzione in Patagonia del progetto HydroAysèn, che vedrebbe lo spostamento dei fiumi Pascua e Baker, lo spostamento di quasi 6000 ettari di terra e la costruzione di cinque megadighe, con gravi minacce per il fragile equilibrio ambientale; il Guatemala per quella di Palo Viejo nella regione maia del Quichè, in Colombia la distruzione di Quimbo, con la deviazione del Rio Magdalena e lo sbancamento di 8000 ettari di terreno fertile, ammazzando la sostenibilità economica di migliaia di persone che nella zona vicono di agricoltura e pesca; e in Brasile fra le altre, la diga di Belo Monte, terza diga al mondo per grandezza. Oltre all'Italia con alcuni casi simbolici, come lo sfruttamento idroelettrico nelle Alpi trentine e venete, la geotermia sul monte Amiata in Toscana, le dighe in Calabria, l'estrazione del carbone.
Al fianco di questi Paesi, il 30 ci saranno anche quelli dell'Est Europa dove l'Enel ha avviato importanti processi nucleari.

Minimo comun denominatore dei megaprogetti latinoamericani, sono le violenze e la distruzione ambientale. Lunedì 20 a Roma c'erano come ospiti il guatemalteca Baltazar de la Cruz, sindaco indigeno della comunità di San Felipe Chenla: “Siamo da 7 anni in lotta contro l'Enel. Il mio popolo si chiama Ixiles, siamo maia e da sempre abitiamo le zone al Nord del Paese. Resistiamo dal 1530, da quando arrivarono i primi invasori cercando oro. Continua la spogliazione del nostro popolo dalle sue risorse” . Baltazar racconta come questa grande diga dalla capacità di 84 k/h, abbia sconvolto la vita di questo popolo pacifico che vive di agricoltura:” Nel 2005 arriva Enel nel nostro territorio. Non viene fatta nessuna consulta previa con i nostri rappresentanti, in barba alla risoluzione 169 che impone di consultare le popolazioni indigene qualora si entri nei loro territori. Nono avendo nessuna risposta, nel 2009 inizia una resistenza pacifica della mia comunità ed iniziano anche le violenze: in gennaio entra l'esercito e spara a donne e bambini, muoiono due ragazzi. Per comprare il silenzio delle famiglie, Enel dona 45.000 euro ad ognuna. Enel comincia poi a costruire qualche scuola e compra alcune comunità dividendoci. L'anno dopo però, anche chi aveva accettato i regali di Enel, si ricrede, si riarticola la lotta e iniziamo a bloccare le principali strade d'accesso. La risposta è ancora l'esercito ma in dosi massiccie, con elicotteri e lacrimogeni. Il Governo è comprato da Enel. La diga produrrà elettricità per altri: delle nostre 36 comunità, solo 8 hanno luce elettrica. Noi pretendiamo che smettano le violenze, e di essere consultati”. Fanno eco a Baltazar i racconti degli attivisti brasiliani del MAB, il movimento contro le dighe nato negli anni '80”. Ivanei Farina dalla Costa e Youri Chrales Paolino raccontano come in Brasile non esista una poltica nei confronti della popolazione in caso di megaprogetti. Vengono spostate letteralmente intere comunità senza che sia previsto alcun indennizzo. L'Amazzonia rischia fortemente di essere danneggiata per sempre da sistemi di dighe che interrompono il ciclo vitale degli ecosistemi. “La produzione idroelettrica in Brasile è assorbita dalle industrie minerarie. Multinazionali straniere che vengono nel nostro Paese per estrarre risorse con pieno disprezzo delle comunità locali. Il modello energetico brasiliano è in mano ad industrie non brasiliane ed è strettamente connesso con la privatizzazione delle risorse idriche”, racconta Youri. “La concessione dei fiumi è trentennale – gli fa eco Ivanei – questa energia non è pulita!”. Yvanei sta svolgendo anche uno studio sulle donne che vivono vicino alle dighe ed i loro disagi. Dalla Colombia, il giornalista italiano Federico Bruno racconta della resistenza a Quimbo, che proprio negli ultimi giorni è stato considerato sito militare e ci sono state gassificazioni violente della popolazione, mentre Teresa Marisano di Patagonia senza dighe appena tornata dal Cile, ha portato la sua testimonianza dalla remota regione patagonica, dove sono iniziate intimidazioni mai viste verso gli abitanti che si stanno opponendo alla costruzione delle cinque dighe di HidroAysen.

