lunedì 24 settembre 2012

Servizio

Ciao a tutt*,
vorrei condividere con voi una riflessione, più che altro un pensiero ad alta voce, riguardo la riappropriazione di un'altra parola.
In questi anni di Movimento dopo aver riconquistato le parole Diritto (ben oltre il Bisogno) e Beni Comuni ho iniziato a vedere con luce diversa la parola Servizio.
Sono anni che ci occupiamo di Servizi, ma abbiamo una comprensione intima della parola? 
Certo è immediato il discorso gestionale, di assetto aziendale, arriviamo a riconoscere facilmente l'erogazione di Servizio di beni essenziali, di prima necessità.

Credo poter tracciare un sentiero grezzo per andare ancora oltre, ovvero:
Servizio ha una valenza di subordinazione, da servo, servitù. Direi che soprattutto è questa l'ottica con la quale ci approcciamo quotidianamente al termine.
Ma abbiamo perso tutto un universo di idee e concetti legati al termine, ovvero tutti i significati collegati a serbare e potenziati ulteriormente dal prefisso con: CONSERVARE.
Serbare ovvero custodire, conservare intatto, proteggere.
Credo fortemente sia questo il legame saldo che deve guidare la nostra riflessione di difesa dei Beni Comuni attraverso i Servizi, al fine della loro CONSERVAZIONE per le generazioni future.
Da questo deve, intendo proprio dovere, conseguire la cultura e l'educazione che attiene a questa visione, ovvero l'educazione allo Spirito di Servizio.

Solo sviluppando e facendo nostro questo spirito potremo davvero fare la differenza rispetto al contesto attuale. Esplicito: solo facendo nostro lo Spirito di Servizio (ovvero rivolto alla conservazione dei Beni per le future generazioni) potremo affrontare degnamente la gestione dei Servizi piuttosto che dei beni comuni - Res Publica - in un modo nuovo e altro dal presente. Ancor più esplicito: senza questa premessa non credo che apporteremmo sostanziali modifiche rispetto al modello imperante che combattiamo da tempo e penso soprattutto alla nostra ampia proposta di partecipazione e per i servizi pubblici locali e per la partecipazione alla politica, sia essa interna (chi un giorno si candiderà) sia esterna, restando cittadino attivo.

L'esperienza bellissima di questi anni mi fa affermare che questa cultura è più sviluppata tra i cittadini, non mi riferisco solo a noi attivi dei diversi movimenti, ma anche alle cittadine e cittadini che abbiamo incontrato in anni di banchetti in piazza, piuttosto che agli amministratori pubblici o delegati, comunque sempre con i dovuti distinguo.

Reputo interessante dibattere a riguardo e approfondire un sentiero da me appena appena abbozzato.

Andrea,
Comitato Acqua Pubblica Torino

lunedì 17 settembre 2012

SalvaCiclisti

L'Inail riconosce lo status di «infortunio in itinere» solo se avviene su piste ciclabili.
In campo Fiab e #salvaiciclisti (twitter)


Ti fai male andando al lavoro in bicicletta mentre non sei su una pista ciclabile? Niente risarcimento, se vivi in Italia. Già, perché come denuncia #salvaiciclisti nel nostro Paese coloro che decidono di utilizzare la bici per recarsi al lavoro, devono fare i conti con «una legislazione che, non solo non incentiva, ma addirittura penalizza chi utilizza questo mezzo di trasporto». In Italia, in caso di sinistro durante il percorso casa-lavoro effettuato in bicicletta, l’Inail riconosce al lavoratore lo status di “infortunio in itinere” “purché avvenga su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l`utilizzo era davvero necessario”. Peccato che le piste ciclabili siano davvero poche... 

DIECIMILA FIRME - A denunciare la situazione è la Federazione Italiana Amici della Bicicletta (Fiab) che in una lettera aperta al presidente del Consiglio, al ministro dei Trasporti e ai presidenti di Camera e Senato, ha proposto in giugno la modifica dell’art. 12 del decreto 38/2000 e di aggiungere al testo attuale la frase: «L’uso della bicicletta è comunque coperto da assicurazione, anche nel caso di percorsi brevi o di possibile utilizzo del mezzo pubblico», esattamente come previsto per il lavoratore che si reca al lavoro a piedi. La proposta della Fiab "bici in itinere" ha già raccolto oltre diecimila firme e ricevuto parere favorevole da parte di ben tre Regioni, tre Province e sedici Comuni tra cui Milano, Bologna e Venezia che ravvisano grande imbarazzo nel chiedere ai concittadini e ai propri dipendenti di usare la bicicletta senza poter garantire nel contempo adeguate tutele. 

