domenica 17 novembre 2019

...mentre incendiano il locale della famiglia Impastato

"Io la mafia non l'ho mai vista come una piovra, per me la mafia è una pantera: agile, feroce, vigile". Era l'ultima intervista, e Giovanni Falcone, a Roma, parlava così di quella Cosa nostra che aveva già predisposto tutto e l'aspettava a Capaci.
Restando all'idea di Falcone, potremmo dire che la mafia, come la pantera, se ne sta sempre ben nascosta, quasi irraggiungibile, di tanto in tanto se ne trovano le tracce, si raccolgono i resti di chi resta vittima dei suoi artigli, raramente esce allo scoperto, a volte lo fa per una zampata. Come l'altra notte, con l'incendio alla pizzeria della famiglia di Peppino Impastato.
Nella logica di Cosa nostra quella zampata, al di là del valore oggettivo, al di là dei danni, che comunque compromettono l'attività, ha un valore simbolico che va oltre il risultato della zampata. Peppino è vivo, il suo ricordo è un'arma che forse la stessa mafia aveva sottovalutato. Generazioni nuove, che non c'erano ancora al tempo di quel delitto camuffato, sanno chi fu Peppino, e in chiave contemporanea fanno quello che seppe fare Impastato contro quella Cosa nostra che aveva conosciuto nell'interno di famiglia. Cento passi non lo spaventarono, i cento passi che lo dividevano dalla casa di don Tano Badalamenti, cento passi non spaventano i tanti giovani della meglio gioventù dell'Isola che, spesso isolati, non raccontati, fanno dell'impegno civile contro l'illegalità il senso pieno della loro testimonianza. L'attentato alla pizzeria degli Impastato non a caso arriva poco tempo dopo la decisione, attesa da troppo tempo, di recuperare e rendere fruibile il casolare dove Peppino Impastato fu ucciso.
Eliminato da più mani, che tentarono di farlo apparire un terrorista caduto sul "lavoro". Ma contro la mafia e il malaffare Peppino non usava esplosivo ma esplosive parole di denuncia. Era il 9 maggio del'78, il corpo dilaniato di Peppino fu trovato alle prime ore del mattino dai macchinisti di un treno in transito lungo la linea Trapani-Palermo. Il binario tranciato di netto, Peppino smembrato.
A pezzi restituito alla madre Felicia. Trapani-Palermo, un treno che ritorna questa mattina nell'indagine che ha portato ad altri mafiosi riconducibili a Matteo Messina Denaro, irraggiungibile dal giugno del'93. Uno degli arrestati di questa mattina, andato a vivere a Bologna, parla di Messina Denaro che si sposta in treno, in uno di quei lenti treni con i quali convive la Sicilia. Messina Denaro che magari sale nel Trapani-Palermo delle 5.45 e che passa proprio davanti al casolare di Impastato, e poi davanti al tratto di autostrada di Capaci, con la stele che ricorda Giovanni Falcone. Dietro gli arresti di questa mattina, tanta droga, tra Marocco, Spagna e Italia. Dietro gli arresti di questa mattina, l'immancabile ombra della massoneria. L'anziano avvocato radiato per mafia e droga, arrestato a Bologna, era armato di cappuccio e grembiulino. Come tantissimi mafiosi, come tanti, preziosi fiancheggiatori e complici.
Tutti a cerchio attorno al superlatitante, a fargli da scudo, a foraggiarlo, a dividere con lui piccoli, grandi bocconi di ricchezze smisurate. E mentre si muovevano queste cose, la cronaca ci ha appena dato le immagini parziali della storica aula del maxiprocesso: entra un signore in doppiopetto e camicia nera, chiede di non essere ripreso, siede davanti alla corte solo il tempo di dire che non ha intenzione di rispondere.
L'uomo in doppiopetto era stato citato dalla difesa dell'uomo che più gli fu vicino nella buona e nella cattiva sorte. Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi. Ma questa è un'altra storia, e il silenzio dell'uomo in doppiopetto potrebbe aprire un capitolo nuovo. 



In Rai, Vicedirettore del Giornale Radio e del Tg3, dove ha curato Primo Piano, approfondimento della sera del telegiornale. In precedenza, curatore di Mediterraneo, il settimanale televisivo internazionale realizzato a Palermo con France3 e altre tv europee. E'stato nella redazione di Sergio Zavoli per l'inchiesta a puntate "Viaggio nel Sud" ed ha firmato per il Tg3 "RT-Rotocalco" il settimanale che ha segnato il ritorno in Rai di Enzo Biagi, dopo il cosiddetto "Editto bulgaro".
Agli inizi degli anni'90, in Sicilia, ha diretto "Suddovest", periodico che fu protagonista di una importante stagione politica e culturale dell'Isola.

