lunedì 18 marzo 2019

Passato, presente e futuro dell'Europa

Non mi va di condannare l’Europa al destino insito nella sua pertinenza geografica (Occidente da occasus richiama: tramonto). Aggiungo la criticità di un destino segnato dalla sua identità geopolitica: terra d’origine- quindi emblema - degli Stati-nazione…
Un piccolo passo indietro e si staglia, con contorni definiti, la “possanza” del fenomeno.
Lo Stato-nazione è creatura prettamente occidentale, diversa dalle conformazioni statuali orientali, che non mancavano al suo tempo e non erano mancate neanche prima di allora.

STATO MODERNO
Protagonista della storia moderna, lo Stato-nazione esalta la guerra, la tecnica dell’amministrazione e la burocrazia degli amministratori, il cerimoniale del sovrano (1), il diritto positivo (2).
Purtroppo però, la storia odierna si sposa meglio con formazioni sovrane a larghe maglie, provviste di una corporatura continentale. Stati Uniti e Cina sono già pronti, ricchi, in aggiunta, delle potenzialità economiche che esprimono. Metterei anche la Russia, se non fosse monca di adeguate risorse economiche.La globalizzazione, inoltre, non si può considerare episodio occasionale, possibilmente reversibile. Non appena si prenda coscienza dei mali che incorpora e si assuma la tensione rivoluzionaria adatta a capovolgerla, essa rivela la sua dimensione e la sua resilienza. È infatti lo stadio di una graduale evoluzione dell’intreccio tra mercato produzione dei beni e volubilità dei consumi (più o meno manipolata), della simbiosi tra forze del capitalismo ed interessi sovrani. Con l’aggiunta dello sviluppo, fino al massimo grado dell’astrazione, delle tecniche finanziarie. (3)
 
RILETTURA DELLA STORIA MODERNA
La storia, si deve sapere, si presta, ferma restando la sua dimensione scientifica, a continue riletture, risentendo di una ratio cognoscendi che matura nel presente. Per questa via la storia moderna offre testimonianza della pregnanza del rapporto dialettico tra potere sacro potere sovrano e potere economico. I suoi frutti si ritrovano nel diritto moderno e in una sorta di “rivoluzione permanente”, con precisione colta dallo storico Paolo Prodi.
Nelle sue parole, l’Europa stessa manifesta una vera vocazione “Inserita in un cammino dell’umanità verso una redenzione che avverrà soltanto alla fine dei tempi (secondo la tradizione giudaico-cristiana) oppure come speranza secolarizzata dell’avvento di una nuova era di giustizia e di pace  dell’umanità…” (4)
Appunto, seguendo il secondo piano prospettico (5), possiamo confermare il senso - da cui la vocazione - che ha caratterizzato l’agire dei padri costituenti dell’Europa nella crisalide della CEE.

IL CAMMINO DELLA COMUNITÀ EUROPEA Non si era ancora conclusa la guerra e nel 1943 Jean Monnet, membro del Comitato francese di Liberazione nazionale, affermò: “Non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale […] gli Stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale. Le nazioni europee dovrebbero riunirsi in una federazione”.
Ancor prima, nel ‘41, il nostro Altiero Spinelli con l’ausilio di E. Rossi e A. Colorni, elevava lo sguardo oltre i ristretti e minacciosi confini nazionali, suscettibili di nuove avventure egemoniche, e indicava “ una visione d’insieme [a] tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione in attesa di un più lontano avvenire in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo”.
Dall’accordo CECA ai Trattati di Roma, questa ispirazione era ben presente agli uomini, che spinti da mente illuminata e spronati dall’esperienza della disastrosa guerra mondiale, improntarono gli ingranaggi transitori per la federazione europea.

DIFFICOLTÀ ODIERNE
Oggi non entusiasma più di tanto l’idea della federazione, e se aggiungiamo le distorsioni provocate da meccanismi spuri, contaminati di egoismo sovranitario (Consiglio dei ministri e Commissione europea), abbiamo la risultanza di una impasse dell’Organo europeo. Né la ristrutturazione proposta dai movimenti populisti, a mio avviso, è la cura adatta. Essi invocano una Europa del popolo, dove popolo è parola mitica dei rigurgiti sovranista e nazionalista. (6)
CONCLUDENDO, l’accoppiamento di giustizia e pace qualifica un lavoro di grande spessore politico su scala mondiale, remissivo della realpolitik, della “guerra a pezzetti” o per procura, del predominio del profitto in sostituzione dello I care  umanitario. (7)
 
Rosario Grillo,
dal blog Persona e Comunità 

NOTE.
1. Con cerimoniale rappresento sia i principi dell’assolutismo sia l’azione condotta per “la visibilità” del sovrano, sia tutto il retaggio della reggia e della corte.
2. Si prenda nota che la bellicosità è intrinseca, a ragione , allo Stato nazionale in qualsiasi  epoca e a qualsiasi latitudine.
3. Oggi pienamente dispiegate nella Borsa, nel movimento dei capitali, nella preminenza dei broker.
4. P. Prodi, Il tramonto della rivoluzione, il Mulino p. 54
5. Il primo piano potrebbe apparire ai più troppo viziato dalla fede che ispira l’Autore.
Richiederebbe comunque l’integrazione di ciò che P. Prodi Intende con “redenzione”.
6. Il populismo dei giorni nostri conserva le tare del populismo che si sviluppò nel dopoguerra, nei paesi latinoamericani (Argentina soprattutto) e vi aggiunge la miscela esplosiva della demagogia spinta dalle masse in epoca digitale.
7. Debbo contenere la disamina che meriterebbe il lavoro storiografico di P.Prodi, che, navigando in un liquido di rilevanza mondiale ( Bockendorf, Schmitt, Waltzer) “cuce” i punti nodali di un ordito, la storia moderna, attenta al concorso di potere sacro e potere politico con l’aggiunta del potere economico. In essa ha la sua culla l’Europa, che da tale simbiosi ricava alimento e sostanza. Ecco perché si è insistito tanto, da certe angolazioni, sulle radici cristiane dell’Europa. Ci fu allora una levata di scudi degli accoliti dell’Illuminismo, in difesa della laicità. Furono scambiati i termini e ci fu fraintendimento! P. Prodi richiama un campione dell’Illuminismo, come Voltaire, per confermare la consapevolezza di questo sostrato dell’Europa.
L’insistenza su fattori rigorosamente razionalistici, esplicitati nel meccanismo dei calcoli razionali, che fugge la paura del “bellum omnium contra omnes” e contratta il “patto originario” dello Stato moderno (“stato artificiale”, appunto), predilige il “modello macchina” dello Stato ai fattori culturali e spirituali che portano “ un’anima”.
Questa la ragione con la quale P. Prodi, nel finale della sua operetta, scritta già con il sentore dei primi scricchiolii dell’Europa, denuncia la stanchezza della Comunità e rileva la sua passività nella tempesta della globalizzazione. Per completezza avviso che numerosi e più corposi volumi sono stati dedicati da Prodi a tale argomento.
 
 
 
 

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