giovedì 22 marzo 2012

Giornata mondiale dell'acqua


Comunicato Stampa

Acqua e cibo: diritto ancora da conquistare
Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’acqua Onlus 


Si celebra il 22 marzo in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’acqua (World Water Day), istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 a conclusione della conferenza di Rio con l’intento di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica ma soprattutto degli Stati sulla situazione dell’accesso all'acqua nel mondo. 
Ogni anno le Nazioni Unite lanciano la riflessione su un aspetto particolare e questo anno si affronta il tema “Acqua e sicurezza alimentare”, quanto mai di attualità visto che nonostante gli impegni a livello di “Obiettivi del Millennio” di ridurre della metà la percentuale di persone senza accesso all'acqua e ai servizi igienici di base, le denunce che traspaiono dai rapporti delle stesse Nazioni Unite sono tutt’altro che rassicuranti.
Se l’agenzia Onu per l'infanzia e l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarano che oltre 2 miliardi di persone hanno avuto accesso ad acqua potabile sicura tra il 1990 e il 2010, ciò significa che alla fine del 2010 è stato raggiunto solo 1% in più dell’obiettivo fissato dai leader mondiali al Vertice ONU del Millennio del 2000. Ancor oggi, infatti solo il 63 per cento del mondo ha accesso ai servizi igienici di base e la cifra salirà a solo il 67 per cento entro il 2015, ben al di sotto del 75 % previsto. Inoltre se sul piano dell’accesso all’acqua si registrano dei miglioramenti, ciò che peggiora è molto spesso la qualità dell’acqua a cui le comunità e i cittadini possono aver accesso, soprattutto nei paesi più poveri ma anche i in quelli di recente industrializzazione, si veda la Cina e i paesi ad alta industrializzazione.

Sulla base dell’attuale crescita demografica i futuri scenari non si presentano più rosei: entro il 2030, più della metà della popolazione vivrà nei grandi centri urbani e sarà costituita da popolazioni che abiteranno nelle baraccopoli e quindi senza accesso ai servizi idrici e servizi igienico-sanitari, mentre il rapporto della Banca Mondiale denuncia che entro il 2030, la domanda di acqua supererà l'approvvigionamento idrico del 40 per cento.
Acqua oltre che non accessibile a tutti, sta diventando una risorsa sempre più scarsa e nonostante i progressi tecnologici, ciò che ancora non si riesce a fare e produrre l’acqua. In compenso riusciamo ogni giorno ad utilizzare grandi quantità di acqua per bere, cucinare e lavare, ma ancor di più, in modo indiretto, per produrre il cibo che consumiamo. La riflessione legata al tema “Acqua e sicurezza alimentare” evidenzia che il 70% dei consumi di acqua dolce è impiegata nel settore agricolo, per la produzione di cereali che molto spesso non sono destinati per produrre cibo, ma ad esempio biocarburanti.
Dietro i pasti che consumiamo quotidianamente ci sono enormi consumi di acqua virtuale che molto spesso ignoriamo: circa 3600 litri per un’alimentazione a base di carne o 2.300 litri per una dieta vegetariana.
Accanto a queste considerazioni sull’accesso all’acqua ed ai consumi dell’acqua che chiamano in causa le nostre responsabilità come cittadini e abitanti del Pianeta Terra, è necessario evidenziare, in occasione della “Giornata Mondiale dell’acqua” alcune considerazioni sulle responsabilità della politica e quindi degli Stati e della Comunità Internazionale rispetto alla concretizzazione del “diritto all’acqua” sancito dalla risoluzione delle Nazioni Unite del Luglio 2010.

“Il Forum Mondiale dell’acqua, conclusosi da poco a Marsiglia e i lavori di preparazione del prossimo vertice Mondiale della terra “ Rio+20” promosso dalle Nazioni Unite, fanno emergere atteggiamenti contraddittori da parte della Comunità internazionale” - dichiara Rosario Lembo - Presidente del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’acqua che da oltre 12 anni è impegnato in Italia ed nel Mondo a difesa dell’acqua come bene comune e diritto umano. Nella dichiarazione conclusiva del Forum Mondiale di Marsiglia gli Stati si impegnano infatti ad un generico impegno ad accelerare la piena attuazione degli obblighi dei diritti umani in materia di accesso ad acqua potabile sicura e pulita e servizi igienici con tutti i mezzi appropriati nell’ambito degli sforzi per superare la crisi idrica a tutti i livelli, rifiutandosi di affrontare la "dimensione sociale" delle politiche idriche e di riaffermare l’impegno a concretizzare i diritti umani all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, come riconosciuto dal generale delle Nazioni Unite nel 2010. In parallelo, nella bozza di risoluzione in preparazione della Conferenza di Rio +20 chiamata "Il futuro che vogliamo”, in fase di negoziazione a New York presso le Nazioni Unite, emergono posizioni ancora poco chiare da parte di alcune delegazioni che sono orientate a far sopprimere il riferimento al diritto umano all'acqua e ai servizi igienici nel testo base.
Alla luce di queste considerazioni non si può non prendere atto – constata Rosario Lembo - che ancora nel 2012 la Giornata Mondiale dell’acqua, si celebra solo a parole e proclami generici sull'accesso "universale” all'acqua potabile e servizi igienico-sanitari "di base" per tutti, senza mettere in atto impegni precisi sul piano della concretizzazione del diritto”.
Sono ormai quaranta anni che i leader dei Paesi che si oppongono al diritto umano all'acqua proclamano il loro impegno a garantirlo, prima nel 2000 e adesso rinviandolo nel 2030. Nella nostra Italia, infine non si può non rilevare che nonostante il pronunciamento da parte di 26 milioni di cittadini italiano che hanno dichiarato che l’acqua non è una merce sulla quale fare profitto, il Governo ed il Parlamento, a distanza di 9 mesi, si rifiutano di dare concretezza alla volontà popolare adottando un provvedimento legislativo che concretizzi il mandato referendario e riconosca il diritto all'acqua.
E’ forse arrivano il momento che i cittadini e le comunità facciano sentire con forza la loro indignazione. E’ questo il modo migliore per celebrare la Giornata Mondiale dell’acqua.