Enzo Vitalesta, dell'associzione Yaku che coordinava l'incontro, ha annunciato che con la sua associazione ed in accordo con le associazioni colombiane Censat e Carlos Fonseca ed i movimenti locali, il 30 di aprile sarà a Quimbo per appoggiare la mobilitazione.
Una critica collettiva dai movimenti per l'acqua di tutto il mondo è uscita dalle 5 giornate di Marsiglia, dove il FAME, Forum Alternativo Mondiale dell'Acqua, ha ufficialmente condannato la costruzione indiscriminata di megadighe anche in occasione della giornata mondiale contro le dighe, il 14 marzo.

redazione@yaku.eu


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La protesta degli indigeni in Ecuador
http://www.articolotre.com/2012/03/la-protesta-degli-indigeni-in-ecuador/72321

Migliaia di indigeni hanno manifestato fino a ieri (Giovedì ndr) a Quito, la capitale dell'Ecuador, per protestare contro il governo del Presidente Rafael Correa. In particolar modo, i manifestanti contestavano e continuano a contestare, un accordo firmato ad inizio marzo dal governo ecuadoriano con una compagnia mineraria cinese, pronta ad investire 1,4 miliardi di dollari in un progetto di estrazione del rame vicino a El Pangui, nella regione amazzonica del Paese. Da una parte il presidente Correa ha spiegato  ai manifestanti che il ricavato del progetto verrà utilizzato anche per finanziare strade, scuole, ospedali e sarà in parte ridistribuito agli abitanti di El Pangui. Dall'altra, la Confederazione degli indigeni dell’Ecuador (CONAIE) sostiene invece che le attività estrattive danneggeranno inevitabilmente l’ambiente e costringeranno le popolazioni locali ad abbandonare le loro terre.

mercoledì 1 giugno 2005

AlReves: Ecuador


“Fuera Lucio, fuera todos!”.

