sabato 23 marzo 2019

"Non dirò il suo nome". Il discorso di Jacinda Ardern

Pubblichiamo il discorso che Jacinda Ardern, premier neozelandese, ha pronunciato in Parlamento, nel suo primo intervento in Aula dopo l’attentato di venerdì scorso a Christchurch, in cui un terrorista ha ucciso 50 musulmani in due moschee.



Signor presidente,
salam alaikum,

signor presidente, il 15 marzo è un giorno che rimarrà impresso per sempre nella nostra memoria collettiva. In un tranquillo venerdì pomeriggio, un uomo ha fatto irruzione in un luogo pacifico di culto e ha ucciso cinquanta persone. Quel tranquillo venerdì pomeriggio è diventato il più buio dei nostri giorni. Ma per le famiglie è stato più di questo. È stato il giorno in cui un semplice atto di preghiera, di pratica del loro credo musulmano e della loro religione, ha portato alla perdita delle vite dei loro cari. Quei cari erano fratelli, sorelle, padri e bambini. Erano neozelandesi, sono noi. E poiché sono noi, noi, come nazione, li piangiamo. Sentiamo un forte obbligo nei loro confronti. E, signor presidente, abbiamo tanto bisogno di dire e di agire.

Uno dei ruoli che non ho mai previsto di avere, e sperato di non avere mai, è quello di esprimere il dolore di una nazione. In questo momento, è stato secondo soltanto al dovere di garantire assistenza a chi è stato colpito e sicurezza a tutti. E in questo ruolo, voglio parlare direttamente alle famiglie. Non possiamo conoscere il vostro dolore, ma possiamo accompagnarvi in ogni vostro passo. Possiamo. E lo faremo, vi circonderemo di aroha e manaakitanga (in Maori aroha è amore e manaakitanga viene tradotto con ospitalità ma indica l’atto di dare il benvenuto e di condividere le proprie cose, ndr) e di tutto ciò che ci rende noi, noi. I nostri cuori sono pesanti ma il nostro spirito è forte. 

Signor presidente, 6 minuti dopo che con la chiamata al 111 è stata allertata la polizia, la polizia era sul posto. L’arresto in sé non è stato niente di meno che un atto di coraggio. Due ufficiali della polizia hanno speronato il veicolo dal quale l’assalitore continuava a sparare. Hanno aperto la portiera della macchina – dentro c’era dell’esplosivo – e lo hanno tirato fuori. So che tutti noi desideriamo dare atto alle forze dell’ordine del fatto che con le loro azioni mettono la sicurezza dei neozelandesi al di sopra della loro, e per questo li ringraziamo. Ma non sono stati gli unici a mostrare un coraggio straordinario. Naeem Rashid, originario del Pakistan, è morto dopo essersi gettato addosso al terrorista per togliergli la pistola. E’ morto cercando di salvare coloro che stavano pregando al suo fianco. Abdul Aziz, originario dell’Afghanistan, ha affrontato il terrorista armato dopo aver afferrato la prima cosa che gli è capitata a tiro, un semplice pos. Ha messo a repentaglio la propria vita e senza dubbio ha salvato quella di molti altri con il suo coraggio altruista.

Ci saranno innumerevoli storie, alcune delle quali non conosceremo mai, ma a ciascuna, vogliamo mostrare riconoscimento qui, in quest’Aula. Per molti di noi il primo segno della portata di questo attacco terroristico sono state le immagini del personale di ambulanza che trasportava le vittime all’ospedale di Christchurch. Ai primi soccorritori, alle ambulanze e agli operatori sanitari che hanno assistito e che continuano ad assistere coloro che sono stati feriti: vogliate accettare il sentito ringraziamento di tutti noi. Ho visto con i miei occhi la vostra cura e la vostra professionalità di fronte a sfide straordinarie. Siamo orgogliosi del vostro lavoro e incredibilmente grati.

Signor presidente, se lei permette, mi piacerebbe parlare di alcune delle misure attualmente in vigore, in particolare per garantire la sicurezza della nostra comunità musulmana e, più in generale, la sicurezza di tutti. Come nazione, restiamo in allerta. Anche se al momento non c’è una minaccia specifica, stiamo mantenendo alta la guardia. Sfortunatamente, come abbiamo visto in paesi che conoscono gli orrori del terrorismo più di noi, c’è spesso uno schema di tensione e azioni in crescendo nelle settimane successive, il che significa che abbiamo bisogno di controllare e vigilare.

Abbiamo aumentato la presenza delle forze di sicurezza, ancora in corso a Christchurch, e come indicato dalla polizia, continuerà a esserci presenza di polizia nelle moschee in tutto il paese mentre le loro porte sono aperte. Quando saranno chiuse, la polizia resterà nelle vicinanze. C’è un’enorme attenzione nel garantire che i bisogni delle famiglie vengano soddisfatti. Questa deve essere la nostra priorità. È stato allestito un centro di assistenza sociale vicino all’ospedale di Christchurch per assicurarsi che le persone sappiano dove rivolgersi. I visti per i familiari all’estero sono una priorità in modo che possano partecipare ai funerali. I costi funerari sono coperti e ci siamo mossi rapidamente per garantire che siano inclusi i costi di rimpatrio per i familiari che vorrebbero portare i loro cari via dalla Nuova Zelanda. Stiamo lavorando per fornire assistenza psicologica e sociale. Il numero 1737 ha ricevuto circa 600 messaggi o telefonate.