Tutti gli approfondimenti su Marsiglia 2012 e sull’andamento del processo di concretizzazione sul diritto all’acqua, così come molte altre notizie sull’acqua, sono disponibili sul nuovo sito del Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’acqua Onlus, online da oggi – www.contrattoacqua.it
Per informazioni:
segreteria@contrattoacqua.it, tel 02 89072057, cel 3274293815

martedì 20 marzo 2012

Siamostatiinvaldisusa #2


Impregilo NO tav, il cantiere è zona militare

by siamostatiinvaldisusa
Abbiamo scritto e diffuso il nostro testo per resistere all’impotenza. Lontano dalla gente che avevamo conosciuto, ascoltato, incontrato. Non riuscivamo a dormire, a stare fermi pensando a quello che stava accadendo. Manganelli, ossa rotte, vetrine spaccate. Abbiamo rapidamente messo insieme il blog ed il gruppo Facebook per cercare di raccontare la nostra esperienza e restituire alcune informazioni che avevamo raccolto. Era un testo per gli amici, i conoscenti, i colleghi. Una testimonianza di solidarietà nei confronti di chi ci ha accolto e mostrato una storia straordinaria dove gioia, fatica e resistenza si mescolano quotidinamente. Non pensavamo di ricevere in pochi giorni 33.000 visite e più di mille commenti. Invitiamo gli amici della valle a leggerli tutti d’un fiato nei momenti difficili. Quando la stanchezza di giorni passati in assemblea, davanti a un ospedale, in carcere o su un autostrada, comincia a farsi sentire. Leggerli fa bene. Qualcuno l’ ha tradotto autonomamente anche in inglese. http://strugglesinitaly.wordpress.com/2012/03/05/en-translation-what-we-have-understood-by-visiting-the-susa-valley/]
Grazie a tutti. Per aver aderito, condiviso, commentato ed averci incoraggiato a proseguire.