STRAGE DEGLI INNOCENTI - Si tratta di un'iniziativa di sicuro merito civico, che si va ad aggiungere ad altre molteplici iniziative, portata avanti su twitter con l'hashtag #salvaiciclisti, ispirata dal quotidiano londinese The Times che lanciò "Cities Fit For Cyclists", dopo che un suo dipendente finì in coma perché investito mentre andava al lavoro. Tutte storie e fatti che ci riguardano da vicino. Perché usare la bicicletta è un gesto di rispetto nei confronti dell'ambiente e degli altri cittadini. E si tratta di un gesto che non viene sempre rispettato: negli ultimi dieci anni infatti si sono verificate 56 mila morti sulle strade italiane, gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 e i 35 anni (nel paese più vecchio d’Europa), il 2% del PIL annuo se ne va proprio a causa degli incidenti stradali a cui si aggiunge quello perso nel traffico e a causa degli inquinanti generati.
Redazione Online24

sabato 15 settembre 2012

Termovalorizzatore di Torino

Iren pronta a offerta con F2i


Il Comune di Torino ha messo in vendita l'80% del termovalorizzatore del Gerbido, insieme con il 49% di Amiat, società locale specializzata nella raccolta e nello spazzamento dei rifiuti. Iren pare sia pronta a presentare, entro il termine del 18 settembre, una manifestazione d'interesse non vincolante per il maxi termovalorizzatore in costruzione alle porte di Torino con base d'asta di 150 milioni.



Il gruppo presieduto da Roberto Bazzano, alle prese con un piano per ridurre il debito, sarebbe orientato a formulare l'offerta in un veicolo che la vedrebbe in minoranza rispetto a F2i. Allo stesso tempo, potrebbe essere prevista una call che consentirebbe a Iren di tornare in maggioranza nel 2014, quando il termovalorizzatore entrerà in funzione.
Tra gli altri operatori interessati all'impianto ci sarebbero Falck e, tra gli stranieri, la francese Veolia. Iren presenterà una proposta in tandem con F2i solo per il termovalorizzatore, mentre per Amiat starebbe ancora trattando per trovare un partner.

Della questione ha parlato sul suo blog Beppe Grillo. "Per pagare Iren il Comune di Torino metterà in vendita le quote nelle sue partecipate nei trasporti, Gtt, gestione rifiuti, Amiat e l’inceneritore di Gerbido, Trm. Non sembra però che ci sia un grande interesse da parte di eventuali compratori. La possibile soluzione? L’acquisto delle partecipazioni del Comune di Torino da parte di Iren che si è detta interessata - si legge nel post - In sostanza, il creditore, Iren, indebitato per circa tre miliardi, acquista dal debitore (il Comune di Torino), che è anche il suo proprietario, i beni messi in vendita per saldare il debito nei suoi confronti. Chi paga per tutti è il torinese, tassato e cortese. Con fiducia verso la catastrofe".

"Nonostante il credito vantato verso Torino di 260 milioni, Iren si appresta a pagare per l'acquisto della società di raccolta di rifiuti e l'inceneritore della Mole - aggiunge il consigliere comunale reggiano del Movimento 5 Stelle Matteo Olivieri - Lunedì in Consiglio comunale a Reggio si discuterà questo argomento. La nostra interpellanza chiede con quali soldi Iren condurrà l'operazione, visto l'alto indebitamento e la scarsa liquidità, e a quali strategie finanziarie si ispira in questa operazione. Infatti è noto che tutte le grandi multiutility europee, a cominciare da E-On, stanno dismettendo gli inceneritori perchè antieconomici. I nostri allarmi di qualche tempo fa si sono rivelati realtà".

"Nel novembre 2011 venne approvata in Consiglio una nostra mozione per accompagnare il rientro del debito di Torino verso Iren, in cui si chiedeva un approfondimento del Piano di rientro del Comune di Torino dal debito sulle utenze relative all’illuminazione pubblica, integrandolo con adeguate previsioni di investimento sul risparmio energetico, capaci di abbassare il rischio di insolvibilità nel medio e lungo termine - conclude Olivieri - In quella mozione si esprimeva preoccupazione in merito alla capacità del Comune di Torino o di altro socio pubblico di continuare a detenere le azioni della società Iren spa, con un rischio di ulteriore privatizzazione di Iren".

