mercoledì 5 gennaio 2011

Battisti e gli intellettuali francesi

Battisti e la Francia, l'ignoranza militante
di BARBARA SPINELLI
 

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l'abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all'Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal.

I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell'illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.

Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d'aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, "ascolta come la notte s'inconca e s'incava". Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L'accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un'incapacità radicale a comprendere il male inflitto all'innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.
Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un "ancien enragé divenuto scrittore". Gli enragés (letteralmente: "gli arrabbiati") furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza "eroe rivoluzionario". Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro "un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo", come se la giustizia concernesse altro che l'individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l'assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all'altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.
Il fatto, sempre che i fatti contino, è che Battisti non è solo un intellò. Fu un criminale comune fino a quando per comodità si mascherò da rivoluzionario, aderendo ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo).
Scappato dal carcere, fu condannato in contumacia per aver ucciso tre uomini e concorso a un quarto omicidio, fra il '78 e il '79, e nei tre gradi di giudizio fu assistito da avvocati da lui istruiti. Nell'81 era fuggito a Parigi profittando della dottrina Mitterrand, abiettamente travisata. In realtà il Presidente fu chiaro, quando l'espose il 22 febbraio e il 20 aprile '85: l'asilo offerto escludeva tassativamente "chi si era macchiato di crimini di sangue" o di "complicità evidente in vicende di sangue", e riguardava i fiancheggiatori dissociati dal terrorismo.

Gli intellettuali mobilitatisi per Battisti si immaginano eredi non solo dei dreyfusardi ma dei moralistes francesi vissuti fra il '500 e il '700. I moralisti non facevano la morale ma descrivevano la storta natura dell'uomo, a cominciare dalla propria, con impietosa ironia. Penso a Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Vauvenargues, Chamfort. Nei pretesi loro eredi non è mancato questo sguardo spietato e anticonformista, quando hanno fustigato il proprio esser comunisti: i "nuovi filosofi" hanno capito Solženicyn assai prima degli italiani, dei tedeschi. Ma uno strabismo singolare li affligge: ben più arduo, se non impossibile, è approfondire ancor più l'esame di sé. Quando maneggiano il concetto di rivoluzionario o di intellettuale, l'acume diminuisce. Aver ghigliottinato un re è motivo immutato d'orgoglio, che li rende superiori a ogni europeo.

Anche l'universalismo, di cui i francesi si vantano, li rende ciechi ai propri limiti, incapaci di apprendere. Il loro contributo all'unione europea è un impasto di universalismo decorativo e nazionalismo effettivo. Ci sono princìpi a tal punto sacralizzati da ossificarsi e perire come stelle che per noi brillano nonostante siano morte da tempo. Molte dispute intellettuali avvengono tra francesi. Non parlano all'Europa né al mondo, verso i quali l'ignoranza è spesso abissale.

È l'ignoranza militante che provai a descrivere il 14 marzo 2004 su Le Monde, in una lettera aperta su Battisti agli amici francesi, ma si sa che le parole informative non servono quando non si vuol sapere e si vive nel performativo (basta che io dica una cosa e la cosa è, anche se contraddetta dai fatti). Quel che si vuol ignorare è come funziona la giustizia in Italia, la sua indipendenza ben più solida che in Francia, la lotta che i magistrati conducono contro la mafia, la corruzione, la politica ridotta a lucro privato. È un'ignoranza non ingenua ma attivisticamente coltivata. Ebbe forme analoghe anche nel '68: un '68 che i francesi, più saggi, hanno saputo frenare prima che degenerasse in terrorismo. Essendosi tuttavia fermati in tempo, nulla sanno dei suoi baratri, del valore della legalità. Non a caso parlano lo stesso linguaggio di tanti marxisti finiti con Berlusconi. Lo spirito libertario del '68, lo hanno stravolto facendosi libertini. Il disprezzo delle istituzioni, della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai "teoremi giudiziari", stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un capro espiatorio e non di un condannato. Non stupisce che qualche mese fa Berlusconi abbia confidato a un ministro: "Battisti è un personaggio orribile, e non capisco perché dovremmo fare i salti di gioia alla prospettiva di doverlo mantenere noi per anni nelle nostre galere".