E allora andiamo avanti. …..
Venerdì scorso, eravamo di fronte la sede dell’ENEL per esprimere il nostro dissenso nei confronti della costruzione di una serie di dighe nella Patagonia Cilena, in Guatemala e in Colombia.
Storie lontane solo geograficamente, ma uguali nella sostanza, anche e soprattutto per quanto riguarda le mirabolanti imprese italiane. E’ infatti Impregilo la società alla quale è stato affidato il compito di costruire la diga di El Quimbo nel sud della Colombia. E’ curioso che Impregilo, invece di spiegare perché la polizia colombiana abbia utilizzato i suoi mezzi – e quelli di ENEL – per reprimere la resistenza contadina a colpi di candelotti ad altezza uomo [ http://www.youtube.com/watch?v=BFv4HG8ALeA ], si preoccupi solamente di precisare, in una nota rilasciata all’adnkronos, che la società «non è coinvolta nei lavori di realizzazione della Tav Torino-Lione in Val di Susa» [1]
Curiosa coincidenza.
Il fatto che l’impresa, ritenuta da tutti la più ovvia assegnataria del contratto di costruzione della Torino-Lione, si affretti a prendere le distanze dal progetto, è una notizia da annotare e tenere presente per il futuro. Forse la popolarità della TAV è veramente giunta al tramonto e la linea dura del governo è necessaria solo ad evitare intralci negli affari futuri..
A proposito di Impregilo una precisazione è doverosa. Nel precedente post, complice la fretta, abbiamo utilizzato informazioni un pò datate. L’assetto societario è infatti recentemente cambiato. La sostanza delle cose purtroppo non molto. Ligresti e Benetton hanno ceduto a Gavio. Il primo è uscito dalla società in cambio di denaro, mentre Benetton ha scambiato le sue azioni con 188 Km di autostrade del Cile.
La new entry che oggi detiene il 20% della società (contro il 30 di Gavio) è la Salini Costruttori, celebre per le sue decennali imprese africane realizzate con i soldi pubblici della cooperazione allo sviluppo. La società è uscita rafforzata dalla recente fusione con la Todini. E’ importante ricordare che Simonpietro Salini risulta essere il socio n.531 della loggia massonica P2. Margherita Todini invece, è stata europarlamentare di Forza Italia e temporaneamente in lizza come possibile governatrice della regione Lazio, prima che la Polverini avesse la meglio.
Ma torniamo a quello che è successo nella valle. Abbiamo impiegato questa settimana a cercare di capire a chi appartenevano le ruspe, guidate dalle forze dell’ordine (non ricorda un pò la Colombia?) , che hanno sgombrato il presidio e devastato il sito archeologico neolitico della Maddalena di Chiomonte a giugno 2011. E qual’era l’impresa che, scortata da un esercito, ha eseguito l’ampliamento del cantiere il 27 febbraio 2012. Non è stato per niente facile. E non ne siamo venuti completamente a capo. Abbiamo capito che fino all’estate scorsa, le imprese incaricate della perimetrazione del cantiere erano Italcoge, proprietà della famiglia Lazzaro, e la società Martina. Entrambe di Susa.
Italcoge, ad agosto del 2011, è fallita a causa di un debito di 4-5 milioni di euro con l’erario. Ovvero evasione fiscale. Da allora non è chiaro chi esattamente abbia realizzato la recinzione. Martina è sicuramente ancora in campo ma si parla anche di Itinera che guarda caso fa parte del gruppo Gavio. E qui si chiuderebbe il cerchio, ma c’è ancora da scavare, ci siamo incaponiti e ci arriveremo.
Intanto c’è da chiedersi perchè il cantiere ha inglobato la baita Clarea, terreno acquistato legalmente in maniera collettiva dagli abitanti della Val di Susa e “temporaneamente occupato” ai sensi dell’art 19 del decreto di stabilità [ http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/E3D420D5-A2E8-46E5-B3B9-DA059B889667/0/20111112_L_183.pdf ] che recita al comma 2 “Fatta salva l’ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale di cui al comma 1 ovvero impedisce o ostacola l’accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell’articolo 682 del codice penale”
E di cosa parla l’articolo 682 del codice penale?
“Ingresso arbitrario in luoghi, ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato”
[http://www.testolegge.com/codice-penale/articolo-682]
Un cantiere ferroviario è un luogo di interesse militare. Il grido di allarme che arriva dalla val di susa non ha bisogno di esser dimostrato… è semplicemente legge dello stato.
La storia viene raccontata sinteticamente nel post del blog di LTF (società partecipata fifty-fifty tra le reti ferroviarie italiana e francese responsabile di tutto il progetto) lanciato il 13 febbraio[ http://blogtorinolione.ltf-sas.com/ampliamento-del-cantiere-de-la-maddalena/]. Leggetelo con attenzione e studiate l’ordine delle azioni, prima si espropria poi si informa i proprietari.
Il blog ha un titolo romantico “Appunti di viaggio Nuova Linea Torino Lione”, consente i commenti anche se con moderazione ed educazione, quindi invitiamo tutti voi sagaci commentatori ad inoltrare pacatamente domande e considerazioni. Staremo a vedere quanti ne verranno pubblicati.
La ricerca prosegue…

CONTINUIAMO A COSTRUIRE L’INFORMAZIONE DAL BASSO, INOLTRA, DIFFONDI, CONDIVIDI, COMMENTA...
p.S: Gli autori del blog informano che Forza Nuova Milano ha pubblicato sul suo sito il post “Siamo stati in Val di Susa ed abbiamo capito” facendo proprio il testo omettendo i nomi dei primi firmatari. E’ la stessa storia del popolo valsusino a raccontarci il legame profondo che esiste tra la battaglia per la democrazia di oggi e la lotta antifascista di ieri.

[1] Il link è irreperibile in rete. Testo integrale del dispaccio

AMBIENTE: IMPREGILO, NESSUN COINVOLGIMENTO NELLA TAV IN VAL DI SUSA = LA PRECISAZIONE IN OCCASIONE DELLA MANIFESTAZIONE DAVANTI ALL ‘ ENEL Roma, 2 mar. (Adnkronos) – «Impregilo non è coinvolta nei lavori di realizzazione della Tav Torino-Lione in Val di Susa». Lo precisa un portavoce della società stessa, in una nota inviata all’Adnkronos, in merito al comunicato congiunto diffuso da alcune associazioni che manifestano oggi a Roma. Nel comunicato delle associazioni si legge infatti che «in Colombia, sul Rio Magdalena, la diga dell’ENEL viene costruita da Impregilo, nota impresa italiana specializzata in opere devastanti come la Tav in Val di Susa di cui è responsabile per il 75%». (Mst/Ct/Adnkronos) 02-MAR-12 15:43 NNN

