Caselli: ”Altro che stare zitti! E’ una stagione che impone l’obbligo di parola”
Dopo le roventi polemiche di questi
giorni, che hanno coinvolto i pm palermitani Ingroia e Di Matteo, il
presidente dell'Anm Sabelli, il vicepresidente del Csm Vietti,
cerchiamo di fare chiarezza su compiti e limiti dei magistrati nella
vita pubblica. “La minaccia all’imparzialità delle toghe deriva dalla
partecipazione alla gestione del potere, non certamente dalla
partecipazione al dibattito politico-culturale”, sostiene il
procuratore capo di Torino nella sua appassionata difesa di un ruolo
che lo vede da tempo in primo piano.
Non
sono propriamente consigli da manuale di buone maniere a uso delle
toghe. E’ una questione seria. Quanto sta succedendo in questi giorni lo
troviamo sulle pagine dei quotidiani, sotto gli occhi di tutti, lo
ascoltiamo nelle chiacchiere da bar. L’attacco al magistrato più
contestato del momento, meno spesso la sua difesa, è diventato quasi uno
sport nazionale. Famosi come campioni di calcio, tra i volti noti
dell’Italia di oggi, i giudici che fanno? Parlano, scrivono libri,
intervengono nel dibattito culturale, si espongono ai raggi pericolosi
dei media, si appassionano di politica. Ma possono farlo e, soprattutto,
è giusto che lo facciano?
I magistrati – dicono alcuni
– dovrebbero starsene zitti in disparte, possibilmente a occhi bassi
chini sulle proprie carte. Fedeli ai voti espressi con il proprio
‘sacerdozio’. Invece, divisi tra fan e detrattori, scontano la
popolarità raggiunta attraverso processi importanti (una popolarità che
turba e disturba), subendo pressing, rilievi, strigliate, ammonizioni.
Che giorno dopo giorno delegittimano il ruolo che hanno, intaccandone
l’autorevolezza come singoli e come categoria. Ecco perché adesso, oltre
alla sicurezza personale, occorre proteggere la loro libertà di
espressione. Perché le luci restino accese sui procedimenti giudiziari e
non si spengano nell’indifferenza dell’opinione pubblica.
Dottor
Caselli, oggi è più che mai necessario fare chiarezza sul ruolo del
magistrato nella vita pubblica e sulla sua libertà di intervento nel
dibattito civile e politico.
L’intervento giudiziario
registra ovunque in Europa, se non nel mondo, una grande espansione.
Spesso occupa le prime pagine dei giornali e delle tv e produce effetti
che possono riguardare addirittura gli equilibri politici e i destini
dei governi. Apriamo il quotidiano del giorno e troviamo il caso
riguardante i nuovi guai giudiziari dell’ex premier Dominique de
Villepin in Francia e quello della Corte Costituzionale tedesca in
Germania. Questa espansione che si manifesta ovunque in Europa nei vari
settori che possono interessare la vita pubblica e istituzionale
dimostra che l’allargamento a macchia d’olio delle pertinenze della
giustizia ha una dimensione oggettiva, il che significa che non
c’entrano o centrano assai poco, comunque decisamente meno di quello che
si vuol far credere, soprattutto in Italia, le forzature soggettive.
Come mai questa espansione?
Da
sempre, e specialmente negli ultimi 25 anni, la politica o comunque una
parte consistente della politica ha delegato alla magistratura
l’intervento e, se possibile, la soluzione di problemi che la politica
non sa come affrontare e risolvere. La storia del nostro Paese è
costellata di deleghe. C’è stata la delega alle forze dell’ordine e alla
magistratura per il terrorismo, per le stragi cosiddette di destra, per
la corruzione, per la sicurezza sui posti di lavoro – l’Ilva di Taranto
è una clamorosa dimostrazione di quello che sto dicendo – per i
problemi di fine vita e, infine, per quelli di mafia. In particolare sui
rapporti tra mafia e politica, di cui le cosiddette trattative sono
l’ultimo capitolo.
In che modo funziona la delega di cui parla?
Viene
conferita con regolarità. Quando però si supera il limite segnalato da
una certa asticella, idealmente tracciato dallo stesso potere politico
che delega, la magistratura deve mettere in conto di essere fatta
oggetto di polemiche, attacchi, di un vero e proprio assalto alla
giustizia. Ci sono molte situazioni delicate perché prive di copertura
normativa o per effetto di uno stallo decisionale. C’è una debolezza nei
controlli amministrativi e anche nei controlli che sono compito della
stampa. C’è una concentrazione di potere economico e politico in poche
mani che differenzia il nostro Paese dalle altre democrazie occidentali.
Una volta l’intervento giudiziario non faceva notizia come invece accade oggi.
Un
tempo la magistratura era sostanzialmente, direi fisiologicamente, in
sintonia col potere dominante, in quanto espressione delle classi che
quel potere formavano. E’ storia del nostro Paese. Negli ultimi 20 anni
la magistratura ha dimostrato di voler applicare la legge in maniera
uguale per tutti. Ha messo in campo uno sforzo consistente in questo
senso, la gente ci ha creduto, ha fatto anche il tifo per i magistrati.
