martedì 24 luglio 2018

[IRAN] PanahJou, i profughi

Noi in Iran viviamo malissimo ma se c’è una cosa della nostra cultura che adoro, è quella di avere una lingua bellissima, una letteratura meravigliosa...

In persiano, per esempio, i profughi si chiamano PanahJou (پناهجو).


Panah non ha un equivalente in italiano (o forse sì?).
Quando eravate piccoli, vi era mai capitato di perdervi nel parco? Ricordate la sensazione di terrore quando con gli occhi spalancati, cercavate la vostra mamma? E quando lì, da lontano, la vedevate correre verso di voi, vi ricordate la sensazione di immensa pace e felicità?
Quella sensazione è Panah.

Siete mai stati lontani da casa per tanto tempo? Avete presente quella sensazione di nostalgia e felicità quando con la macchina girate nella vostra strada e da lontano vedete la vostra casa e sapete che tra pochi minuti, abbraccerete la vostra famiglia e tutti i vostri cari che vi aspettano con gioia e impazienza?
Quella sensazione si chiama Panah.

Avete perso una persona molto cara? Immaginate di essere lì, al funerale, qualcuno vi chiama, vi girate e vedete un vecchio amico, molto caro, che non vedevate da tantissimo tempo e che non pensavate di rivedere mai più. Lo abbracciate piangendo, piangendo forte.
Quella sensazione di sfogo e di tristezza si chiama Panah.

Invece “Jou” vuol dire “una persona alla ricerca di…”
Noi chiamiamo i profughi PanahJou: persone alla ricerca di quell'abbraccio, di quella sensazione.

Forse non servirà a guarire questa malattia di odio e di intolleranza che si sta difondendo nella società italiana, ma forse smettere di chiamarli i “migranti”, “naufraghi”, “clandestini”, “quelli lì” potrebbe essere un inizio...

#no_more_wars
#no_more_walls



Jass.