La grande Multiutility del Nord

COMUNICATO STAMPA




Un appello, quello pubblicato oggi su www.acquabenecomune.org, che viene lanciato da Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua in difesa dei referendum di giugno e contro il progetto della grande multiutility del Nord. Tra i primi firmatari nomi della cultura e dello spettacolo come Mondi Ovadia, Dario Fo, Stefano Rodotà, Elio e Mangoni, Nando Dalla Chiesa, Guido Cavalli, Franca Rame, Loris Mazzetti, Paolo Rossi, Basilio Rizzo, Guido Viale, Alberto Lucarelli, Vittorio Agnoletto, Luigi Ferraioli, Ugo Mattei, Bruno Bosco, Andrea Di Stefano, Elio Veltri, Luca Nivarra, Gaetano Azzariti, Roberto Biorcio, Emilio Molinari, Paolo Bisio, Daniele Silvestri, Paolo Jannacci, Ale e Franz, Mario Agostinelli, Maso Notarianni, Diego Parassole, Alberto Patrucco, Silvano Piccardi, Pietro Raitano, Luca Martinelli, Renato Sarti, Bebo Storti, Jole Garuti, Luca Koblas, Leonardo Manera, Nadia Volpi, Rita Pelusio, Henry Zaffa, Paolo Cacciari, Gianni Tamino...

“La proposta di creare una grande multiutility del Nord ci ripropone l'idea di vendere servizi essenziali per coprire buchi di bilancio e punta a superare i debiti delle aziende attraverso economie di scala. E’ un’operazione lobbistica e verticistica di istituzioni, manager e correnti di partiti, estranea alle città interessate, che espropria i consigli comunali dei loro poteri e allontana le decisioni dal controllo democratico. Oggi serve una gestione dell'acqua, dei rifiuti, del TPL, dell'energia prossima ai cittadini e alle Amministrazioni locali, per garantire la trasparenza e la partecipazione nella gestione dei servizi".

Con l'appello si contesta il progetto della grande multiutility sia nel metodo che nel merito. Nel metodo perché si tratta di un'operazione che non prevede dibattito pubblico che coinvolga le amministrazioni locali, le assemblee elettive, coloro che hanno promosso e vinto i referendum, le associazioni, i comitati, tutti coloro che vogliono preservare l’universalità dei diritti fondamentali, come l’acqua, e tutelare i diritti dei lavoratori. “Non si può accettare – si legge nell'appello – l'espropriazione delle condizioni minime per esercitare i diritti di cittadinanza, per garantire la riproducibilità della nostra vita associata in armonia con l'ambiente”. Nel merito perché “anni di privatizzazione lasciano aziende con miliardi di debito, aumento dei costi dei servizi per i cittadini, peggioramento delle condizioni dei lavoratori del settore, azzeramento degli investimenti in nuove reti, impianti e tecnologie, spreco di ingenti risorse naturali, finite e irriproducibili, e una drastica riduzione degli spazi di democrazia, di partecipazione e di trasparenza”.

“Chiediamo – conclude l'appello – a tutte le forze politiche, sociali e sindacali, in particolare quelle che hanno sostenuto i referendum, di prendere una posizione chiara opponendosi con decisione a questo progetto e portandolo alla discussione e al pubblico dibattito. Ci impegniamo a favorire tutti i possibili momenti informativi, di dibattito e di sensibilizzazione”.

Il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua si mobiliterà a tutti i livelli per contrastare qualsiasi operazione che vada contro l'esito referendario di giugno e riproponga, come accadrebbe con questa enorme operazione finanziaria, la mercificazione di un bene comune essenziale e l’espropriazione della democrazia.

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TORINO:
L'obbedienza civile non abita nei vertici SMAT 
Signor Sindaco (#2)...


SmatSignor Sindaco,
in questi giorni la Smat sta inviando una lettera ai Sindaci dei Comuni dell'ATO 3, firmata dal Presidente ma anche dall'Amministratore Delegato dell'Azienda.
Ben curiosa questa iniziativa di un Amministratore Delegato di inviare una raccomandata, con ricevuta di ritorno (!), ai soci dell'Azienda per cui lavora... Come le sarà noto l'esito referendario ha abrogato la remunerazione del capitale investito nel servizio idrico: secondo l'esplicita affermazione della Corte Costituzionale tale esito è immediatamente efficace nell'ordinamento giuridico. In conseguenza di ciò il ministro Clini ha invitato il Governo a intraprendere i dovuti passi successivi.
Totalmente diverso il comportamento della Smat (e di altri gestori). Di fronte alle iniziative, promosse dal Forum dei movimenti dell'Acqua, per far applicare concretamente la normativa quale risultante dal referendum, la Smat esercita una indebita pressione psicologica sui Sindaci.
La lettera Smat contiene, tra altre inesattezze, anche quella, macroscopica, di confondere la remunerazione del capitale con gli investimenti (perfettamente separati nella tariffazione normalizzata applicata nell'ATO 3 Torinese).
Siamo assolutamente consapevoli e sensibili di fronte al problema del finanziamento delle infrastrutture nel settore. La invitiamo pertanto a consultare i nostri siti, o meglio, a mettersi in contatto con questo Comitato, per conoscere le nostre analisi e le nostre proposte, frutto di un attento e documentato studio dei dati.
In tema di dati reali, non possiamo non ricordare, quanto meno, l'improvvida "impresa palermitana" che si è pesantemente riflessa sui bilanci Smat.
A breve il Forum darà, a livello nazionale, un'argomentata e meditata risposta a queste discutibili iniziative dei gestori, Smat tra le prime.
Nell'immediato ci auguriamo che Ella, nell'interesse della cittadinanza che rappresenta, si schieri a favore del rispetto della volontà popolare e della legalità.