FONTE: http://24emilia.com

Quel matrimonio non s'ha da fare...

A2A studia per diventare l’Enel 2

PIACEVA tanto all’assessore regionale lombardo Bruno Tabacci. Ma anche Piero Fassino, sindaco di Torino, sembrava non disdegnare l’idea. Gli unici che si sono sempre mostrati freddi, molto freddi, sono stati i genovesi. Non è mai piaciuta, all’ombra della Lanterna, l’idea di creare un colosso capace di unire A2A, la multiutilities lombarda che unisce le forze di Milano e di Brescia, e Iren. Alla fine, pare proprio che l’impostazione genovese, da subito condivisa dal sindaco Marco Doria, sia destinata ad arrivare fino in fondo. Niente matrimonio, niente quote di controllo ancor più diluite rispetto al presente, ognuno avanti per la propria strada. In fondo, per dirla tutta, anche ai vertici societari di A2A l’idea di unirsi a Iren, con quello che ne consegue, lasciava qualche dubbio. Questione di strategie, soprattutto. Perché A2A è vuole diventare sempre più forte nell’energia e nella generazione. Insomma, fatte le debite proporzioni, punta a diventare una sorta di “Enel 2”, con l’obiettivo di offrire i suoi servizi su tutto il territorio nazionale.
Ecco perché la questione della multiutility del Nord a più d’uno ha dato l’impressione di essere una cortina fumogena davanti a una scenario differente. Ad A2A, ad esempio, non dispiacerebbe liquidare Iren per aumentare le sinergie tra i suoi impianti e quelli di Edipower. Il gruppo lombardo punta infatti a diventare il secondo operatore nazionale senza una forte connotazione e un legame territoriale particolarmente vincolante. Hera rafforza di fatto l’asse del nordest dove ora sarà sempre più difficile entrare. I sindaci-azionisti di Iren vedono quindi il gruppo come la multiutility del nordovest, almeno per i prossimi 4-5 anni. Non a caso i reiterati tentativi emiliani di aggregazioni con Ascopiave e AcegasAps per accerchiare Hera sono andati a vuoto. E opinione condivisa, soprattutto fra Fassino e Doria, che nei prossimi anni il gruppo avrà bisogno di amalgamarsi, ristrutturarsi all’interno e fondersi realmente, più che allargarsi ancora. Oltretutto, Doria e Fassino non avrebbero particolarmente gradito la notizia dell’arbitrato vinto da Edison sui cosiddetti contratti “take or pay” che avrebbe un impatto positivo sul suo margine operativo lordo di 450 milioni. Insomma, si starebbero chiedendo: «L’abbiamo pagata cara, l’abbiamo venduta a un prezzo più basso, e ora all’improvviso i suoi conti vanno meglio?». Eh sì, a Genova e Torino i conti sembrano non tornare...

(Massimo Minella, Repubblica ed.Genova)

...altro che stare zitti!



Caselli: ”Altro che stare zitti! E’ una stagione che impone l’obbligo di parola”



Dopo le roventi polemiche di questi giorni, che hanno coinvolto i pm palermitani Ingroia e Di Matteo, il presidente dell'Anm Sabelli, il vicepresidente del Csm Vietti, cerchiamo di fare chiarezza su compiti e limiti dei magistrati nella vita pubblica. “La minaccia all’imparzialità delle toghe deriva dalla partecipazione alla gestione del potere, non certamente dalla partecipazione al dibattito politico-culturale”, sostiene il procuratore capo di Torino nella sua appassionata difesa di un ruolo che lo vede da tempo in primo piano.

colloquio con Gian Carlo Caselli di Rossella Guadagnini (MicroMega)

Non sono propriamente consigli da manuale di buone maniere a uso delle toghe. E’ una questione seria. Quanto sta succedendo in questi giorni lo troviamo sulle pagine dei quotidiani, sotto gli occhi di tutti, lo ascoltiamo nelle chiacchiere da bar. L’attacco al magistrato più contestato del momento, meno spesso la sua difesa, è diventato quasi uno sport nazionale. Famosi come campioni di calcio, tra i volti noti dell’Italia di oggi, i giudici che fanno? Parlano, scrivono libri, intervengono nel dibattito culturale, si espongono ai raggi pericolosi dei media, si appassionano di politica. Ma possono farlo e, soprattutto, è giusto che lo facciano?