giovedì 21 giugno 2018

El Salvador, un Paese in mano alle bande criminali

È passato oltre un anno da quando Donald Trump ha cominciato a twittare sui bad hombres della Mara salvatrucha 13 (Ms13). Oggi, grazie a Trump, la banda criminale ha aumentato il suo peso nell’agenda sociopolitica mondiale, mentre il fenomeno delle maras, di cui la Salvatrucha è soltanto un anello, riceve più attenzione che mai da parte della stampa internazionale, degli studiosi e della rete internazionale delle ong.
Assistiamo a qualcosa che fino a dieci anni fa era impensabile: la Ms13 si è inserita prepotentemente in diversi dibattiti elettorali negli Stati Uniti. Ogni giorno che passa, El Salvador e i salvadoregni vengono sempre più associati alla Ms13, così come da decenni ogni colombiano è associato al narcotraffico. Organizzazioni prestigiose come Medici senza frontiere e l’International crisis group hanno cominciato a interessarsi a quello che accade ormai da decenni nel paese “Pollicino d’America”. Se devo essere sincero, non mi stupirei se Netflix stesse già girando una serie tv sulle bande e gli squadroni della morte ambientata a Soyapango, Apopa o un altro quartiere difficile di San Salvador. 
Poliziotto salvadoregno con un uomo sospettato di appartenere a una gang
 Nessuno può negare che da quando Trump ha cominciato a occuparsi della Ms13, nel mondo si parla molto di più delle maras e di conseguenza del Salvador. Ma dubito che il mondo oggi ne sappia di più sulla reale portata del problema che tormenta noi salvadoregni.
Dopo diverse richieste insistenti, un rappresentante della Polizia civile nazionale (Pnc) mi ha consegnato un rapporto con la stima ufficiale del numero di affiliati alle maras in Salvador. Secondo il documento, che comprende informazioni raccolte dalla Pnc e dalla Direzione generale dei centri penali, nel paese vivono 64.587 esponenti delle bande criminali: 41.151 sono in libertà, 21.436 sono in prigione. Il documento riporta la data di giugno 2017.
Spesso le cifre, senza un contesto appropriato, sono soltanto numeri sterili, ma resta il fatto che questi 65mila pandilleros che dopo la sentenza della corte suprema dell’agosto del 2015 sono considerati terroristi a tutti gli effetti, rappresentano l’1 per cento della popolazione del paese. Pensateci, un cittadino su cento.
Ora mi rivolgo a te, amico colombiano che sei arrivato fino a questo punto del mio articolo. Immagina se in Colombia i guerriglieri e i paramilitari fossero stati 500mila. E tu, amica spagnola, pensa se Euskadi Ta Askatasuna avesse mai contato su 460mila gudaris. E voi, amici che mi leggete negli Stati Uniti, cosa pensereste se all’interno del vostro paese ci fossero tre milioni di affiliati di un’organizzazione terrorista? 
Dal punto di vista numerico è questo l’impatto delle maras in Salvador. Ma nella realtà dei fatti il problema è molto più vasto, perché le maras sono una piaga inequivocabilmente sociale, radicata in centinaia, migliaia di comunità impoverite in tutto il territorio. Per ogni activo – quasi tutti uomini – ci sono almeno quattro o cinque persone dipendenti dall’attività criminale: mogli, figli, familiari, simpatizzanti, collaboratori.
Torniamo alla data riportata sul documento: giugno 2017. Al governo salvadoregno, evidentemente, non piace far sapere quali sono le dimensioni del problema. L’effetto della criminalità sulla popolazione benestante o ricca è minore, dunque il governo cerca di dissimulare la realtà attraverso la propaganda. Giornalisti e accademici ripetono da anni che nel paese ci sono 60mila affiliati, ma dal 2012 lo stato non ha più pubblicato alcuna stima ufficiale sulle dimensioni del fenomeno.
Nel 2005 la stima ufficiale era di 11mila activos. Appena sette anni dopo e con un nuovo partito al governo, un rapporto del ministero della pubblica sicurezza fissava la stima in 62mila activos. Poi è arrivata la Tregua, che ha permesso alle maras di assumere il controllo di nuove aree. 
A partire dal gennaio del 2015, il governo del Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln) ha fatto ricorso alla repressione più brutale nel tentativo di controllare le maras, con pratiche carcerarie che violano i diritti umani più basilari e con il tacito assenso alle esecuzioni extra-giudiziarie (la polizia ha comunicato, senza alcun pudore, di aver ucciso 1.400 persone nel corso di presunti scontri con i criminali). Il pugno di ferro seduce l’elettore salvadoregno, ma allo stato ha portato la denuncia di organizzazioni come l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.
I numeri contenuti nel rapporto che mi è stato consegnato lasciano pensare che nemmeno calpestando i diritti umani (con le relative conseguenze nefaste che queste politiche pubbliche hanno avuto sul prestigio delle istituzioni) il governo è riuscito a fermare la crescita delle maras. Oggi ci sono più affiliati di cinque anni fa. Perché? I motivi sono molti, ma possono essere raggruppati in tre grandi concetti: per prima cosa, essere un pandillero continua a rappresentare un’opzione allettante per migliaia di giovani delle comunità povere ed emarginate; in secondo luogo bisogna considerare il flusso costante di criminali che escono di prigione e non sono riabilitati; infine l’aumento delle vittime generato dalla repressione dello stato è stato compensato da un allentamento del conflitto interno tra gli emeeses (appartenenti alla Ms-13) e i dieciocheros (appartenenti alla mara Barrio 18).
In questi cinque anni, però, le persone rinchiuse nelle carceri sono passate da 27mila a 39mila. El Salvador è uno dei paesi con più alto tasso di incarcerazione e con le carceri più affollate del mondo. Nonostante i tentativi di aumentare la capacità del sistema penitenziario, i posti disponibili nelle 28 strutture carcerarie del paese sono 18mila, meno della metà rispetto ai detenuti. Per non parlare dei 40mila affiliati a piede libero e di tutti quelli che collaborano con loro.
A meno che non si consideri l’ipotesi di un genocidio, la matematica dimostra che la linea repressiva non può essere una soluzione per risolvere il problema delle bande. Anche se lo stato riuscisse a punire efficacemente i crimini, il numero di persone che sarebbe costretto a incarcerare sarebbe insostenibile, soprattutto in un paese dalle risorse limitate e con un sistema penitenziario sull’orlo del collasso.
Davanti all’enormità delle cifre – che, ripeto, sono ufficiali ma vengono nascoste alla popolazione – e davanti alla prova che nemmeno la repressione più brutale può frenare l’espansione delle maras, mi vengono in mente soltanto due alternative: una è quella di andare avanti così, aspirando ogni anno al record di società più violenta del mondo e cercando di limitare l’impatto della criminalità sugli strati sociali più privilegiati; l’altra è quella di scommettere su una soluzione del conflitto attraverso il dialogo, una strada comunque spinosa e dolorosa che obbligherebbe la società salvadoregna a sopportare i terroristi della Ms13 e della Barrio 18 come attori sociali e politici. Tutto il resto, oggi come oggi, è solo un canto delle sirene



Razzismi

Tornando a correre, dopo tanto tempo che non lo facevo per piccoli problemucci fisici, questa mattina, in quella splendida condizione di apertura mentale che la serotonina in circolo m'induce, mi è venuta questa riflessione sul razzismo che vorrei condividere con i 12 lettori che avranno la bontà di leggermi.