Cordiali saluti e buon lavoro.
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Comitato Provinciale Acqua Pubblica Torino -
www.acquapubblicatorino.org - tel. 388 8597492
Torino, 8 marzo 2011

sabato 17 marzo 2012

Acqua, divergenze tra ministeri

L'acqua è orfana di controllori
Non riuscendo a mettersi d'accordo si è deciso di non far nulla

di Michele Arnese (ItaliaOggi, 16/3/2012)

Sulla regolazione e sulle tariffe del settore idrico regna sovrana l'incertezza per alcune beghe ministeriali ancora irrisolte e le imprese del comparto sbuffano per la confusione e l'incertezza normativa. Vediamo quali sono le divergenze attuali fra ministero dell'Ambiente e dicastero dello Sviluppo economico. Ma, prima, serve inquadrare bene il tema.

Nei tre anni del governo Berlusconi la posizione del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha impedito, di fatto, che il settore idrico fosse sottoposto alla regolazione di un'Autorità indipendente. Secondo le leggi allora in vigore, il settore era sottoposto a una forma debole di regolazione esercitata dal Comitato per la vigilanza sull'uso delle risorse idriche (Coviri) che istituiva il Servizio idrico integrato e dettava le norme di riassetto che ancora oggi sono sostanzialmente in vigore.
Nel 2009 il Coviri si è trasformato in Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) senza che ciò modificasse in misura apprezzabile tanto le funzioni quanto i limiti dell'impostazione istituzionale che continuava a non garantire l'autonomia dell'ente rispetto al potere politico, l'adeguatezza delle risorse umane e finanziarie necessarie allo svolgimento di compiti di regolazione economica del settore, perseverando nella commistione di ruoli del ministero dell'Ambiente e della Commissione in materia di determinazione delle tariffe e di controllo del servizio.

Nel frattempo il governo Berlusconi aveva avviato, su iniziativa del ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto, che aveva delega ai servizi pubblici locali, una riforma del settore che aveva determinate, per reazione, l'avvio di una campagna referendaria sull'acqua pubblica. Con la raccolta delle firme per i referendum su nucleare e acqua pubblica, si erano infittiti i tentativi di assegnare il settore dell'acqua alla regolazione di un'autorità pubblica ed indipendente al pari di quello che accade per l'energia elettrica ed il gas o per le telecomunicazioni.
Questa era anche una risposta, nelle intenzioni di Palazzo Chigi e di Fitto, alla demagogica campagna referendaria, in quanto rafforzava, rendendola trasparente, la funzione di controllo nella formazione delle tariffe e di regolazione delle attività svolte dai gestori, pubblici o privati che fossero. Non se ne fece nulla e sappiamo poi come il referendum sull'acqua andò a finire: con l'abrogazione integrale dell'articolo 23-bis del decreto 112/2008 e l'azzeramento della riforma dei servizi pubblici locali poi ripresa con il decreto di ferragosto del 2011.

Ancora a luglio 2011 con il decreto legge n. 70 (decreto Sviluppo), all'esito di un braccio di ferro fra il ministro Prestigiacomo e quanti, Fitto tra questi, proponevano invece il passaggio delle funzioni di regolazione sull'idrico all'Autorità per l'energia e il gas (Aeeg), il Conviri viene soppresso e, al suo posto, viene istituita l'Agenzia nazionale per la regolazione e la vigilanza in materia di acqua.
Ancora una volta una soluzione pasticciata (secondo la maggioranza dei tecnici dell'esecutivo) che, pur avvicinandosi alla figura di autorità indipendente, non scioglieva del tutto i rapporti con l'autorità politica (ministro per l'Ambiente) e non era dotata delle risorse di personale e finanziarie adeguate all'importanza e complessità del ruolo. L'Agenzia non è però mai nata, vittima anche del ruvido trattamento riservato alla Prestigiacomo dall'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti (più diplomaticamente si direbbe lunghezze burocratiche per l'approvazione degli atti amministrativi da parte della Ragioneria) e dell'insofferenza della Lega rispetto al tema.

