venerdì 7 giugno 2013

Cucchi e gli altri

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l´aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita.“

”I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.
” 

Erri de Lucascrittore

 

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Violenze e crimini senza colpevoli, nel buio delle carceri

Troppo spesso sono le forze dell'ordine a macchiarsi di abusi e violenze contro i detenuti. Troppe le morti sospette, segnate dal silenzio delle istituzioni. Perché l'Italia non ammette la pena di morte e la tortura, ma forse le tollera quando avvengono dietro le sbarre

di Samanta Di Persio - Cadoinpiedi, 6 Giugno 2013

Samanta Di Persio Quando intervistai la madre e la sorella di Stefano Cucchi ci incontrammo vicino al luogo dove fu arrestato il ragazzo. Le due donne, seppur disperate e straziate dal dolore, avevano una speranza: la giustizia. Raccontavano il dramma di Stefano, avevano messo a nudo la loro vita, foto diffuse attraverso i media con l'unico obiettivo di scoprire la verità. Iniziarono ad informarsi e trovarono Fabio Anselmo, l'avvocato della famiglia Aldrovandi. Dall'alta parte però sui giornali comparivano le parole prive di fondamento dei massimi esponenti delle istituzioni: Giovanardi (allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia ed al contrasto per le tossicodipendenze) definì Stefano Cucchi un drogato morto di anoressia, La Russa espresse piena fiducia nelle forze di polizia. Giudizi per influenzare l'opinione pubblica, prima che la magistratura accerti cosa sia accaduto, non dovrebbero esprimersi in un Paese civile e democratico. Stefano Cucchi è stato portato in carcere e nella cartella clinica c'è scritto: "Riferisce caduta accidentale nella giornata di ivi (16/10/2009) consigliato ricovero presso Fatebenefratelli che il detenuto ha rifiutato" Inoltre lamentava dolore all'addome e alla regione sacro coccigea. In un altro referto si può leggere "Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente, di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alla regione sacrale e agli arti inferiori, ma rifiuta l'ispezione." Già questi pochi dettagli bastano per sollevare dei dubbi. Aspetteremo le motivazioni della sentenza che assove gli infermieri, ma soprattutto gli agenti di polizia penitenziaria. Da non dimenticare che Stefano la prima notte la trascorse nella caserma dei carabinieri e la mattina in tribunale aveva già il volto segnato, ma i carabinieri raramente vengono indagati.

Da "La pena di morte italiana". Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono morti in circostanze oscure dopo l'arresto da parte delle forze dell'ordine. Casi ormai emblematici che grazie allo sforzo delle famiglie sono arrivati in tribunale. Ma per poche storie che hanno conquistato le prime pagine dei quotidiani, ce ne sono molte altre che l'opinione pubblica ha dimenticato o ignorato. Come quella di Niki Aprile Gatti, arrestato per una frode informatica in cui è coinvolta la società dove lavora. Unico tra i 18 accusati, accetta di collaborare, e cinque giorni dopo viene trovato impiccato in prigione. Come può un laccio da scarpe aver retto il peso di un ragazzo di 92 chili? E Fabio Benini, morto a trent'anni di infarto alle Vallette di Torino: soffriva di anoressia, aveva perso 50 chili e collassava due volte al giorno, perché nessuno ha saputo intervenire? Non bastano il sovraffollamento e l'inadeguata assistenza psicologica e sanitaria a spiegare queste storie: spesso sono proprio le forze dell'ordine a macchiarsi di omissione di soccorso, abusi e violenze contro i detenuti che dovrebbero proteggere e rieducare. Troppe le morti sospette, segnate dal silenzio delle istituzioni. Perché l'Italia per legge non ammette la pena di morte e la tortura, ma forse le tollera quando avvengono dietro le sbarre.

sabato 1 giugno 2013

Ratificata la Convenzione di Istanbul

La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani a tutti gli effetti e nasce dalla discriminazione sociale nei loro confronti. A metterlo nero su bianco è la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, siglata a Istanbul nel 2011 e ora ratificata all’unanimità dalla Camera dei deputati italiana. Dopo l’escalation di aggressioni contro le donne degli ultimi mesi, e i continui appelli della società civile, anche l’Italia compie un primo passo importante verso la lotta a questo genere di violenze.

