martedì 17 settembre 2013

RIPUBBLICIZZARE SI PUÒ, RIPUBBLICIZZARE SI DEVE!

di Gianluca Gobbi, RadioFlash Torino

Come la società in cui siamo immersi, anche il palinsesto di Radio Flash si fa sempre più “liquido”. Dalla scorsa settimana stiamo realizzando interviste di presentazione del convegno internazionale Ripubblicizzare si può, ripubblicizzare si deve“, di cui siamo media partner. Sulle forme di finanziamento e gestione del servizio idrico interverranno esperti provenienti da tutta Europa, a partire da Parigi e Berlino.
Non mancheranno esperienze che nel nostro Paese dimostrano come sia possibile tornare ad un gestione pubblica dell’acqua. Ovviamente non intesa come carrozzone su cui salire (più che per bere, soprattutto per mangiare…), ma come meccanismo virtuoso in grado di garantire una vera gestione partecipata. Il convegno di sabato 21 settembre (al Centro Incontri della Regione Piemonte in C.so Stati Uniti 23 a Torino) chiarirà in modo inequivocabile perché la straripante vittoria del referendum non ha affatto chiuso la partita e perché sempre di più si scrive acqua e si legge democrazia.

➜QUI IL PODCAST DEGLI APPROFONDIMENTIradioflash.to/programmi/fuorionda/acquapubblica

domenica 15 settembre 2013

Mancuso, Scalfari (e Bergoglio)

La verità, vi prego, sui confini dell’amore
di Eugenio Scalfari
in “la Repubblica” del 15 settembre 2013


Tra i tanti articoli che sono stati scritti sulla lettera a me diretta da papa Francesco ce n’è uno di Vito Mancuso pubblicato venerdì scorso sul nostro giornale (“Il Papa, i non credenti e la risposta di Agostino”, riportato INFRA, NdR). Lo cito perché pone un problema che merita d’esser approfondito: chi sono i non credenti, quelli che nel linguaggio corrente sono definiti atei?
Mancuso non è un ateo, anzi è un fine teologo credente, ma la sua è una fede molto particolare e la descrive così: «Credo alla luce che è in me laddove splende nella mia anima ciò che non è costretto dallo spazio e risuona ciò che non è incalzato dal tempo. Quella luce ci permette di superare noi stessi e liberarci dall’oscurità dell’ego, da quella bestia che certamente fa parte della condizione umana ma non è né l’origine da cui veniamo né il fine verso cui andremo. La fede in Dio lega l’origine dell’uomo alla luce del Bene orientando l’uomo verso la solidarietà e la giustizia».
Insomma Mancuso crede nel Pensiero che porta verso il Bene. Quel Pensiero è Dio e ci ispira solidarietà e giustizia. Trovo suggestivo questo suo modo di pensare e di sentire. La fede infatti è un sentimento che proviene dall’interno dell’uomo, dal suo “sé” ed erompe verso la mente dove hanno sede il pensiero e la ragione. Sono molte le persone che, rifiutando le Sacre Scritture, la dottrina della Chiesa e la sua liturgia, credono “in qualche cosa” che in parte sta dentro di noi e in parte ne sta fuori. Per metà sono credenti, per un’altra metà non lo sono. La secolarizzazione della società moderna viaggia in gran parte su questa lunghezza d’onda. A me è
capitato più volte di domandare ad amici ai quali mi legano simpatia, frequentazione, comunità di progetti e di lavoro: tu credi? Molto spesso la risposta è affermativa, ma se ancora domando: in che cosa? La risposta è appunto “in qualche cosa”. È un’ipotesi consolatoria, un aldilà incognito che comunque promette un proseguimento della vita “fuori dallo spazio e dal tempo” come scrive Mancuso, oppure è un abbozzo di pensiero che non viene approfondito perché i bisogni e gli interessi quotidiani, la concretezza dei fatti e degli incontri, incalzano e ingabbiano dentro lo spazio-tempo che non può essere facilmente accantonato?
La bestia pensante è esattamente questo: istinti animali che la mente riflessiva fa lievitare. L’essere sta, diceva Parmenide; l’essere diviene diceva Eraclito; l’essere è formato dagli elementi della natura, diceva Empedocle. Qualche tempo dopo arrivò Platone e la sua pianura della verità, i suoi archetipi, modelli trascendenti, punti di riferimento della bestia pensante. Se bestia pensante non piace possiamo nobilitarla chiamandola “homo sapiens”, oppure darle un nome mitologico che la nobiliti ancora di più. Io lo chiamo Eros, non il paggetto alato che accompagna Venere-Afrodite e lancia le frecce per infiammare i cuori, ma una forza originaria del cosmo, signore di tutte le brame e di tutti i desideri. La nostra, prima ancora di essere una specie pensante, è una specie desiderante. Si obietterà che tutte le specie viventi desiderano ed è vero, ma i desideri dell’animale sono coatti e ripetitivi, quelli della nostra specie sono invece evolutivi e da un desiderio appagato ne nasce immediatamente un altro. Perciò noi siamo una specie desiderante perché desideriamo desiderare ed Eros è la forza della vita e ne misura l’intensità.