Arriviamo quindi al governo Monti che con l'articolo 21 del decreto 201/2011 (Salva Italia) dispone, nell'ordine, la soppressione dell'Agenzia nazionale per la regolazione e la vigilanza in materia di acqua e il passaggio delle competenze relative a regolazione e controllo dei servizi idrici all'Aeeg.
Tutto bene? No, perché l'ultimo passo del comma 19, aggiunto in sede parlamentare su pressione del ministero dell'Ambiente, stabilisce che «le funzioni da trasferire sono individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.»
Ma i 90 giorni sono ormai trascorsi senza che il Dpcm abbia visto la luce. Eppure, notano i tecnici, il decreto è semplicissimo, per certi versi finanche inutile, dovendosi limitare a definire quali delle funzioni elencate nell'articolo 10 del decreto legge 70 devono passare dalla soppressa Agenzia all'Aeeg. Il dicastero dell'Ambiente retto da Corrado Clini ha redatto una bozza di Dpcm, che ItaliaOggi ha letto, che è stato anche sottoposto alla valutazione della Conferenza delle Regioni.

Il giudizio unanime di quanti hanno studiato il testo e si interessano di regolazione è negativo. Sulla stessa linea sarebbe anche il sottosegretario Caludio De Vincenti che, per il ministero dello Sviluppo, segue tutta la partita delle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. La bozza di Dpcm conterrebbe disposizioni illegittime quando assegna nuove funzioni al ministero dell'Ambiente; inoltre, verrebbe a delinearsi un quadro confuso in cui la competenza di regolazione della tariffa risulta condivisa tra ministero e Autorità generando confusione e commistione di ruoli.
In una situazione nella quale finanche le imprese del settore chiedono di essere regolate da un'autorità indipendente e «autorevole», in cui si attende, da oltre 15 anni, una revisione del metodo tariffario introdotto nel lontano 1996, in cui uno tra i principali elementi di criticità che impediscono lo sviluppo di un mercato di fornitura dei servizi idrici efficiente e comparabile come quello dei paesi europei più avanzati è proprio la mancanza di un sistema di regolazione e controllo indipendente e dotato di adeguate competenze specifiche, possiamo continuare ad attendere il dirimersi di questioni di attribuzione di competenze anche in presenza di una legge che è chiara?

L'esito referendario ha sancito l'eliminazione del riferimento al rendimento del capitale investito tra le voci di costo che la tariffa deve coprire e ciò determina incertezza dell'applicabilità di tutte le tariffe in vigore sulla base delle quali sono stati costruiti i piani di investimento su 20-30 anni. Urge, notano le società del settore, una revisione rapida del metodo tariffario già molto vecchio ed ora stravolto dal referendum. Le imprese del comparto stimano in 60 miliardi gli investimenti sulla rete nei prossimi 20-30 anni. Le banche sono sempre più restie a considerare bancabili piani di investimento soggetti a tale incertezza regolatoria e tariffaria.









venerdì 16 marzo 2012

Il processo dell'Isolotto di Firenze

Il processo dell’Isolotto
Saggio introduttivo di Enzo Mazzi
prefazione di Mario Capanna
Manifestolibri 2011

Quella della comunità fiorentina dell’Isolotto fu, alla fine degli anni Sessanta, una partecipata esperienza religiosa e laica, sociale, politica e culturale. E su di essa si abbattè una reazione tra le più immediate, virulente e indicative di quanto la presa di parola dal basso avesse allarmato i poteri costituiti. Nel processo del 1971 furono coinvolte quasi mille persone. Nel saggio introduttivo di Enzo Mazzi, attraverso l’esercizio della memoria, che accosta fatti e valutazioni, si mostra come il processo contro la comunità dell’Isolotto sia stato un passaggio esemplare verso una drammatica stagione di depistaggi, trame eversive e repressione sulla quale ancora oggi non è stata fatta chiarezza. Oltre alla ricostruzione dei fatti, il volume è completato dall’arringa di Lelio Basso durante il dibattimento, che costituisce un documento inedito di straordinario valore storico e giuridico, nonché dalle testimonianze che importanti personaggi quali Pietro Ingrao, Ernesto Balducci, Hans KÜng, Franco Cordero, Lucio Lombardo Radice e altri resero al tempo dei fatti.