I principi fondamentali. La Convenzione, composta da 81 articoli, rappresenta il primo strumento internazionale in grado di vincolare giuridicamente gli Stati alla tutela dei diritti delle donne. L’obiettivo è quello di dar vita finalmente a “un quadro normativo completo” capace di contrastare e prevenire qualunque tipo di violenza contro le donne, compresi gli abusi subiti tra le mura domestiche. Ancora oggi è soprattutto la disuguaglianza, ormai “storica”, la causa principale delle violenze contro le donne. Violenze dalla “natura strutturale”, “basate sul genere”, che rappresentano “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Meccanismi che a loro volta impediscono da sempre “una piena emancipazione delle donne”. La lotta alla violenza nei loro confronti passa quindi necessariamente dal raggiungimento dell’uguaglianza di genere “de jure e de facto”. 

Gli obiettivi. Per contrastare questo tipo di violenza la Convenzione sottolinea la necessità di predisporre “un quadro globale di politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza”, in modo tale da mettere le autorità competenti in grado di agire e collaborare efficacemente, anche a livello internazionale.

Gli obblighi per gli Stati. La Convenzione obbliga dunque gli Stati aderenti ad adottare tutte le misure legislative necessarie per la tutela delle donne vittime di violenza. A partire dal dovere di perseguire i reati riconosciuti dalla Convenzione stessa (come stupro, mutilazioni genitali, stalking e violenze psicologiche), fino a forme concrete di assistenza (come servizi di supporto anche legale, case rifugio, linee telefoniche di sostegno) e al diritto al risarcimento civile per gli abusi subiti (senza oneri per le vittime).
Tramite la Convenzione gli Stati si impegnano inoltre ad avviare tutte le politiche necessarie a promuovere la parità tra i sessi, anche attraverso campagne di sensibilizzazione in grado di rendere la società più consapevole nei confronti di queste forme di violenza e delle loro conseguenze, nonché della necessità di prevenirle. Tradizioni, pregiudizi e costumi basati “sull’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini” sono, infatti, le principali cause della violenza contro le donne: combatterli tramite l’informazione e l’educazione è la vera sfida. Al GREVIO, gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne, spetterà il compito di vigilare sull’attuazione della Convenzione da parte degli Stati aderenti.
Il testo è stato approvato all’unanimità dalla Camera e passerà ora all’esame del Senato. L’Italia è la quinta nazione a ratificare la Convenzione dopo Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo. Per poter entrare in vigore la Convenzione dovrà essere approvata da dieci Stati, di cui almeno otto del Consiglio d’Europa. Il voto dell’Aula di Montecitorio, accolto da un lungo applauso, è arrivato nel giorno dei funerali di Fabiana, la ragazza di appena 16 anni brutalmente uccisa dal fidanzato a Corigliano Calabro.
 Francesca Pintor,
Diritto di Critica

Rinuncia il capo della commissione internazionale contro l'impunità

Polemiche, dimissioni o rinuncia per motivi personali: quali che siano le reali motivazioni, dopo giorni di dichiarazioni e smentite, il responsabile della Commissione internazionale contro l’impunità (Cicig), il costaricano Francisco Dall’Anese, lascerà il suo mandato a settembre.
Lo ha confermato lo stesso Palazzo di Vetro annunciando che sono già cominciate le consultazioni per trovare il successore dell’organismo – unico al mondo nel suo genere – attivo dal 2006 in Guatemala sotto l’egida dell’Onu.
L’annuncio del ritiro di Dall’Anese – anche il suo predecessore, lo spagnolo Carlos Castresana, si era dimesso nel 2010 denunciando una cospirazione ai suoi danni – è giunto in concomitanza con una dura polemica legata al processo per genocidio contro l’ex dittatore Efraín Ríos Montt.
La Cicig ha criticato il pronunciamento pubblico di 12 personalità che il 16 aprile – subito dopo la condanna a 80 anni inflitta a Ríos Montt e prima che la sentenza fosse clamorosamente annullata – si erano espresse contro il dibattimento. Per tutta risposta la Commissione ha richiamato i firmatari del pronunciamento “alla misura” accusandoli di voler “incidere sulla decisione giudiziaria per ottenere una sentenza assolutoria”.
Le critiche della Cicig sono state poi fortemente contestate dal governo che si è lamentato presso l’Onu definendo la condotta della Commissione “non appropriata”.
Missionary international service news agency