Ritengo che esistano solo 2 forme di razzismo “dirette” e 2 forme – molto più gravi e pericolose – di razzismo indiretto. Le ho chiamate:
razzismo RETTILE
razzismo dell'IGNORANZA
razzismo dell'OPPORTUNISMO
razzismo dell'INDIFFERENZA

Il primo, il razzismo rettile, è quello legato al funzionamento meccanico della parte più antica del nostro cervello. Non mi dilungo molto su questa tema, ma ci sono esperimenti scientifici che dimostrerebbero in modo abbastanza incontrovertibile che a livello irrazionale abbiamo una tendenza piuttosto chiara di avversione verso ciò che ci appare diverso.
La parte superiore del nostro cervello serve proprio a correggere gli errori che la parte antica commette su molti altri aspetti che coinvolgono le nostre relazioni con persone e situazioni nelle società moderne.
Qui arriviamo al razzismo dell'ignoranza, quando anche la parte superiore del cervello commette errori. Si può essere razzisti solo se si è profondamente ignoranti sui fatti che coinvolgono episodi di razzismo. L'ultimo esempio relativo al presunto “censimento dei ROM" è solo uno dei tanti. Solo una persona profondamente ignorante (nel senso che non è a conoscenza dei fatti) può essere d'accordo con il concetto di “censimento dei ROM”. L'ignoranza può assumere moltissime forme. Si può essere ignoranti su ciò che effettivamente s'intende per “censimento”. Si può essere ignoranti sulla realtà dei ROM rispetto ai campi nomadi (solo un quinto dei ROM vive nei campi nomadi, quanti lo sanno?). Si può essere ignoranti circa la legislazione attuale. Si può essere ignoranti circa la differenza fra un “censimento dei ROM” ed un'indagine statistica sul fenomeno dei campi nomadi (cosa che è già stata fatta più volte, senza, ovviamente suscitare scandalo). Insomma, mille forme d'ignoranza inducono a convinzioni sostanzialmente razziste. Spesso il razzista ignorante non si crede razzista: l'ultima e più beffarda manifestazione della sua ignoranza.
 
Poi arriviamo alle forme più vili, infingarde e dannose di razzismo.
Il razzismo dell'opportunismo è quello di chi sfrutta le prime due forme di razzismo per trarne qualche utilità. L'opportunista non crede veramente in ciò che dice. In genere sono persone senza convinzioni, ma piene di convenienze. Salvini è solo l'ultimo esempio di questi tentativi malriusciti di essere umani. Il razzismo è una merce estremamente remunerativa proprio perché esiste in noi il seme del razzismo rettile e l'ignoranza è la cosa più diffusa nella nostra società. Spacciare razzismo è un'operazione con un tasso di rendimento molto elevato e pressoché certo. Per farlo è “solo” necessario inibire tutto ciò che ci rende profondamente esseri umani. Se si è disposti a pagare questo prezzo, si può aspirare a diventare uno dei tanti “Salvini” che la storia ha tristemente archiviato, avendo grandi vantaggi immediati e provocando devastanti danni a lungo termine a sé stessi ed alla società.
Infine arriviamo alla forma più dannosa di razzismo, il razzismo dell'indifferenza. Gli opportunisti possono svolgere il loro redditizio, quanto ignobile, business non solo grazie alle prime due forme di razzismo, ma anche grazie alla decisiva ignavia di coloro che non sono d'accordo ma hanno timore ad esporsi. Una parte di queste persone sono dei razzisti utilitaristi “latenti”, nel senso che magari non ne traggono vantaggi nel momento, ma potrebbero oppure non vogliono rischiare di perdere dei vantaggi che sentono di avere in questo momento. Altri sono dei deboli, altri ancora dei rassegnati che temono che sia tutto inutile.
Quest'ultima forma di razzismo è la più subdola perché spesso non c'è neppure la condanna né della propria coscienza, né del resto della società non ancora infetta dal morbo del razzismo, ma è una dei fattori principali grazie ai quali prospera la mala-pianta del razzismo.
Il razzismo rettile è il seme di questa pianta, l'ignoranza è il terreno nel quale il seme può dischiudersi e radicarsi, l'opportunismo è il concime e le sostanze chimiche che l'alimenta, l'indifferenza sono le condizioni ambiantali indispensabili: la pioggia, il giusto clima e le “cure” che la fanno prosperare.
Questo è il momento in cui chi non vuole essere razzista, in qualche sua forma, ha il dovere morale di fare qualcosa di concreto per porre un argine al razzismo strisciante ed esplicito che in modo incontrovertibile sta infettando le nostre società e qui in Italia abbiamo dei fatti così eclatanti che tacerli può significare solo che si è appartenenti ad una delle 4 forme di razzismo che ho appena delineato. E il momento di fare qualcosa. Non si può stare in silenzio a guardare.