Comunicato della Comunità Anni "70"  il processo alla comunità dell'Isolotto: un intero quartiere a giudizio per non aver chinato il capo e non aver accettato passivamente l'annientamento di una esperienza e di una identità. La memoria di ieri per leggere i fatti dell'oggi.
Abbiamo riedito quella esperienza in una nuova pubblicazione che verrà presentata giovedì 22 marzo alle ore 17 alla "biblioteca delle Oblate" in via dell'Oriuolo 26 a Firenze


Estratti dal libro:


(Da "Il processo dell'Isolotto", Premessa della Comunità dell'Isolotto, pp.13-18) Manifestolibri ed. 2011,  passim).
1 - voi non andate a giudicare solo noi nove, voi non andate a giudicare neppure il popolo dell’Isolotto. Giudicate una tendenza, una forza viva che oggi c’è nella società, nella storia. Hanno detto gli avvocati che la vostra sarà una sentenza storica. Noi crediamo che questo sia vero proprio perché l’Isolotto è una parte, una piccola parte di un movimento molto più ampio”. 
2 - Questa dichiarazione concluse il dibattimento del processo contro l’Isolotto prima della sentenza del Tribunale, il 5 luglio 1971. Fu letta da una delle nove persone sotto giudizio: quattro laici della Comunità Isolotto e cinque preti di cui due fiorentini e tre di altre città italiane. Rappresentava i sentimenti, le emozioni, le preoccupazioni di tutti, non solo di coloro che erano giudicati in quel processo ma anche dei quasi cinquecento che erano stati inizialmente rinviati a giudizio e poi amnistiati e soprattutto era espressione dell’intera comunità. 
3 - La nostra rivisitazione non è pura riesumazione di un passato sepolto ma è“memoria storica” che ha senso per l’oggi. Perché la memoria è creativa, generativa di presente e di futuro.  
4 - La dichiarazione fu fatta anche a nome di un’intera società civile che vedeva nel processo dell’Isolotto un momento particolare ma forte ed emblematico di quell’imponente processo storico di trasformazione globale della società che era stato ed era ancora il ’68. 
5 - Tant’è vero che quando si tirano le somme della repressione giudiziaria del movimento complessivo del ‘68-‘69, si trovano accomunati in decine di migliaia di denunce e processi studenti, operai, preti e laici, insegnanti, psichiatri, medici, ecc. 
6 - Riteniamo di trovarci sulla stessa lunghezza d’onda dello storico statunitense Howard  Zinn: “Se la storia ha da essere creativa in modo da anticipare un possibile futuro senza negare il passato, essa dovrebbe mettere in evidenza nuove possibilità mettendo in luce quegli episodi del passato che sono stati tenuti nascosti, quando, anche se in brevi sprazzi, la gente dimostrò la sua capacità di resistere, di mettersi insieme, e qualche volta di saper vincere. 
7 - Siamo preoccupati, indignati per quello che sta succedendo nella vita politica e nella stessa vita ecclesiale. Soprattutto siamo disorientati. Come abbiamo potuto ridurci in questo stato? Come se ne esce? Forse abbiamo cercato soluzioni girando intorno all'asse del potere, lottando o facendo il tifo per chi lottava con gli stessi metodi e con gli stessi schemi culturali dei centri di potere, convinti che una volta raggiunto il mitico potere lo avremmo usato diversamente. Non vogliamo dire che bisogna abbandonare la lotta politica. Ma che occorre rovesciare lo schema di pensiero. Partire dal basso, dalla vita, dalle relazioni essenziali, dalla solidarietà strutturale e fondamentale, dalle piccole cose, invece che dall'alto. 
8 - Luis Macas, intellettuale quichua ecuadoriano, afferma:
“La politica organizza l’esistente: non crea realtà nuove. L’unica cosa che può cambiare in profondità l’esistente consiste nel creare e nel porre nella realtà data realtà nuove, che mettono in discussione l’esistente e con la loro presenza lo portano a ristrutturarsi. La principale e decisiva attività trasformatrice è l’attività creativa, quella capace di introdurre effettive novità storiche”.
 Qualche altro ha scritto: “Non si possono risolvere i problemi con gli stessi schemi di pensiero con cui sono stati creati”.  
9 - Barach Obama al Parlamento del Ghana: “Il mondo sarà come voi lo costruite. Voi avete la forza per chiamare il vostri leader a render conto del proprio operato, per costruire istituzioni che siano a servizio del popolo. Potete sconfiggere le malattie, mettere fine ai conflitti e creare il cambiamento partendo dal basso. Potete farlo. Sì, voi potete. Perché ora la storia sta cambiando”.    
(Da “la frontiera della memoria” di Enzo Mazzi, pp.19-62 del libro, passim)
La “Chiesa dei poveri”, la Chiesa delle comunità di base e della teologia della liberazione, la Chiesa di ispirazione conciliare, la Chiesa del dialogo deve essere repressa, in America Latina, come nelle Filippine, come nel Nord del mondo.  Va fermata anch’essa“con ogni mezzo”: finché è possibile con gli strumenti del Diritto Canonico, ma se non basta ci vuole il braccio secolare.  Viene perciò finanziata, sostenuta e potenziata la parte di Chiesa conservatrice, assistenzialista, autoritaria, spiritualista, anticomunista, per aiutarla a emarginare e reprimere al suo interno le esperienze conciliari. Ma ove, come nel Terzo Mondo, non sia sufficiente la repressione intraecclesiale, la strategia repressiva dovrà usare mezzi violenti come i massacri di preti, vescovi, leader laici di comunità di base.