sabato 25 maggio 2013

Capaci, 21 anni dopo

Il 23 maggio 1992 qualcuno trasformò un'azione di vendetta mafiosa in un atto di brutale manifestazione politica, cioè in una strage. Il "doppio livello" dello stragismo e dell'omicidio politico ha garantito l'impunità ai mandanti, lasciando i processi irrisolti e un Paese in cerca di verità

"La strage di Capaci è al 90% di mafia, il resto lo hanno messo altri, per quella di via D'Amelio siamo 50 e 50 e per le stragi sul continente la percentuale mafiosa scende vertiginosamente".
Luca Cianferoni, avvocato di Toto' Riina, 2010.

La strage di Capaci non fu opera solo degli uomini di Toto Riina: ormai si può affermare questa verità oltre ogni ragionevole dubbio.
Un uomo della Gladio siciliana mi ha parlato concretamente di un "doppio livello" nella strage di Capaci. Lo incontrai nel maggio del 2010 e durante una lunga conversazione mi disse: "non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?". Qualche anno prima il boss Giovanni Brusca, l'uomo che schiacciò il telecomando appostato sulla collinetta a ridosso della strada, aveva ribadito, tanto tempo dopo, la sua incredulità per il "successo" dell'assalto. Disse così al magistrato Luca Tescaroli: "Quattro stupidi...quattro stupidi, perché poi alla fine eravamo...un po' di persone, in maniera molto rozza...in maniera artigianale, siamo riusciti a portare a termine un attentato così importante". Non poteva ancora crederci che avevano fatto tutto da soli.
L'agguato teso all'auto di Giovanni Falcone, tecnicamente un'imboscata, fu realizzato in un teatro di guerra allestito dai migliori artificieri. Fu una operazione militare, un atto di strategia della tensione: una mano fu mafiosa, l'altra no. Qualcuno trasformò un'azione di vendetta mafiosa in un atto di brutale manifestazione politica, cioè in una strage. Partecipò a tutte le fasi organizzative dell'azione anche Pietro Rampulla, il mafioso addestrato da Ordine nuovo, il servizio segreto clandestino di stampo neofascista: ma il 23 maggio non poté stare al fianco dei suoi complici perché "aveva impegni familiari", sfilandosi così dalla scena e mandando Brusca a schiacciare il telecomando.

Dobbiamo ricordare che dalle numerose e diverse dichiarazioni dei pentiti non è possibile stabilire il momento dell'ideazione di quel tipo di strage. Come si arrivò alla decisione di fare una strage per ammazzare Falcone? La trappola mortale contro il nemico storico di Cosa nostra era già pronta prima del 23 maggio 1992. Un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani nel febbraio del 1992 era stato inviato a Roma per fare fuoco su Giovanni Falcone con le armi tradizionali: niente esplosivo, niente botti, solo i proiettili mafiosi avrebbero dovuto abbattere l'uomo che più di tutti aveva penetrato i segreti dei boss e scardinato il loro tradizionale assetto di potere. Ma un giorno Salvatore Biondino, il luogotenente di Toto Riina, va ad incontrare Francesco Cancemi e Raffaele Ganci al cantiere di Piazza Principe di Camporeale e gli comunica che il padrino aveva intenzione di passare all'esecuzione del progetto di uccidere il magistrato con un ordigno esplosivo lungo l'autostrada da Punta Raisi per Palermo. Dunque, tutto era stato attentamente preordinato. Il momento dell'ideazione del progetto criminale di Capaci viene solo comunicato alle famiglie che poi avrebbero cooperato per realizzarlo; ma nessuno tra tutti coloro che lo attuano può raccontare il momento in cui viene elaborata quell'idea così originale e senza precedenti del delitto, e questo semplicemente perché l'idea gli viene suggerita dall'estero. Dice sempre Giovanni Brusca, l'uomo del telecomando, che il posto dove fare l'attentato "non l'ha scelto lui". Sostiene che in una riunione a casa di Girolamo Guddo, il 20 febbraio prima della strage, scopre che "Cancemi, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci avevano parlato della possibilità dell'autostrada". Non sa che Cancemi e Ganci, come tutti gli altri, avevano solo ricevuto le istruzioni per realizzare l'attentato in quel modo. Ma il "suggeritore" non si sa chi sia e che gente frequenti.