Rivolgendosi agli italiani, Lévy ci invita a "voltare la pagina degli anni di piombo", o almeno a pensarli "senza passione, con equità, evitando la terribile logica del capro espiatorio". È una solfa che gli italiani conoscono: meglio voltar le pagine del fascismo, delle stragi, di Mani Pulite, dell'omicidio di Falcone, Borsellino, delle loro eroiche scorte. Ma le pagine si voltano ricordando e facendo giustizia (la clemenza viene dopo i verdetti), altrimenti restano lì, infezione letale. Oppure le si gira e basta, come fanno gli scemi o gli arruolati dell'Ignoranza, due categorie così affini. Persino Gesù faticava, con gli stupidi. C'è un suo detto islamico, citato da Sabino Chialà, che confessa: "Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli stupidi non sono riuscito" (I detti islamici di Gesù, Mondadori). Di ignoranza militante e ebete non abbiamo bisogno che venga da fuori: ne abbiamo già tanta in casa. L'amalgama creatosi fra terrorismo, mafia, corruzione, sprezzo della magistratura: non è una vecchia pagina da voltare. È il presente limaccioso che viviamo.
Tutte queste vicende i francesi non le capiscono. Pur avendo compiuto la rivoluzione e chiamato ogni uomo allo stesso modo  -  citoyen  -  lo spirito di casta è tenace. Se sei un intellettuale hai speciali immunità, anche se hai ammazzato tua moglie come il filosofo Althusser. Già Tocqueville trovava intollerabile la mistura francese tra politici e letterati.

Fa parte dell'astrattezza letteraria (la più obbrobriosa forse) considerare gli ex terroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto è chi esce battuto essendo stato un combattente, regolare o guerrigliero, o un vero enragé. Gli si deve rispetto: con lui si ricostruirà un ordine. Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della storia italiana.
(La Repubblica, 05 gennaio 2011)

martedì 28 dicembre 2010

Politica: ruolo dei cattolici

Su La Stampa di oggi un interessante articolo di Gian Enrico Rusconi dal titolo: Le amnesie dei cattolici.
Mi sembra davvero degno di riflessione. Ve ne riporto un estratto.
ciao
beppe

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.
[...] 
In questo contesto, Casini si presenta come l'uomo politico in grado di ricompattare l'intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un'ipotetica ripresa laica. E' questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.
Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell'elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi - a costo di dire cose sgradevoli.

Non c'è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell'età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell'espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall'elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti - i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell'Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta - sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo - senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro - disse - c'era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d'anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell'evento dell'incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».
Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell'Uomo giusto vittima dell'ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell'identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l'autentico significato teologico - traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico - è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.
Se i cattolici hanno l'ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell'interpretare e nel gestire l'etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

domenica 26 dicembre 2010

Chomsky, manipolazione mediatica

**Le 10 Strategie di Manipolazione Mediatica**

Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media: attualissima e geolocalizzabile senza traslazioni anche (e direi soprattutto) in Italia..
Luca

1- La strategia della distrazione
L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. “Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni.
Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3- La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4- La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.
Sfruttate l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti...

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. * “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori".

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti ...

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.
Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10- Conoscere agli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.
Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su se stesso.