 La rivolta popolare dei “forajidos” (gli autoproclamatisi “fuorilegge”) ecuadoriani, scesi in massa pacificamente nelle strade e nelle piazze delle maggiori città, ha prodotto nel paese andino un vero e proprio terremoto istituzionale. Dopo Bucaram e Mahuad, i precedenti governanti dell’Ecuador già caduti sotto il peso delle proteste popolari, il mese scorso è arrivata l’ora di Lucio Gutierrez.
Il “Coronel” era entrato in carica nel gennaio 2003, con il favore di gran parte dell’elettorato e grazie anche all’appoggio dell’influente confederazione indio Conaie. Malgrado le promesse sbandierate in campagna elettorale - che parlavano soprattutto di riforme sociali per le classi più deboli -, il mandato dell’ultimo presidente è stato caratterizzato da misure economiche “di rigore”, tutte finalizzate a ripianare (o meglio rintuzzare) il debito con il Fondo Monetario Internazionale, mentre nulla di rilevante è stato fatto in materia di sviluppo e di assistenza sociale. E pensare che i fondi per finanziare questo tipo di interventi pubblici potevano essere facilmente reperiti.
In uno scenario di crisi petrolifera internazionale l’Ecuador, che possiede numerosi giacimenti, potrebbe opportunamente “approfittare” per incamerare risorse finanziarie da destinare ai programmi sociali, come succede - ad esempio - nel vicino Venezuela bolivariano. Ma Gutierrez, si sa, non è Hugo Chavez, e quest’enorme flusso di denaro “finisce disperso nei mille rivoli della corruzione, oppure direttamente nelle casse del Fmi.” *
Con l’andar del tempo le scelte neoliberiste adottate da Gutierrez, come la contestata “dollarizzazione” dell’economia o l’adesione al Trattato di Libero Commercio imposto dagli Usa, hanno provocato il ritiro delle forze di sinistra dall’esecutivo (e la conseguente crisi di governo del 2004) oltreché un diffuso malcontento popolare.
Ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza degli ecuadoriani, già vessati da decenni di malgoverno e corruzione, è stata la riforma dell’apparato giudiziario. Quando il governo Gutierrez ha avviato la procedura per la sostituzione della Corte Suprema di Giustizia - indispensabile per far approvare la cancellazione dei processi di corruzione a carico di Bucaram e Mahuad, entrambi fuggiti all’estero - la misura era ormai colma. E così sin dall’inizio di aprile la gente, spesso radunata in comitati spontanei, ha cominciato ad affollare le grandi città, sfilando in cortei coloratissimi e chiedendo a gran voce le dimissioni del governo.
Nel caso dei “forajidos” ecuadoriani, quella che possiamo senz’altro definire una rivolta “non-violenta” non è stata capeggiata da veri e propri leader o capipopolo; ciò ha fatto temere a molti che “la protesta potesse spegnersi con la stessa velocità con cui è nata”. Un ruolo fondamentale va comunque attribuito a Paco Velasco, direttore di Radio La Luna, che è ha dato spazio a tutte le espressioni della rivolta nella sua particolarissima “arena radiofonica”. E’ dalla radio quitena che si diffondono gli appelli alle colorate manifestazioni della settimana dal 13 al 20 aprile, ed è sempre la voce di Velasco a raccontare in diretta, 24 ore su 24, tutti i focolai del “levantamiento”.
Il 16 aprile Gutierrez dichiara lo stato d’emergenza e la sospensione dei diritti civili, nel vano tentativo di arginare la protesta che intanto dilaga fino a degenerare nello scontro tra manifestanti e polizia davanti alla residenza presidenziale. Il bilancio della tumultuosa nottata del 19 aprile parla di un morto e di ben 182 feriti ricoverati in ospedale per sintomi da asfissia. Ma sarà l’unico sussulto di violenza di una rivolta “civile” e senza armi.
Finalmente, alle 13 del pomeriggio del 20 aprile, i capi della polizia e dell’esercito tolgono ogni sostegno a Gutierrez. Il ritiro dei militari è il segnale dell’imminente caduta del “Coronel”. Poi, verso sera un urlo fa tremare le piazze ricolme di persone: “Lucio è fuggito, Lucio non è più presidente!”, e la folla impazzita si lascia finalmente andare a scene di giubilo incontenibili.
Ma la gioia dura soltanto poche ore. Dopo la precipitosa fuga in elicottero di Gutierrez (che pare abbia ottenuto asilo politico dal Brasile), la poltrona vacante è stata immediatamente occupata dall’ex vicepresidente Alfredo Palacio, il quale sembra ora ben deciso a non mollarla al pari dei 60 deputati rimasti in Parlamento, “quello stesso parlamento corrotto che ha appoggiato le malefatte di Gutierrez e ora reagisce con un colpevole attivismo”…*