Ma certuni, che si sono sentiti toccati sul vivo perché prima erano
immuni, hanno reagito ancora una volta attaccando la giustizia, magari
dopo il superamento dell’asticella.
Ad esempio?
A
Milano, 20 anni fa, ai tempi di Mani Pulite, per un paio d’anni tutto è
andato bene. Poi l’inchiesta si è allargata troppo e niente è andato
più bene. A Palermo è accaduto lo stesso: subito dopo le stragi di mafia
per due anni tutto procedeva per il meglio, poi di nuovo più niente è
andato bene, accadde quando cominciammo a occuparci di mafia e politica.
Da cosa si giudicano i giudici o non si possono giudicare?
Un
tempo si valutava l’intervento giudiziario sulla base dei criteri della
correttezza e del rigore. Oggi no, oggi si giudica in base a quelli
della convenienza, dell’utilità e del vantaggio. Se tu magistrato fai
una cosa mi piace o che mi può venire utile, o può venire utile a
qualcuno della mia cordata, allora ti lascio tranquillo o addirittura
parlo bene di te. Ma se mi tocchi, se tocchi gli interessi della mia
cordata, devi mettere in conto che entri nell’occhio del ciclone. Questo
è devastante e spiega, a mio avviso, molte esasperazioni e
strumentalizzazioni in riferimento alla questione del ruolo del
magistrato e se il magistrato possa o debba avere un ruolo nel dibattito
pubblico.
Quale comportamento personale e professionale
è opportuno che osservi? Deve parlare solo ed esclusivamente attraverso
le sentenze?
E’ molto diffusa la tesi secondo cui il
magistrato che partecipa alla vita e al dibattito politico-culturale
diventi sospetto a chi ha idee diverse da quelle che egli espone
partecipando al dibattito e, pertanto, dal dibattito stesso il
magistrato dovrebbe astenersi. E’ un’affermazione suggestiva, ma
deformante: l’estraneità del giudice rispetto alla società è, prima di
tutto, impossibile. Ecco un esempio che può sembrare banale, ma invece è
fondamentale: in un Paese cattolico come il nostro ci sono giudici
credenti, sicuramente la maggioranza, e altri che non lo sono. Quella
dell’essere o non essere credenti non è una condizione occultabile. Ma
allora, ragionando in un certo modo, l’ateo dovrebbe rifiutare il
giudizio del magistrato credente o il credente dovrebbe rifiutare il
giudizio del magistrato ateo o agnostico? Non esiste, nessuno l’ha mai
detto. Il magistrato deve essere valutato in base al rigore del suo
lavoro, delle motivazioni che lo sostengono.
E dunque?
Dunque
se ciò vale per le convinzioni più profonde, come credere o meno
nell’esistenza di Dio, perché non dovrebbe valere per scelte che sono di
altra natura, ideale, culturale, politica? Il problema, in realtà è un
altro: non sono le idee e neppure la loro manifestazione pubblica che
possono ridurre l’imparzialità del magistrato. Sono le appartenenze,
soprattutto se occulte, sono le frequentazioni delle stanze del potere,
anche solo mediante la formulazione di pareri, la distribuzione di
incarichi extragiudiziali, che possono ridurne l’imparzialità. Molte
volte, in base alla mia esperienza, ho notato come il magistrato che si
presentava come il più apolitico di tutti, il più indifferente al
dibattito che ferveva nel Paese, era poi quello disposto a fornire forme
di subordinazione del proprio ruolo.
Fin dove si può
spingere il diritto di espressione e critica del magistrato, specie nei
confronti di altri poteri dello Stato, come governo e parlamento?
Passione
civile, partecipazione al dibattito pubblico nel Paese, imparzialità
nel giudizio non sono concetti che fanno a pugni. Dato che
l’imparzialità è disinteresse personale, estraneità agli interessi in
conflitto nel caso concreto, distacco dalle parti coinvolte.
L’indifferenza alle idee e ai valori è tutt’altra cosa… Anzi, dirò di
più: chi giudica trincerandosi dietro una barriera che lo estrania dalla
realtà sociale, che protesta indifferenza alle idee e ai valori, si
pone in una posizione per me molto discutibile.
Ritiene giusto che un giudice parli di giustizia?
La
minaccia all’indipendenza, all’imparzialità del magistrato deriva dalla
partecipazione alla gestione del potere, dai legami affaristici, non
certamente dalla sua partecipazione al dibattito e al confronto
culturale. Quando poi si tratta specificamente di dibattito sui temi
della giustizia, diciamo anche questo, il nostro è il Paese in cui tutti
parlano di giustizia, spesso e volentieri con i toni da bar sport. Se i
soli che dovessero astenersi da questo esercizio fossero i magistrati
sarebbe una condizione piuttosto ridicola, non crede? L’importante è che
si partecipi con equilibrio e senso della misura, senza ovviamente
parlare dei propri processi.
Sono doti necessarie per restare in equilibrio su un sottile crinale.