giovedì 14 novembre 2019

Peppino Impastato, voce e scritti

Nella notte del 9 maggio del 1978, il corpo senza vita di Peppino Impastato fu abbandonato sulla linea ferroviaria di Cinisi. Un assassinio che passò quasi inosservato alla stampa nazionale, perché nel frattempo si consumava un altro delitto: quello di Aldo Moro. Oggi non c'è italiano che non conosca la sua storia. Il rifiuto di seguire le orme del padre e della sua famiglia nel mondo asfittico della mafia, l'impegno politico e l'attivismo culturale e radiofonico su Radio Aut, la stazione in cui per due anni (dal 1976 alla morte) denunciò i traffici di droga della mafia locale e ne sbeffeggiò i capi. 

La cultura ha assorbito da anni la grande lezione di Peppino, ed è difficile trovare qualcuno che non abbia cantato o abbia ballato sulle note della canzone che gli hanno dedicato i Modena City Ramblers (nell'album ¡Viva la vida, muera la muerte!, 2004) o che non abbia mai visto la splendida interpretazione di Luigi Lo Cascio nel film "I cento passi" (regia di Marco Tullio Giordana, 2000) - ormai un culto, riproposto continuamente nelle scuole per coltivare memoria e impegno.

Ma Peppino Impastato non era soltanto un intellettuale impegnato; possedeva anche un'innata sensibilità, che riversò in poesie di rara bellezza. Per la profonda corporeità della parola e dei simboli, immersi in una sintassi elementare, queste poesie ricordano i versi di Cesare Pavese. Sembra di avvicinarsi al nucleo pulsante di una verità che ha insieme le fattezze di un uomo e di un fiore, e possiede una grazia mortale...


E venne da noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
nè fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.

lunedì 14 ottobre 2019

[IRAN] la ragazza blu

Per la prima volta dopo quasi 40 anni, il 10 ottobre le donne iraniane sono entrate allo stadio Azadi di Tehran per vedere la partita della nazionale contro la Cambogia (finita 14-0).
Il suicidio di qualche settimana fa davanti alla corte di Tehran di Sahar, la ragazza blu, arrestata perché era andata allo stadio travestita da uomo, ha cambiato tutto.
Una ragazza giovane che si da fuoco perché non vuole andare in galera, ha scioccato tutti nel mondo ma sopratutto Gianni Infantino (FIFA) che ha obbligato il regime iraniano ad aprire alle donne gli stadi.

La ragazza delle foto che ha visto la partita di ieri dallo stadio ha scritto: "Ragazza blu dell'Iran! Il tuo nome è rimasto nella storia per sempre."
Ad un certo punto una delle poliziotte strappa la scritta. Rimane solo la parte "ragazza blu" e poi nemmeno quella. E così lei, la ragazza che ricorda la sua eroina, diventa lei stessa un'eroina.
Tutto qui.
La Persiana aperta

Trovo queste foto più poetiche di mille poesie.
Il fotografo è Mohsen.Abolghasem (attivo su instagram)




domenica 1 settembre 2019

[IRAN] #io_sono_il_quindicesimo

Aggiornamento sulle sentenze alle attiviste iraniane:
Saba Kord Afshar:
(ventenne), 24 anni di galera per aver protestato contro il velo obbligatorio, condannata per "diffusione della corruzione e della prostituzione, propaganda contro lo Stato e cospirazione nei confronti della sicurezza nazionale".
Saba sollevò l'hijab durante la protesta del "mercoledì bianco" ad inizio 2019. Il verdetto è stato emesso il 19 agosto dal Tribunale rivoluzionario di Teheran, ma l'avvocato della giovane è stato avvisato solo in questi giorni.
Kord Afshar è stata arrestata per la prima volta il 2 agosto del 2018 per aver partecipato ad una protesta pacifica in Iran. Liberata nel febbraio del 2019, è tornata in carcere a giugno per nuove manifestazioni.
Per lei si stanno mobilitando diversi difensori dei diritti civili fra cui la giornalista iraniana Masih Alinejad, in esilio tra Londra e New York dal 2009, per aver promosso delle iniziative contro il governo.

Atefeh Rangriz:
11 anni di galera e 74 frustate per aver difeso il diritto dei lavoratori lo scorso maggio (35 lavoratori arrestati durante una manifestazione di fronte al parlamento).




giovedì 29 agosto 2019

Amazzonia

E' peggio che villano, è criminale infliggere una ferita non necessaria all'albero
che ci nutre o ci protegge. 

I vecchi alberi sono i nostri genitori, e forse genitori dei nostri genitori. [...] 
Guàrdati dall'uomo che abbatte un albero per raggiungerne i frutti!
 
(Henry David Thoreau,
Ascoltare gli alberi).