Ci sono poi strani oggetti sulla scena del crimine: un sacchetto di carta di colore bianco che conteneva una torcia a pile, un tubetto di alluminio con del mastice di marca Arexons e due guanti in lattice, evidentemente usati. Chi li aveva usati? E per fare cosa? I giudici scrivono considerazioni molto interessanti: innanzitutto, notano che quelle cose non possono essere state lasciate lì dal giorno in cui sicuramente tutto fu predisposto e ultimato (e dopo il quale i mafiosi non tornarono , l'8 di maggio, perché "sicuramente le intemperie, frequenti in quel periodo sulla zona, avrebbero determinato la lacerazione del contenitore, che lo si deve ricordare, era di carta". Dunque, non potevano essere strumenti impiegati dai killer della mafia. Secondo loro è proprio "da escludere che gli imputati (...) avessero lasciato quegli oggetti proprio in prossimità del cunicolo, perché si sarebbe trattato di una macroscopica distrazione, inconcepibile a fronte dell'emergere dalla descrizione di tutte le operazioni che si sono via via susseguite nel corso dei preparativi, di una meticolosa e puntuale cura nell'evitare che potessero restare tracce delle azioni compiute".

Il ritrovamento di questi oggetti particolari, lasciati lì sicuramente nelle ore di poco precedenti l'esplosione, è molto importante se si considera un'altra strana circostanza: alcuni testimoni hanno denunciato che il giorno precedente proprio nell'area della strage, ma a livello della strada, non in quello sottostante dove erano state condotte le operazioni di caricamento del cunicolo, era stato notato un furgone Ducato di colore bianco e alcune persone che apparentemente erano concentrate ad eseguire dei lavori. Fu anche deviato il corso delle automobili di passaggio, furono usati birilli per spartire il traffico. Lo hanno spiegato i testimoni indicati con i numeri d'ordine 26 e 27 e il loro racconto si riferisce a ciò che vedono il 22 maggio 1992, intorno alle ore 12: ma per Brusca e compagnia non c'è alcuna necessità di lavorare lungo la corsia, il loro lavoro si era concentrato a livello dell'imbocco del cunicolo, al di sotto nel livello stradale. E poi loro erano pronti già da tempo. Per di più, fu subito accertato che in quei giorni non erano in corso lavori di nessun genere e perciò si deve sicuramente escludere qualsiasi attività di manutenzione stradale, ordinaria o straordinaria: in pratica ci fu "un secondo cantiere, senza volto né nomi" e tuttavia anch'esso attivato con ogni probabilità per provocare la strage.