I magistrati – dicono alcuni – dovrebbero starsene zitti in disparte, possibilmente a occhi bassi chini sulle proprie carte. Fedeli ai voti espressi con il proprio ‘sacerdozio’. Invece, divisi tra fan e detrattori, scontano la popolarità raggiunta attraverso processi importanti (una popolarità che turba e disturba), subendo pressing, rilievi, strigliate, ammonizioni. Che giorno dopo giorno delegittimano il ruolo che hanno, intaccandone l’autorevolezza come singoli e come categoria. Ecco perché adesso, oltre alla sicurezza personale, occorre proteggere la loro libertà di espressione. Perché le luci restino accese sui procedimenti giudiziari e non si spengano nell’indifferenza dell’opinione pubblica.

Dottor Caselli, oggi è più che mai necessario fare chiarezza sul ruolo del magistrato nella vita pubblica e sulla sua libertà di intervento nel dibattito civile e politico.
L’intervento giudiziario registra ovunque in Europa, se non nel mondo, una grande espansione. Spesso occupa le prime pagine dei giornali e delle tv e produce effetti che possono riguardare addirittura gli equilibri politici e i destini dei governi. Apriamo il quotidiano del giorno e troviamo il caso riguardante i nuovi guai giudiziari dell’ex premier Dominique de Villepin in Francia e quello della Corte Costituzionale tedesca in Germania. Questa espansione che si manifesta ovunque in Europa nei vari settori che possono interessare la vita pubblica e istituzionale dimostra che l’allargamento a macchia d’olio delle pertinenze della giustizia ha una dimensione oggettiva, il che significa che non c’entrano o centrano assai poco, comunque decisamente meno di quello che si vuol far credere, soprattutto in Italia, le forzature soggettive.

Come mai questa espansione?
Da sempre, e specialmente negli ultimi 25 anni, la politica o comunque una parte consistente della politica ha delegato alla magistratura l’intervento e, se possibile, la soluzione di problemi che la politica non sa come affrontare e risolvere. La storia del nostro Paese è costellata di deleghe. C’è stata la delega alle forze dell’ordine e alla magistratura per il terrorismo, per le stragi cosiddette di destra, per la corruzione, per la sicurezza sui posti di lavoro – l’Ilva di Taranto è una clamorosa dimostrazione di quello che sto dicendo – per i problemi di fine vita e, infine, per quelli di mafia. In particolare sui rapporti tra mafia e politica, di cui le cosiddette trattative sono l’ultimo capitolo.

In che modo funziona la delega di cui parla?
Viene conferita con regolarità. Quando però si supera il limite segnalato da una certa asticella, idealmente tracciato dallo stesso potere politico che delega, la magistratura deve mettere in conto di essere fatta oggetto di polemiche, attacchi, di un vero e proprio assalto alla giustizia. Ci sono molte situazioni delicate perché prive di copertura normativa o per effetto di uno stallo decisionale. C’è una debolezza nei controlli amministrativi e anche nei controlli che sono compito della stampa. C’è una concentrazione di potere economico e politico in poche mani che differenzia il nostro Paese dalle altre democrazie occidentali.

Una volta l’intervento giudiziario non faceva notizia come invece accade oggi.
Un tempo la magistratura era sostanzialmente, direi fisiologicamente, in sintonia col potere dominante, in quanto espressione delle classi che quel potere formavano. E’ storia del nostro Paese. Negli ultimi 20 anni la magistratura ha dimostrato di voler applicare la legge in maniera uguale per tutti. Ha messo in campo uno sforzo consistente in questo senso, la gente ci ha creduto, ha fatto anche il tifo per i magistrati. Ma certuni, che si sono sentiti toccati sul vivo perché prima erano immuni, hanno reagito ancora una volta attaccando la giustizia, magari dopo il superamento dell’asticella.

Ad esempio?
A Milano, 20 anni fa, ai tempi di Mani Pulite, per un paio d’anni tutto è andato bene. Poi l’inchiesta si è allargata troppo e niente è andato più bene. A Palermo è accaduto lo stesso: subito dopo le stragi di mafia per due anni tutto procedeva per il meglio, poi di nuovo più niente è andato bene, accadde quando cominciammo a occuparci di mafia e politica.