In media durano circa 40 minuti e incoraggio chiunque abbia bisogno di contattare e utilizzare questi servizi. Sono lì per voi. Abbiamo anche previsto un servizio di traduzione per tutti quelli che ne avranno bisogno: a chi lavora a questo centro, grazie. I nostri servizi di intelligence stanno raccogliendo informazioni aggiuntive. Come in passato, le stiamo prendendo in grande considerazione. So, signor presidente, che ci sono stati molti e giusti interrogativi sul perché questo attacco sia stato fatto proprio qui, in un luogo che è orgoglioso del suo essere aperto, pacifico e vario. C’è rabbia per il fatto che è accaduto qui. Ci sono molte domande che ancora devono trovare risposta e posso assicurarvelo: daremo le risposte. Ieri il governo ha deciso di aprire un’inchiesta sui fatti che hanno portato al 15 marzo. Analizzeramo quello che sapevamo, quello che avremmo dovuto sapere e quello che avremmo potuto sapere. Non possiamo permettere che accada di nuovo.

Per garantire la sicurezza ai neozelandesi dobbiamo esaminare con grande franchezza la nostra legge sulle armi. Come ho già detto, questa legge deve cambiare. Il governo si è riunito ieri e ha stilato alcuni principi guida, settantadue ore dopo l’attentato. Prima che ci rivedremo, lunedì prossimo, annunceremo le nostre decisioni. Signor presidente, c’è una persona al centro di questo atto di terrorismo contro la nostra comunità musulmana in Nuova Zelanda. Un uomo di 28 anni, cittadino australiano, è stato accusato di omicidio. Seguiranno altri capi di imputazione. Dovrà affrontare tutta la forza della legge della Nuova Zelanda e le famiglie delle vittime avranno giustizia.
Cercava di ottenere molti risultati dal suo atto di terrorismo, e uno di questi è la notorietà. Per questo, non mi sentirete mai pronunciare il suo nome. È un terrorista. È un criminale. È un estremista. Ma quando parlo sarà senza nome. E imploro tutti voi e tutti quanti: pronunciate forte il nome di chi è rimasto senza vita, non quello di chi gliel’ha tolta, la vita. Forse cercava notorietà, ma noi in Nuova Zelanda non gli daremo nulla. Nemmeno il suo nome.

Signor presidente, guarderemo anche al ruolo dei social media e a quel che possiamo fare, anche a livello internazionale e all’unisono con i nostri alleati. Non c’è dubbio che le idee e il linguaggio della divisione e dell’odio esistono da decenni, ma come si distribuiscono, gli strumenti della loro organizzazione, questi sono elementi nuovi. Non possiamo semplicemente rilassarci e accettare che queste piattaforme restino così e che ciò che viene scritto su di loro non sia responsabilità del supporto su cui sono scritte. Loro sono l’editore. Non sono soltanto il postino. Non può esistere un caso di solo profitto senza responsabilità. Questo ovviamente non elimina la responsabilità che noi tutti dobbiamo avere come nazione, per combattere il razzismo, la violenza e l’estremismo. Non ho tutte le risposte adesso, ma dobbiamo trovarle tutti assieme. E dobbiamo agire.

Signor presidente, siamo profondamente grati per tutti i messaggi di cordoglio, sostegno e solidarietà che stiamo ricevendo dai nostri amici in tutto il mondo. E siamo grati alla comunità musulmana mondiale che ci ha sostenuto, e noi ricambiamo il sostegno.
Concluderò ricordando alcune delle molte storie che ci hanno colpito tutti dal 15 di marzo. Ne vorrei citare una, quella di Hati Mohemmed Daoud Nabi. Era un uomo di 71 anni che ha aperto la porta della moschea di Al Noor e ha pronunciato le parole “Salve fratello, benvenuto”. Sono state le sue ultime parole. Ovviamente non aveva idea dell’odio che si trovava dietro a quella porta, ma il suo benvenuto ci dice moltissimo – ci dice che era membro di una fede che accoglieva tutti i suoi membri, che mostrava apertura e gentilezza. L’ho detto molte volte, signor presidente: siamo una nazione di 200 etnie e 160 lingue. Apriamo le nostre porte agli altri e diciamo: benvenuto. E l’unica cosa che deve cambiare dopo quello che è successo venerdì è che questa stessa porta deve rimanere chiusa davanti a quanti professano odio e paura.

Sì, la persona che ha commesso quegli atti non era di qui. Non è stato cresciuto qui. Non ha trovato qui la sua ideologia, ma questo non significa che altri che la pensano allo stesso modo non vivano qui. Come nazione, io so che desideriamo fornire tutto il sostegno che possiamo alla nostra comunità musulmana nella sua ora più buia. Lo stiamo facendo. La montagna di fiori che giace alle porte delle moschee in tutto il paese, i canti spontanei davanti ai cancelli. Questi sono modi di esprimere amore ed empatia. Ma vorremmo fare di più. Vorremmo che ogni membro delle nostre comunità si sentisse al sicuro. Sicurezza significa essere liberi dalla paura della violenza. Ma significa anche essere liberi dalla paura dei sentimenti di razzismo e odio, che creano un ambiente dove la violenza può prosperare. E ciascuno di noi ha il potere di cambiare le cose. Signor presidente, venerdì sarà una settimana dall’attacco. I membri della comunità musulmana si riuniranno per la preghiera quel giorno. Condividiamo il loro lutto. Sosteniamoli mentre si riuniscono e pregano. Siamo una cosa sola, noi e loro.

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