In molti ecuadoriani rimane il sospetto che il cambio della guardia Gutierrez-Palacio si sia consumato all’insegna del gattopardismo più subdolo, del “cambiare tutto per non cambiare nulla”. “A poche ore dall’insediamento del nuovo direttivo - racconta Francisco Herrera Arauz, giornalista del periodico “Ecuador Inmediato”, - nella Sala Gialla sono comparsi di fronte a Palacio i suoi “nuovi” collaboratori, tutte figure “conosciutissime” dei governi precedenti; costoro hanno fatto parte delle squadre di governo negli ultimi 25 anni di democrazia ecuadoriana, e sono dunque in larga parte responsabili dello sfacelo di questo Stato. Tutti quanti loro senza eccezioni.” **
Per prima cosa, i componenti del nuovo esecutivo si sono affrettati a disconoscere le ragioni che hanno spinto la gente - e non poca - a reclamare il ritiro del colonnello Gutierrez. Il neo cancelliere Gil ha subito voluto rassicurare i mercati e la Casa Bianca, dichiarando con piglio severo: “il nuovo governo garantisce gli accordi internazionali, e specialmente quelli riguardanti la base militare statunitense di Manta”. Eppure, il messaggio lanciato nei giorni della protesta dai “forajidos” esasperati era parso a tutti evidente: “Signor Presidente, Signori Ministri, la cittadinanza non accetta più questo stato di cose, non l’ha mai tollerato. Perciò è uscita nelle strade di Quito, per gridare: NO al Trattato di Libero Commercio. NO alla Base di Manta. NO al consociativismo dei partiti. NO, NO e NO... Ma i politici non fanno più caso ai reclami e si continua ad agire senza voler ascoltare l’opinione della gente.” **
E’ terminata la protesta. Le strade di Quito si svuotano e la calma riprende a regnare in tutto il paese. Quel che conta ora per Alfredo Palacio è rimanere al potere almeno fino al 2007, “forajidos” permettendo…

Andrea “Chile” Necciai

[Un sentito ringraziamento all’amico Dennis Garcia, coordinatore del “Forum sociale dell’Ecuador sull’acqua”, per la collaborazione prestata nella ricerca delle fonti.]

 

Note:
* “I forajidos di Quito” di Giovanni Allegretti - dal settimanale  “Carta” del  5/11 maggio 2005.
** “A comerse lo vomitado” di Francisco Herrera Arauz - da “Ecuador Inmediato” del 28/04/2005.



venerdì 1 ottobre 2004

AlReves: Ecuador


Il tradimento del “Coronel”.