La personalità, il messaggio e l’uccisione di mons. Romero sono ormai note in tutto il mondo. C’è perfino una causa di beatificazione che giace in Vaticano in attesa di tempi opportuni. Tempi che arriveranno, perché  il potere ecclesiastico ha fame di santi. La mitizzazione/santificazione di soggetti umani che emergono per il loro eroismo crea nella massa sensi di frustrazione morale di fronte a modelli di santità irraggiungibile, genera in tutti noi sensi di colpa, produce personalità insicure, dipendenti e quindi inclini alla eterodirezione e alla ubbidienza. Ecco il motivo profondo della santificazione ufficiale: favorire il dominio. Noi, le formiche, i comuni mortali, la povera gente del popolo, ci sentiamo insignificanti, bisognosi della protezione del potere, come bambini indotti dalla loro insicurezza a gettarsi nelle braccia della mamma. San Romero d’America servirà a far dimenticare che egli quando era in vita è stato ostacolato, combattuto e ucciso da quegli stessi poteri che poi hanno favorito la sua santificazione. È vero che mons. Romero è stato fatto santo dal popolo di El Salvador e di tutta l’America latina già subito dopo l’uccisione. Anche il popolo ha bisogno di santi. È un bisogno che ha molte motivazioni e che però presenta anche rilevanti contraddizioni. Un potente, uno della casta sacrale, un vescovo che si fa popolo può diventare simbolo della capacità della lotta di liberazione di essere efficace e di penetrare fin dentro i palazzi per sgretolare il sistema del dominio oppressivo. Romero santo può significare il riscatto della santità del popolo. Ma il potere non sta a guardare. E con i suoi riti potenti, che penetrano fin dentro l’intimo delle coscienze, sradica il simbolo del riscatto dalla lotta del popolo, lo eleva sugli altari, ne fa oggetto di culto anziché di ispirazione, lo rende strumento di alienazione. Meno noti e meno recuperabili per la santificazione sono le centinaia di preti e teologi della liberazione che furono uccisi in America Latina come Romero perché erano a fianco del popolo e ne favorivano la coscientizzazione. La teologia della liberazione che essi elaboravano e diffondevano costituisce la versione centroamericana di una teologia incarnata nella storia della liberazione dei poveri, degli sfruttati, degli oppressi. La parola “teologia” può portare fuori strada perché può indurre a pensare a una teorizzazione accademica e dottrinale. In realtà si tratta di una riflessione che parte dalla vita, dalla lotta, dalle esperienze pratiche e a queste sempre riconduce. Si tratta di una teologia che di fondo, non certo direttamente né in tutti i suoi aspetti, ha ispirato papa Giovanni XXIII, ha dato anima al Concilio Vaticano II e poi si è diffusa in tutto il mondo prendendo vari indirizzi e nomi nei diversi contesti culturali.
Ritengo che forse questo tempo della notte fonda, della nebbia fitta, è il tempo che richiede lo sguardo attento ai segni minimi dell’avvento di una nuova stagione. Forse è il tempo di una solidarietà rinnovata negli obiettivi e nei metodi che privilegi le relazioni più che le realizzazioni, che faccia crescere la consapevolezza complessiva più che indicare un preciso nemico, che crei identità collettive di gente consapevole della propria dignità più che addormentare con promesse salvifiche dall’alto, che tenti esperienze nuove di relazione, comunità oltre i confini, mentre si oppone alle relazioni e alle comunitarietà chiuse, fondate sul dominio del danaro e sulle sue istituzioni.
Ha espresso con la sensibilità consueta queste stesse cose Pietro Ingrao in una Tavola rotonda sulla Violenza del sacro, svoltasi a Firenze in un gremitissimo salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, nell’ambito del Convegno del 1987 delle comunità di base sulla Laicità. Alla fine dell’intervento volle regalarci una sua poesia di tre versi:
 “Mordi musica, anima, vita,/
 domanda, parla, grida il desiderio deriso, le fragili comunioni,/
leva in alto la sconfitta”.
E poi spiegò: Levare in alto la sconfitta vuol dire che quello che appare impossibile matura però nel grembo delle cose. E le fragili comunioni, pur essendo fragili e non ancora vittoriose, recano in sé, sia pure esposto, debole, ma in una misura che preme, il germe di un altro rapporto fra esseri umani, un rapporto dove ceda il dominio ed entri in campo la comunicazione, dove ciascuno di noi non sia più possessore, proprietario, vincitore, non più chiuso nella gabbia del dominio incomunicante, ridotto solo ad essere parte,soltanto parte. Levare in alto la sconfitta vuol dire sperare di entrare in una connessione che valorizzi ma anche oltrepassi l’enorme straordinarietà del singolo, ne superi i limiti e i confini, ne scavalchi anche la frantumazione e l’accaduto irrimediabile e la lacerante solitudine nella folla e finalmente apra una strada per una vita che abbia come primo senso il comunicare…”.

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