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C’è una poesia di Auden che ad un certo punto invoca: «La verità, vi prego, sull’amore»; ma delle varie specie d’amore parlano anche, e molto, La Rochefoucauld, Pascal, Leopardi, Baudelaire, ciascuno a suo modo. C’è primo tra i primi, l’amore per se stesso; La Rochefoucauld lo chiamò amor proprio, la mitologia lo chiamò Narciso, il giovane che rimirandosi nelle acque d’un lago si innamorò di se stesso.
L’amore per se stesso è il fondamento della nostra vita perché noi viviamo con noi stessi 24 ore su 24. Se ci odiassimo saremmo vittime di un disturbo mentale che potrebbe arrivare al “tedium vitae” e persino al suicidio. Ma se il narcisismo oltrepassa la soglia fisiologica al punto di escludere ogni altra specie d’amore, allora diventa egolatria, auto-idolatria. È una patologia alquanto diffusa e
molto pericolosa per la società. Poi c’è l’amore per l’altro, la coppia di innamorati, anche questo con molte sottospecie, il rispecchiamento reciproco, l’attrazione sessuale per l’altro sesso oppure per lo stesso, l’amore platonico, l’amicizia amorosa, l’affinità elettiva. Infine l’altra e grandiosa forma d’amore, quella per gli altri, visti come “prossimo”, cioè l’amore per la specie, la fratellanza dei sentimenti, la famiglia. Ricordate il detto evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso”?
Dunque Gesù non escludeva l’amore per sé, e come avrebbe potuto escluderlo visto che era un uomo, fosse o non fosse il figlio di Dio? Il miracolo che si proponeva di compiere era di parificare l’amore per il prossimo a quello verso se stesso, ma poi, quando pensò (o rivelò) d’essere figlio di Dio, allora l’asticella del miracolo diventò molto più alta: non voleva soltanto elevare l’amore verso di sé e quello per il prossimo allo stesso livello di intensità, ma pensò che dovesse abolire interamente l’amore proprio e concentrare sul prossimo tutto il sentimento amoroso di cui ciascuno dispone.
Gli è riuscito questo miracolo? Direi di no, anzi dopo due millenni dalla sua venuta l’amor proprio è diventato più intenso e quello verso gli altri è fortemente diminuito. Se il mio dialogo con papa Francesco continuerà, come spero ardentemente che avvenga, questo credo che potrebbe essere il tema: far crescere l’amore per gli altri almeno allo stesso livello dell’amor proprio. Gesù di Nazareth fu martirizzato e crocifisso per aver voluto testimoniare la scomparsa dell’amore verso di sé. Volle cioè andare oltre la natura della bestia pensante che il Creatore aveva creato.
Il miracolo fallì, ma l’incitamento rimase e fu raccolto dai suoi discepoli, dai suoi apostoli, dai suoi fedeli ed anche dagli uomini di buona volontà. Siano essi credenti nell’Abba, nel Dio mosaico, in Allah, o in “qualcosa” o atei ma consapevoli. Per questo continuo a pensare che il vero culmine del Cristianesimo non sia la resurrezione di Cristo, ma la crocifissione di Gesù, non la conferma dell’esistenza d’un aldilà ma l’esempio e l’incitamento all’amore del prossimo, alla giustizia e alla libertà responsabile nell’aldiquà.