venerdì 15 giugno 2018

[Iran] Siamo campioni insieme


Lo dico con orgoglio perché mi sento fiera!
In una delle piazze più importanti di Tehran era stato messo un grandissimo billboard per i mondiali, con l'immagine degli uomini di tutte le razze e minoranze etniche che vivono in Iran, però nel disegno c'erano solo gli uomini. Nessuna donna!!!

Abbiamo firmato una petizione (con le attiviste ancora in circolo della campagna un milione di firme), abbiamo scritto tante lettere al parlamento e abbiamo fatto girare la cosa sui social fino alla nausea, ed ha funzionato!!!!!!

Hanno cambiato l'immagine del billboard con una foto di uomini e donne iraniane che cantano l'inno prima della partita (con la scritta: با هم قهرمانیم, siamo campioni insieme. یک ملت یک ضربان: un popolo un battito)
Ed è gooooooooooooooooooal!

1-0 per noi!
Non posso più scrivere #mainagioia
forse almeno oggi: #soddisfazioni


Jass.

mercoledì 9 maggio 2018

in ricordo di Ermanno Olmi

Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù è il libro che il maestro Ermanno Olmi, che ci ha lasciato in questi giorni, scrisse 5 anni fa per Piemme.

“la Repubblica” del 4 marzo 2013 ne anticipò l’incipit

Cara Chiesa, non so più a chi rivolgermi e anche tu non mi vieni in aiuto. Ci parli di Dio ma sai bene che nessun dio è mai venuto in soccorso dell’umanità.
Nella lotta tra bene e male, l’uomo è sempre stato solo. Già nel racconto biblico si comincia con un delitto:«Che hai fatto Caino? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo dove sei nato…» dunque, dio ha udito benissimo il grido del fratello ucciso, ma non ha fatto nulla per trattenere la mano fratricida.
E adesso?  Cosa sta accadendo a tutti noi?  Come abbiamo fatto a ridurci così ?  troppo spesso ho la sensazione di non sentirmi in relazione con gli altri. Anche con le persone che mi sono più vicine. Mi trovo in uno stato confusionale, come se ognuno parlasse per conto proprio annaspando nel nulla.
Cara Chiesa di cristiani smarriti, ho deciso di scriverti non tanto per fede ma perché tu hai più di duemila anni di storia e forse puoi aiutarci a capire i nostri comportamenti. Abbiamo smarrito la via maestra della pacifica convivenza. Ovunque conflitti di religione, separazioni di razze. Chi crede in dio sa bene che il Creatore ha fatto l’uomo e la donna, ma non le razze. E che neppure ha dato di più ad alcuni per farli ricchi perché con il loro denaro umiliassero i poveri. Così ho deciso di scriverti.
Perché in questo tempo bastardo anche tu mi deludi, e mi dispiace. Probabilmente sono mosso più dal sentimento che dalla ragione. Del resto, è il sentimento che presiede ogni ragionamento.
Voglio credere, Chiesa di Cristo Gesù, che tu abbia i tuoi buoni motivi che io non posso conoscere né sarei in grado di capire: questioni istituzionali, ragioni di Stato. Ma ugualmente non riesco del tutto a giustificarti, perché vorrei sentire che prima d’ogni altro motivo c’è il tuo impulso di madre a proteggerci, e che sopra tutti i tuoi pensieri ci siamo noi, i tuoi figli. Io, e tanti come me, vorremmo che nelle difficoltà che ogni giorno dobbiamo affrontare non mancasse mai il tuo conforto. In momenti come questi che stiamo vivendo, sembra perduta ogni solidarietà fra gli uomini. Non mi dimentico che ci sono tanti cristiani di buona volontà, preti e laici, che prima ancora che nelle gerarchie ecclesiastiche si riconoscono in coloro che hanno più bisogno del nostro aiuto. Non sono soprattutto gli umiliati, i reietti che Cristo ti ha affidato?