Da cosa si giudicano i giudici o non si possono giudicare?
Un tempo si valutava l’intervento giudiziario sulla base dei criteri della correttezza e del rigore. Oggi no, oggi si giudica in base a quelli della convenienza, dell’utilità e del vantaggio. Se tu magistrato fai una cosa mi piace o che mi può venire utile, o può venire utile a qualcuno della mia cordata, allora ti lascio tranquillo o addirittura parlo bene di te. Ma se mi tocchi, se tocchi gli interessi della mia cordata, devi mettere in conto che entri nell’occhio del ciclone. Questo è devastante e spiega, a mio avviso, molte esasperazioni e strumentalizzazioni in riferimento alla questione del ruolo del magistrato e se il magistrato possa o debba avere un ruolo nel dibattito pubblico.

Quale comportamento personale e professionale è opportuno che osservi? Deve parlare solo ed esclusivamente attraverso le sentenze?
E’ molto diffusa la tesi secondo cui il magistrato che partecipa alla vita e al dibattito politico-culturale diventi sospetto a chi ha idee diverse da quelle che egli espone partecipando al dibattito e, pertanto, dal dibattito stesso il magistrato dovrebbe astenersi. E’ un’affermazione suggestiva, ma deformante: l’estraneità del giudice rispetto alla società è, prima di tutto, impossibile. Ecco un esempio che può sembrare banale, ma invece è fondamentale: in un Paese cattolico come il nostro ci sono giudici credenti, sicuramente la maggioranza, e altri che non lo sono. Quella dell’essere o non essere credenti non è una condizione occultabile. Ma allora, ragionando in un certo modo, l’ateo dovrebbe rifiutare il giudizio del magistrato credente o il credente dovrebbe rifiutare il giudizio del magistrato ateo o agnostico? Non esiste, nessuno l’ha mai detto. Il magistrato deve essere valutato in base al rigore del suo lavoro, delle motivazioni che lo sostengono.

E dunque?
Dunque se ciò vale per le convinzioni più profonde, come credere o meno nell’esistenza di Dio, perché non dovrebbe valere per scelte che sono di altra natura, ideale, culturale, politica? Il problema, in realtà è un altro: non sono le idee e neppure la loro manifestazione pubblica che possono ridurre l’imparzialità del magistrato. Sono le appartenenze, soprattutto se occulte, sono le frequentazioni delle stanze del potere, anche solo mediante la formulazione di pareri, la distribuzione di incarichi extragiudiziali, che possono ridurne l’imparzialità. Molte volte, in base alla mia esperienza, ho notato come il magistrato che si presentava come il più apolitico di tutti, il più indifferente al dibattito che ferveva nel Paese, era poi quello disposto a fornire forme di subordinazione del proprio ruolo.

Fin dove si può spingere il diritto di espressione e critica del magistrato, specie nei confronti di altri poteri dello Stato, come governo e parlamento?
Passione civile, partecipazione al dibattito pubblico nel Paese, imparzialità nel giudizio non sono concetti che fanno a pugni. Dato che l’imparzialità è disinteresse personale, estraneità agli interessi in conflitto nel caso concreto, distacco dalle parti coinvolte. L’indifferenza alle idee e ai valori è tutt’altra cosa… Anzi, dirò di più: chi giudica trincerandosi dietro una barriera che lo estrania dalla realtà sociale, che protesta indifferenza alle idee e ai valori, si pone in una posizione per me molto discutibile.

Ritiene giusto che un giudice parli di giustizia?
La minaccia all’indipendenza, all’imparzialità del magistrato deriva dalla partecipazione alla gestione del potere, dai legami affaristici, non certamente dalla sua partecipazione al dibattito e al confronto culturale. Quando poi si tratta specificamente di dibattito sui temi della giustizia, diciamo anche questo, il nostro è il Paese in cui tutti parlano di giustizia, spesso e volentieri con i toni da bar sport. Se i soli che dovessero astenersi da questo esercizio fossero i magistrati sarebbe una condizione piuttosto ridicola, non crede? L’importante è che si partecipi con equilibrio e senso della misura, senza ovviamente parlare dei propri processi.

Sono doti necessarie per restare in equilibrio su un sottile crinale.
Questa è una stagione di fortissime tensioni, una stagione tale da imporre anche ai magistrati l’obbligo di parola, l’obbligo d’intervento, di partecipare alla discussione. Altro che il silenzio! Perché i magistrati hanno esperienze professionali che possono contribuire utilmente al dibattito pubblico di questo periodo così tormentato. Equilibrio, senso della misura, non parlare dei propri processi, va bene, ma anche qui bisogna esser chiari. Ricordo il caso del processo penale, che molto spesso sugli organi di stampa è interpretato e commentato dalla parte privata. E mi chiedo se il naturale equilibrio delle parti consenta o meno un intervento anche dalla parte pubblica.