 La “luna di miele” tra il presidente ecuadoriano Lucio Gutiérrez e le comunità indigene amazzoniche può considerarsi definitivamente conclusa. La popolarità che l’ex-colonnello si era conquistato prendendo parte alla rivolta degli indios nel gennaio 2000 è adesso in caduta libera.
Nel novembre 2002, dopo aver sconfitto il suo diretto avversario, l’imprenditore bananiero Alvaro Noboa al secondo turno, Gutiérrez aveva affermato che da quel momento iniziava “la parte più difficile, quella di vincere il terzo turno, cioè di realizzare le aspettative dei settori popolari che lo avevano portato alla presidenza del paese. Con le attuali premesse il terzo turno è iniziato tutto in salita.”*
Come Dottor Jeckill e Mister Hide, El Coronel si è presto rivelato un personaggio ambiguo, capace di trasformarsi, a seconda delle opportunità del momento, da difensore dei diritti degli indios in paladino delle ricette neoliberali e nel “miglior alleato degli Stati Uniti” (come lui stesso ebbe modo di dichiarare pubblicamente). Spingendosi oltre, aveva anche affermato di condividere l’impegno degli Usa contro il narcotraffico e il terrorismo (con riferimento al Plan Colombia e alla guerra in Iraq), facendosi addirittura applaudire dallo staff del presidente Bush quando si è lanciato all’attacco di Cuba sostenendo che "la popolazione dell’isola non deve soffrire le conseguenze della politica di Castro".   
Nell’arco di nemmeno due anni sono state stravolte tutte le promesse sbandierate con successo in campagna elettorale. Promesse - e programmi - che parlavano di buon governo e di lotta alla corruzione, ma soprattutto di politiche sociali in favore delle classi meno agiate (circa l’80% degli ecuadoriani vive ancora in condizioni di povertà).
A ben vedere, questa sorprendente metamorfosi si era rivelata fin dall’inizio del mandato presidenziale. Non ancora compiuti i suoi primi 100 giorni, il governo ecuadoriano aveva già raggiunto un accordo con il FMI che prevedeva “l’aumento dei prezzi dei carburanti e dell’energia elettrica, il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici e l’eliminazione del sussidio al gas domestico”, il tutto condito con nuove privatizzazioni e misure di flessibilità della forza lavoro. D’altronde, il fatto che nei posti chiave dell’amministrazione statale fossero stati nominati due banchieri di taglio ortodosso, non poteva che confermare - fin da principio - la vocazione liberista del nuovo mandatario.
In linea con la politica di “austerità e sacrifici”, la manovra economica detta "pinchazo" (puntura) - messa a punto dal ministro dell’economia Mauricio Pozo e vincolata all’ottenimento di un prestito di 500 milioni di dollari dal FMI - ha provocato il risentimento, e in taluni casi la rivolta, di vasti settori popolari.
L’anno 2003 è stato scandito da una lunga sequela di scioperi e manifestazioni di protesta ad oltranza. Vi hanno aderito persino i vecchi sostenitori di Gutiérrez, gli indios dell’influente Conaie; mentre un altro protagonista della vittoria elettorale del 2002 (nonché alleato di governo), il Movimento Popolare Democratico di ispirazione marxista-leninista, al colmo dell’indignazione si è visto costretto a ritirare i suoi rappresentanti dall’esecutivo in carica, sfiorando una clamorosa crisi di governo.
Come se non bastasse, a complicare il già precario rapporto tra governo e parti sociali c’è la questione relativa all’estrazione del petrolio nell’Amazzonia Ecuadoriana, causa principale della distruzione dell’ecosistema locale e del progressivo impoverimento delle sue popolazioni.
E' dal lontano 1941, quando arrivò la Shell a Pastaza, che le popolazioni indigene della zona si trovano aggredite in nome degli interessi finanziari dalle imprese di turno come Shell, Tri-Petrol, CGC (la compagnia argentina), ma anche dalle italiane AGIP ed ENI. Lo stato ecuadoriano, da parte sua, ha sempre fatto poco per difendere gli interessi dei popoli indigeni, malgrado la Legge Forestale Ecuadoriana proibisca le attività estrattive nei territori degli indios, laddove questi possano vantare i loro titoli di proprietà (come nel caso di Pastaza).
Inoltre, le organizzazioni indigene “continuano con insistenza ad appellarsi all’Accordo Internazionale n°169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), accordo che è peraltro incluso nell'attuale costituzione dell'Ecuador e che prevede l'obbligo di consultare i popoli indigeni, di rispettare i loro interessi, le loro istanze organizzative, di assicurare loro benefici per le attività che si sviluppano nel loro territorio e l'indennizzo per gli impatti ambientali.”** Le leggi tuttavia, se non applicate, continuano a rimanere “lettera morta”.
E così il governo ecuadoriano, all’insegna del continuismo con il recente passato, prosegue imperterrito nella concessione di autorizzazioni alle imprese petrolifere, calpestando esigenze e diritti delle comunità indios amazzoniche.
Mentre la popolarità del presidente sprofonda - secondo i sondaggi - ad un misero 5%, dalla bio-riserva di PashPanShu il leader indigeno Bolívar Santi tuona contro i petrolieri sfruttatori: “voi state rubando più di 38.000 barili di petrolio al giorno e questo succederà per 20 anni nel campo di Villano. Per noi popoli indigeni: fame, malattie, distruzione culturale ed ambientale, senza nessun indennizzo per i danni ambientali. No grazie, signori. Non vi permetteremo di distruggere il nostro paese, continueremo a protestare, trincea dopo trincea.”
Il “Coronel” Gutiérrez è avvisato.
(Chile)


 

Note:
* “I primi passi del Presidente Gutiérrez” e “Ecuador: i primi 100 giorni” di Giona Di Giacomi.
** “Il genocidio del petrolio ha impronte italiane, ma non solo”, Commissione Popoli Indigeni e Direttivo “Arco Iris”.