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Questo che segue è un post scriptum sulla politica, anche se aumenta la mia personale noia per la sua attuale ripetitività. Perciò sarò molto breve.
Berlusconi sembra aver perso — come si dice — la trebisonda; eppure il percorso che ha davanti a sé è molto chiaro: dovrebbe mettersi da senatore e, se desidera ottenere provvedimenti di clemenza dal Capo dello Stato, li chieda nelle forme previste dalla legge. A quel punto Napolitano valuterà e deciderà come ritiene più opportuno. Non esistono altre vie e salvacondotti perché nella nostra Costituzione non esiste il “motu proprio” e nessuno può inventarselo.
La legge Severino la si può valutare come si vuole, ma la sua applicazione dipende dal confronto delle diverse opinioni. I senatori del Pdl voteranno compatti per il ricorso alla Consulta, il Pd e quelli che la pensano allo stesso suo modo voteranno contro. Poi si andrà in aula e il voto sarà ripetuto, segreto o pubblico, si vedrà. Tutto questo è normale e proceduralmente corretto ma quale che sia il risultato arriverà circa negli stessi giorni il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano sulla durata della pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici che completa la sentenza definitiva della Cassazione. Quindi Berlusconi sarà comunque interdetto e i provvedimenti di pena accessoria non rientrano nell’eventuale atto di clemenza che gli venisse concesso.
Parliamo ora del governo Letta. I ministri, a qualunque partito appartengano, quando sono nominati dal Capo dello Stato acquistano una figura diversa da quella di uomini di partito poiché le istituzioni sono titolari dell’interesse generale mentre i partiti hanno ciascuno una propria visione del bene comune.
Infine l’economia. Il timore d’una caduta del governo ha già fortemente danneggiato il nostro Paese. Il valore dei titoli del debito pubblico è diminuito scendendo al di sotto di quello spagnolo. La recessione continua mentre il resto d’Europa sembra uscirne sia pure lentamente. Un provvedimento importante sarebbe l’abbattimento del cuneo fiscale. Penso che Letta dovrebbe deciderlo subito. Non ha risorse sufficienti? Emetta titoli pubblici e ne destini il ricavato a questo obiettivo. Sappiamo che il ministro Saccomanni sta studiando questo problema ed esaminando tutte le possibili alternative, ma non c’è più tempo da perdere e la stessa Bce ci chiede di non guardare
troppo meticolosamente il fabbisogno se lo si destina alla crescita reale. Così pure bisogna muoversi sulla riforma della legge elettorale e per l’abolizione del finanziamento dei partiti già prevista nel disegno di legge all’esame del Parlamento. Se il Parlamento indugia
ancora il governo ponga un limite di tempo ed emetta decreti sui quali porre la fiducia. Questi sono i miei pensieri insieme a quello che ripeto ancora una volta: auspico per il bene del Paese e dell’Europa che Letta continui a presiedere il governo fino al compimento del semestre europeo con presidenza italiana, cioè fino all’inizio del 2015. Se questo avverrà con il dinamismo necessario, saremo anche noi fuori dal tunnel.
Quanto al Pd, sia compatto su questo obiettivo e nel frattempo ricostruisca la sua ammaccata identità di partito riformista della sinistra democratica italiana ed europea.
Buona sera e buona fortuna

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Il papa, i non credenti e la risposta di Agostino