A chi è affidata la difesa del magistrato?
I media oggi sono potentissimi, ma spesso imprecisi, se non peggio. Di conseguenza quali spazi ci sono per le precisazioni e i chiarimenti del magistrato, anche a protezione delle persone coinvolte con inesattezza nelle notizie date? Il pm e anche il gip, che siano oggetto di osservazioni o critiche infondate, devono considerarsi legittimati a rispondere e a difendersi? A questi interrogativi mi pare che ormai l’ordinamento giudiziario abbia risposto, nel senso che il capo dell’ufficio è legittimato a intervenire per chiarimenti che evitino distorsioni. Ci si domanda, tuttavia, se anche il singolo magistrato possa farlo, quando il suo capo ufficio non intervenga.

E’ in atto un conflitto di poteri tra magistratura, politica e istituzioni fino ad arrivare al Quirinale, come da più parti si sta ventilando?
Non c’è alcun conflitto di poteri nella pressoché totalità dei casi. Ci potrà essere qualche eccezione, ma personalmente non la conosco. C’è una magistratura che fa il suo dovere, magari in quella situazione di delega cui accennavo prima. I titolari di certi interessi, anche esponenti del mondo politico, se vengono toccati nei loro interessi danno addosso alla magistratura. Questo non è un conflitto, però, ma un assalto: è diverso.

Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, ha detto che "occorre uscire dalla psicosi degli attacchi ed entrare nell'ottica del servizio al cittadino".
In questo quadro, con tutto il rispetto dovuto al vicepresidente del Csm Michele Vietti, e non è una formula di stile, uscire dalla psicosi degli attacchi può valere al massimo come auspicio. Fermo restando che gli attacchi nessuno se li inventa.

All'interno della stessa magistratura ci sono posizioni diverse e alleanze a 'geometria variabile'. Si pensi al caso Ingroia, al tempo stesso bacchettato dal presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli e quindi difeso dalla corrente dei moderati all'interno dello stesso sindacato di categoria.
Riguardo l’intervento del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Rodolfo Sabelli, mi sembra singolare che il capo di un sindacato, leggendo un articolo del Corriere della Sera come poi ha raccontato, attacchi un iscritto al suo stesso sindacato. In questo caso, non sarebbe stata fuori luogo una maggiore dose di verifica e prudenza. Sabelli è uno stimato collega e tale resta. Ma il suo intervento è stato sopra le righe.

Tutto sembra partire dalla trattativa Stato-mafia, emersa dall'inchiesta condotta dalla procura di Palermo, che ha innescato una spirale perniciosa.
Le polemiche sono diventate al calor bianco perché al calor bianco è il tema che giornalisticamente viene rubricato come trattativa Stato-mafia. Basta leggere il capo d’accusa che hanno formulato i colleghi della procura di Palermo per rendersi conto di quanto l’argomento sia incandescente. Tuttavia, l’ho già detto altre volte e vorrei ripeterlo anche qui: siamo alla vigilia di un momento delicato, la decisione del gip del Tribunale di Palermo. La ricerca da parte di tutti di un rasserenamento della situazione, che consenta scelte in un clima di ritrovata normalità, è un obiettivo sacrosanto.

Il capo dello Stato ha tirato il ‘sasso nello stagno’ sulla liceità delle intercettazioni e in seguito ha dichiarato che si trattava di una “questione generale” riguardante il proprio ruolo istituzionale. Il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli ha detto basta agli interventi ‘politici’ dei magistrati e quindi ha precisato il suo intervento, aggiungendo di aver posto una questione di “ordine generale”. Si tratta di materie su cui la legislazione è incerta o addirittura assente?
Io non sono soltanto Gian Carlo Caselli. Sono anche un magistrato e, quindi, ho dei limiti istituzionali per quanto riguarda certi argomenti. Fermo restando l’assoluto rispetto dovuto, e che personalmente ho, all’istituzione capo dello Stato, credo che discutere sull’opportunità o meno del conflitto che il presidente Napolitano ha sollevato sia, in democrazia, ben possibile. Condivido, nel contempo, la preoccupazione di molti, secondo cui occorre fare di tutto affinché la situazione che si è determinata non venga utilizzata per cattive riforme, in particolare sul versante delle intercettazioni.

(14 settembre 2012)