Ma chi sono io, cara Chiesa, per pretendere di interrogarti e tirarti dentro a questioni di cui non sono all’altezza? Mi faccio coraggio pensando che chiunque poteva rivolgersi con confidenza a Gesù come ora io mi rivolgo a te. Non tanto perché tu debba a me delle spiegazioni. Tu sai bene quali sono i tuoi compiti e come agire, ma almeno aiutami a capire certi tuoi comportamenti a cominciare dall’attaccamento ai beni temporali. Mostraci che hai davvero a cuore i più deboli e diseredati. Che come vedi, sono sempre più numerosi e vengono al mondo solo per morire. Ma tu, Chiesa, ci dici che sono proprio costoro i primi presso il cuore di Gesù. E allora, se sei davvero Chiesa soccorritrice, ricordati anche della solitudine dei ricchi che non troveranno mai quiete nelle loro ricchezze.
Quel che adesso sto per dire disturberà gerarchie e devoti benpensanti e tutti coloro che proclamano la Chiesa madre di tutti. Ma tu, Chiesa dell’ufficialità, sei una madre distratta, più sollecita nei fasti dei cerimoniali che nell’annunciare la prima di tutte le santità: quella di coloro che credono in te anche soffrendo per le ingiustizie subite.
Sono convinto che tutto l’Occidente – e questa nostra Italia sempre più sfiduciata e incapace di nuovi slanci – abbia bisogno di un supplemento d’anima. Quel Gesù di Nazareth, falegname e maestro, col suo esempio può farci ancora ritrovare la gioia di come spendere il bene prezioso della nostra esistenza.
Invece tu, vecchia Chiesa che hai innalzato tanti altari di Cristo, sembri averlo dimenticato. Proprio tu! ecco perché oggi molti s’interrogano: «Quale sarà il luogo delle beatitudini dove il Maestro tornerà all’appuntamento coi nuovi discepoli di questo nostro tempo?…». Sei davvero tu, Chiesa cattolica, la casa aperta non solo ai cristiani obbedienti, ma anche a coloro che cercano dio nella libertà, oltre i loro dubbi?
Assisto sconsolato a quanto sta accadendo in Vaticano in questi ultimi mesi: intrighi, processi, scandali di pedofilia, movimenti di capitali nelle banche della stessa Chiesa. Il compianto cardinal Martini, nel momento estremo del suo congedo ci ha lasciato il suo ammonimento: «Siamo una Chiesa rimasta indietro di duecento anni, una Chiesa carica di addobbi e orpelli…». Una Chiesa ricca per i ricchi.
Ho nella mente un turbinare di interrogativi che non mi danno tregua. Quanti anni sono passati dal Concilio Vaticano II? E dal poverello di Assisi cosa abbiamo imparato e poi trascurato? E dai martiri di ogni tempo e di ogni fede? Cattolici, protestanti, ortodossi: eppure eravamo tutti ai piedi della stessa Croce. Ma cosa sono duemila anni nella storia dell’umanità? Ne sono trascorsi appena cinquanta dal Concilio Vaticano II e troppo poco è rimasto della buona novella di quella straordinaria assemblea di fedeli. E che grande fermento: in quei giorni si sentì la brezza di una nuova primavera. Giovanni XXIII scosse la sonnolenza di una Chiesa che si affidava più alla “liturgia del rito” che alla “liturgia della vita”. E tutto il mondo, cristiano e no, accolse l’invito ad aprire menti e cuori perché entrasse nella Casa di Cristo aria fresca e luce limpida. Ma poco è davvero cambiato nella Chiesa di Roma. Né dopo il Concilio né dopo duemila anni di cristianità.
Ancora una volta, come dopo quella notte nel Getzemani, qualcuno ha tradito. Ancora una volta, su tutti i monti degli ulivi, Gesù è uno sconfitto. Siamo tutti degli sconfitti