Fonte: http://www.visionesalternativas.com

martedì 21 dicembre 2010

Noi siamo Chiesa

Comunicato Stampa
NOI SIAMO CHIESA
Roma, 10 dicembre 2010

"Noi Siamo Chiesa" propone una svolta urgente nel rapporto tra Chiesa e politica

Il malsano rapporto tra i vertici della Chiesa e il governo non viene minimamente scalfito da una crisi politica, sociale e di credibilità senza precedenti. Bertone, Berlusconi, Crociata oltre a undici ministri e a nove cardinali si sono trovati in questi giorni a pranzo. Ruini ha ripreso a intervenire direttamente, secondo il suo costume, distribuendo a destra e a manca inviti ed ordini. Sono comportamenti che comunicano un messaggio chiaro. E' quello di un inciucio che incontra sempre maggiori perplessità e esplicite resistenze nella base cattolica e ostilità diretta in una vasta area dell'opinione pubblica. Questa emergenza è l'occasione per "Noi Siamo Chiesa" di esprimere alcuni propri punti di vista generali sulla situazione, partendo dalla sua collocazione interna alla Chiesa.. Come cristiani infatti non possiamo tacere chiudendoci nella poco evangelica autosufficienza dei nostri "eventi", della nostra stampa, delle nostre parrocchie o magari delle nostre preziose ma insufficienti iniziative di intervento sociale. "Noi Siamo Chiesa" già in passato si è sentita obbligata a criticare ripetutamente e aspramente il rapporto dei vertici della Chiesa e di una parte del mondo cattolico con la politica e con le istituzioni In questo momento ripetiamo quali sono, a nostro giudizio, queste pesanti responsabilità, che sono una delle cause non secondarie della crisi:
--- la del tutto insufficiente reazione alle culture dell'immagine, del successo, del denaro, dell'emarginazione del diverso che sono da vent'anni valori dominanti nella vita sociale e politica;
--- l'alleanza abbastanza esplicita, anche se mai chiaramente dichiarata e quindi ipocrita, con il governo in carica per ottenere contropartite in privilegi materiali di ogni genere, pagate con il silenzio su ogni tipo di
malgoverno, di carente moralità pubblica e di passività o di complicità nei confronti dei poteri criminali. Questo connubio è tanto più censurabile se lo si confronta con la sorda ostilità nei confronti del governo precedente;
--- l'irruente invadenza su temi cosiddetti "etici" per ottenere soluzioni legislative del tutto discutibili senza lasciarle alla mediazione democratica ed ignorando le opinioni contrarie, anche dal punto di vista teologico, sui c.d. "valori non negoziabili";
--- la sostanziale acquiescenza nei confronti della politica di riarmo in corso e della guerra in atto in Afghanistan (e prima in Iraq)

Queste posizioni hanno dimostrato un deficit di laicità nel rapporto con le istituzioni e una carente preoccupazione per la vita della nostra democrazia. Esse hanno contribuito da una parte a creare una cattiva cultura nell'opinione cattolica, dall'altra ad allontanare tanti da un rapporto con il messaggio dell'Evangelo perché sempre oscurato, anche grazie ai mass-media, dallo schermo deformante determinato dalle posizioni concrete del Vaticano e della CEI. E' ora necessaria una svolta da parte dei vertici ecclesiastici. Le difficili prossime settimane dovrebbero fornirne l'occasione, anche se i fatti di questi giorni non vanno in questa direzione. Ci facciamo interpreti di tanti nel mondo cattolico nel chiederla, nel pretenderla. Le preoccupazioni manifestate recentemente da alcuni vescovi devono essere l'occasione per avviare da subito un cambiamento che si fondi su una riflessione autocritica sul passato. E nel popolo di Dio alzino la voce quanti, in primis le associazioni, hanno subìto in questi anni, in modo silenzioso, le ingerenze scorrette, gli intrighi dietro le quinte nei rapporti con le forze politiche e le istituzioni; non tacciano quanti sono impegnati in azioni sociali efficaci a difesa dei più deboli, contro la criminalità, per la pace. Tutti chiedano che la Chiesa faccia un passo indietro dal pretendere sempre di più in risorse e leggi e sappia rapportarsi con la cultura "laica" non più sulla base della diffidenza o della aperta ostilità. Tutti pretendano che la Chiesa confermi, testimoni e divulghi la propria convinta adesione ai valori costituzionali, a partire dall'art. 11. Il problema vero non è quello della difesa del sistema ecclesiastico ma è quello di dare testimonianza credibile dell'Evangelo anche e soprattutto verso i cosiddetti "lontani". L'emergenza di oggi potrebbe essere provvidenziale nel proporre e nell'attivare durante la crisi un nuovo impegno di tutti i cattolici per maggiore solidarietà, maggiore laicità, maggiore speranza nel futuro.

NOI SIAMO CHIESA
Via N. Benino 3, 00122 Roma
Via Soperga 36, 20127 Milano
Tel. 3331309765 - 022664753
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Internet: www.noisiamochiesa.org

venerdì 17 dicembre 2010

B. si sapeva già tutto

Alcuni giorni fa Marco Travaglio ha riportato sul Fatto Quotidiano quanto scritto e detto da Indro Montanelli (non certo uomo di sinistra) su B. circa 10-15 anni fa

beppe

Nell'estate del 1994, la prima di B. al governo, Montanelli scrisse sulla Voce: "Oggi, per instaurare un regime, non c'è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul Palazzo d'Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti".

Sette anni dopo, l'ultima volta che s'incontrarono in tv, nel 2001, Biagi gli chiese una previsione. E lui: "Berlusconi, se vince, governerà senza quadrate legioni, ma con molta corruzione" (il direttore di Rai1, Maurizio Beretta, censurò la frase e fece subito carriera in Confindustria).