Questa è una stagione di fortissime tensioni, una stagione tale da imporre anche ai magistrati l’obbligo di parola,
l’obbligo d’intervento, di partecipare alla discussione. Altro che il
silenzio! Perché i magistrati hanno esperienze professionali che possono
contribuire utilmente al dibattito pubblico di questo periodo così
tormentato. Equilibrio, senso della misura, non parlare dei propri
processi, va bene, ma anche qui bisogna esser chiari. Ricordo il caso
del processo penale, che molto spesso sugli organi di stampa è
interpretato e commentato dalla parte privata. E mi chiedo se il
naturale equilibrio delle parti consenta o meno un intervento anche
dalla parte pubblica.
A chi è affidata la difesa del magistrato?
I
media oggi sono potentissimi, ma spesso imprecisi, se non peggio. Di
conseguenza quali spazi ci sono per le precisazioni e i chiarimenti del
magistrato, anche a protezione delle persone coinvolte con inesattezza
nelle notizie date? Il pm e anche il gip, che siano oggetto di
osservazioni o critiche infondate, devono considerarsi legittimati a
rispondere e a difendersi? A questi interrogativi mi pare che ormai
l’ordinamento giudiziario abbia risposto, nel senso che il capo
dell’ufficio è legittimato a intervenire per chiarimenti che evitino
distorsioni. Ci si domanda, tuttavia, se anche il singolo magistrato
possa farlo, quando il suo capo ufficio non intervenga.
E’
in atto un conflitto di poteri tra magistratura, politica e istituzioni
fino ad arrivare al Quirinale, come da più parti si sta ventilando?
Non
c’è alcun conflitto di poteri nella pressoché totalità dei casi. Ci
potrà essere qualche eccezione, ma personalmente non la conosco. C’è una
magistratura che fa il suo dovere, magari in quella situazione di
delega cui accennavo prima. I titolari di certi interessi, anche
esponenti del mondo politico, se vengono toccati nei loro interessi
danno addosso alla magistratura. Questo non è un conflitto, però, ma un
assalto: è diverso.
Il vicepresidente del Csm, Michele
Vietti, ha detto che "occorre uscire dalla psicosi degli attacchi ed
entrare nell'ottica del servizio al cittadino".
In questo
quadro, con tutto il rispetto dovuto al vicepresidente del Csm Michele
Vietti, e non è una formula di stile, uscire dalla psicosi degli
attacchi può valere al massimo come auspicio. Fermo restando che gli
attacchi nessuno se li inventa.
All'interno della stessa
magistratura ci sono posizioni diverse e alleanze a 'geometria
variabile'. Si pensi al caso Ingroia, al tempo stesso bacchettato dal
presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli e quindi difeso dalla corrente dei
moderati all'interno dello stesso sindacato di categoria.
Riguardo
l’intervento del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati,
Rodolfo Sabelli, mi sembra singolare che il capo di un sindacato,
leggendo un articolo del Corriere della Sera come poi ha
raccontato, attacchi un iscritto al suo stesso sindacato. In questo
caso, non sarebbe stata fuori luogo una maggiore dose di verifica e
prudenza. Sabelli è uno stimato collega e tale resta. Ma il suo
intervento è stato sopra le righe.
Tutto sembra partire
dalla trattativa Stato-mafia, emersa dall'inchiesta condotta dalla
procura di Palermo, che ha innescato una spirale perniciosa.
Le
polemiche sono diventate al calor bianco perché al calor bianco è il
tema che giornalisticamente viene rubricato come trattativa Stato-mafia.
Basta leggere il capo d’accusa che hanno formulato i colleghi della
procura di Palermo per rendersi conto di quanto l’argomento sia
incandescente. Tuttavia, l’ho già detto altre volte e vorrei ripeterlo
anche qui: siamo alla vigilia di un momento delicato, la decisione del
gip del Tribunale di Palermo. La ricerca da parte di tutti di un
rasserenamento della situazione, che consenta scelte in un clima di
ritrovata normalità, è un obiettivo sacrosanto.
Il capo
dello Stato ha tirato il ‘sasso nello stagno’ sulla liceità delle
intercettazioni e in seguito ha dichiarato che si trattava di una
“questione generale” riguardante il proprio ruolo istituzionale. Il
presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli ha detto basta agli interventi
‘politici’ dei magistrati e quindi ha precisato il suo intervento,
aggiungendo di aver posto una questione di “ordine generale”. Si tratta
di materie su cui la legislazione è incerta o addirittura assente?
Io
non sono soltanto Gian Carlo Caselli. Sono anche un magistrato e,
quindi, ho dei limiti istituzionali per quanto riguarda certi argomenti.
Fermo restando l’assoluto rispetto dovuto, e che personalmente ho,
all’istituzione capo dello Stato, credo che discutere sull’opportunità o
meno del conflitto che il presidente Napolitano ha sollevato sia, in
democrazia, ben possibile. Condivido, nel contempo, la preoccupazione di
molti, secondo cui occorre fare di tutto affinché la situazione che si è
determinata non venga utilizzata per cattive riforme, in particolare
sul versante delle intercettazioni.
(14 settembre 2012)