E ancora, l'esplosivo. Anche qui i conti non tornano. Sono state ritrovate tracce di nitroglicerina, un componente che non fa parte di nessuna delle due componenti che costituiscono la carica: ma la nitroglicerina rafforza la detonabilità della carica. L'esplosivo con cui è stato riempito il cunicolo che passava sotto l'autostrada in prossimità di Capaci era di due tipi: c'era l'ANFO, vale a dire il Nitrato di Ammonio addizionato a cherosene - in alcuni bidoncini fu messo allo stato puro - e c'era poi il tritolo, procurato da Biondino e recuperato dalle mine giacenti sotto il mare che venivamo trovate in grandi quantità dai pescatori, secondo una modalità raccontata minuziosamente da Gaspare Spatuzza (un racconto proprio identifico a quello del pentito di Piazza Fontana, Carlo Digilio, sull'esplosivo usato per la strage del '69!). Le indagini non si sono mai concluse: nel novembre del 2012 è stato arrestato Cosimo D'Amato, il pescatore di Santa Flavia che oltre al pesce tirava su anche le vecchie bombe. D'Amato è stato accusato dalla procura di Firenze di aver fornito in modo continuativo l'esplosivo usato per le stragi del '93, almeno quella parte proveniente dai recuperi in mare. Perché le vie degli esplosivi erano diverse: c'era quello da cava e poi quello più sofisticato, come il Semtex, proveniente dai traffici internazionali. Oltra alle tracce di nitroglicerina, ci sono poi quelle di T4, un esplosivo noto anche con RDX utilizzato soprattutto per scopi militari, che nel cratere di Capaci non viene unito ad altre sostanze e che potrebbe essere stato usato per aumentare la detonabilità della carica o come legante esplosivo fra le frazioni di carica. Inizialmente si era pensato che il T4 fosse presente unito al tritolo con cui può formare un composto chiamato Compound B ma poi l'ipotesi è stata scartata perché il tritolo, come abbiamo detto, era stato sicuramente messo da solo nei bidoncini: in pratica, l'uso del T4 sembrerebbe essere stato aggiunto all'esplosivo trovato dai due gruppi di mafiosi per rendere più micidiale la carica. Sia la pentrite che il T4 sono, infatti, sostanze non compatibili con quelle descritte dai pentiti con le quali è stato riempito il cunicolo.
Con quel materiale in più, la strage era assicurata. Falcone sarebbe morto sicuramente.
Ci spingemmo su "un terreno che non era il nostro", raccontò poi a proposito delle stragi di mafia il pentito Gaspare Spatuzza. Era il terreno del doppio livello quello che si realizza quando siedono ad uno stesso tavolo entità diverse, interessate a cooperare ad uno stesso identico progetto criminale con scopi spesso diversi.

Nel "doppio livello" c'è la regia degli eventi politici, quella che non siamo mai riusciti ad afferrare. Il "doppio livello" dello stragismo e dell'omicidio politico ha garantito l'impunità ai mandanti, lasciando sempre l'opinione pubblica smarrita e confusa, irrisolti i processi giudiziari e un Paese da sempre in cerca delle sue verità. Nelle cospirazioni nate in quel modo, per essere cioè realizzate con l'apporto di mani diverse, la trama diventa impossibile da sbrogliare, la complicità finale di tutti permette di lasciare il delitto senza una apparente firma e l'esecutore, che sia il neofascista degli anni 70 o il boss mafioso della fine dello scorso secolo, si trova coinvolto in un'azione attentamente progettata sulla base di tante informazioni, come sanno fare i servizi segreti o tutte quelle agenzie affini, tanto che non potrà mai provare la sua estraneità. Se non vuole ammettere di essere stato manipolato, deve solo tacere e pagare
Stefania Limiti,
Cado in piedi - La comunità degli autori

mercoledì 22 maggio 2013

il marxista della CEI


Il mio sguardo è tarato, va sempre a chi è in fondo alla fila. Durante un'assemblea feci il mio accalorato intervento, che come al solito qualcuno ha scambiato per comizio politico: "Bisogna esaminare seriamente le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora, persino coltiva. Anziani, handicappati, tossicodipendenti,  dimessi dal carcere e dagli ospedali psichiatrici: perché accrescere ulteriormente la folla dei nuovi poveri? Perché la società attuale risponde così poco ad un'emarginazione clamorosa? Con gli ultimi e con gli emarginati potremo recuperare tutti un genere di vita diverso; demoliremo innanzitutto gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo i valori del bene comune, della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale e della corresponsabilità".
A quel punto, nel salone, si alzò in piedi un giovane prete e urlò: "Basta venire qui a fare il marxista. Rispetti l'ambiente cattolico in cui si trova e opera!".

Allora risposi: "Mi scuso molto, ho dimenticato di citare la fonte: La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, documento del Consiglio Permanente della CEI, Roma 23 ottobre 1981".

Così in terra, come in cielo (Mondadori 2010)