di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 13 settembre 2013

Qual è la differenza essenziale tra credenti e non-credenti? Il cardinal Martini, ricordato da Cacciari quale precorritore dello stile dialogico espresso dalla straordinaria lettera di Papa Francesco a Scalfari, amava ripetere la frase di Bobbio: “La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa”.
Il che significa che ciò che più unisce gli esseri umani è il metodo, la modalità di disporsi di fronte alla vita e alle sue manifestazioni. Tale modalità può avvenire o con una certezza che sa a priori tutto e quindi non ha bisogno di pensare (è il dogmatismo, che si ritrova sia tra i credenti sia tra gli atei), oppure con un’apertura della mente e del cuore che vuole sempre custodire la peculiarità della situazione e quindi ha bisogno di pensare (è la laicità, che si ritrova sia tra gli atei sia tra i credenti).
Gli articoli di Scalfari e soprattutto la risposta di papa Francesco esemplare per apertura, coraggio e profondità, sono stati una lezione di laicità, una specie di “discorso sul metodo” su come incamminarsi veramente senza riserve mentali lungo i sentieri del dialogo alla ricerca del bene comune e della verità sempre più grande, cosa di cui l’Italia, e in particolare la Chiesa italiana hanno un enorme bisogno.
Rimane però che, per quanto si possa essere accomunati dalla volontà di dialogo e dallo stile rispettoso nel praticarlo, la differenza tra credenti e non-credenti non viene per questo cancellata, né deve esserlo. Un piatto irenismo conduce solo alla celebre “notte in cui tutte le vacche sono nere”, per citare l’espressione di Hegel che gli costò l’amicizia di Schelling, conduce cioè all’estinzione del pensiero, il quale per vivere ha bisogno delle differenze, delle distinzioni, talora anche dei contrasti. È quindi particolarmente importante rispondere alla domanda sulla vera differenza tra credenti e non credenti, capire cioè quale sia la posta in gioco nella distinzione tra fede e ateismo.
Pur consapevole che sono molti e diversi i modi di viverli, penso tuttavia che la loro differenza essenziale emerga dalle battute conclusive della replica di Scalfari al Papa: “Quelle che chiamiamo tenebre sono soltanto l’origine animale della nostra specie. Più volte ho scritto che noi siamo una scimmia pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai angeli perché non è nostra la natura angelica, ove mai esista”.
“Scimmia pensante... bestia da cui proveniamo”: queste espressioni segnalano a mio avviso in modo chiaro la differenza decisiva tra fede e non-fede. Per Scalfari noi proveniamo da una “bestia” e quindi siamo sostanzialmente natura animale, per quanto dotata di pensiero; per i credenti, anche per quelli che come me accettano serenamente il dato scientifico dell’evoluzione, la nostra origine passa sì attraverso l’evolversi delle specie animali ma proviene da un Pensiero, e va verso un Pensiero, che è Bene, Armonia,Amore. La differenza peculiare quindi non è tanto l’accettare o meno la divinità di Gesù, quanto piuttosto, più in profondità, la potenzialità divina dell’uomo. La confessione della divinità di Gesù è certo importante, ma non è la questione decisiva, prova ne sia che nei primi tempi del cristianesimo vi furono cristiani che guardavano a Gesù come a un semplice uomo in seguito “adottato” da Dio per la sua particolare santità, una prospettiva giudaico-cristiana che sempre ha percorso il cristianesimo e che anche ai nostri giorni è rappresentata tra biblisti, teologi e semplici fedeli, e di cui è possibile rintracciare qualche esempio persino nel Nuovo Testamento (si veda Romani 1,4). Peraltro il dialogo con l’ebraismo, così elogiato da papa Francesco, passa proprio da questo nodo, dalla possibilità cioè di pensare l’umanità di Gesù quale luogo della rivelazione divina senza ledere con ciò l’unicità e la trascendenza di Dio. Naturalmente tanto meno la differenza essenziale tra credenti e non-credenti passa dall’accettare la Chiesa, efficacemente descritta dal Papa come “comunità di fede”: nessun dubbio che la Chiesa sia importante, ma quanti uomini di Chiesa del passato e del presente si potrebbero elencare che non hanno molto a che fare con la fede in Dio, e quanti uomini estranei alla Chiesa che invece hanno molto a che fare con Dio. Il punto decisivo quindi non sono né Cristo né la Chiesa, ma è la natura dell’uomo: se orientata ontologicamente al bene oppure no, se creata a immagine del Sommo Bene oppure no, se proveniente dalla luce oppure no, ma solo dal fondo oscuro di una natura informe e
ambigua, chiamata da Scalfari “bestia”.
Un passo di sant’Agostino aiuta bene a comprendere la posta in gioco nella fede in Dio. Dopo aver dichiarato di amare Dio, egli si chiede: “Quid autem amo, cum te amo?”, “Ma che cosa amo quando amo te?” (Confessioni X,6,8). Si tratta di una domanda quantomai necessaria, perché Dio nessuno lo ha mai visto e quindi nessuno può amarlo del consueto amore umano che, come tutto ciò che è
umano, procede dall’esperienza dei sensi. Nel rispondere Agostino pone dapprima una serie di negazioni per evitare ogni identificazione dell’amore per Dio con una realtà sensibile, e tra esse neppure nomina la Chiesa e la Bibbia, che appaiono così avere il loro giusto senso solo se prima si sa che cosa si ama quando si ama Dio, mentre in caso contrario diventano idolatria, idolatria della
lettera (la Bibbia) o idolatria del sociale (la Chiesa), il pericolo protestante e il pericolo cattolico.
Poi Agostino espone il suo pensiero dicendo che il vero oggetto dell’amore per Dio è “la luce dell’uomo interiore che è in me, là dove splende alla mia anima ciò che non è costretto dallo spazio, e risuona ciò che non è incalzato dal tempo”. Dicendo di amare Dio, si ama la luce dell’uomo interiore che è in noi, quella dimensione che ci pone al di là dello spazio e del tempo, e che così ci
permette di compiere e insieme di superare noi stessi, perché ci assegna un punto di prospettiva da cui ci possiamo vedere come dall’alto, e così distaccarci e liberarci dalle oscurità dell’ego, da quella bestia di cui parla Scalfari che certamente fa parte della condizione umana ma che, nella prospettiva di fede, non è né l’origine da cui veniamo né il fine verso cui andiamo.
Occorrerebbe chiedersi in conclusione quale pensiero sull’uomo sia più necessario al nostro tempo alle prese come mai prima d’ora con la questione antropologica. Ovviamente da credente io ritengo che la posizione della fede in Dio, che lega l’origine dell’uomo alla luce del Bene, sia complessivamente più capace di orientare la coscienza verso la giustizia e la solidarietà fattiva. Se infatti, come scrive papa Francesco, la qualità morale di un essere umano “sta nell’obbedire alla propria coscienza”, un conto sarà ritenere che tale coscienza è orientata da sempre al bene perché da esso proviene, un altro conto sarà rintracciare nella coscienza una diversa origine da cui scaturiscono diversi orientamenti. Se non veniamo da un’origine che in sé è bene e giustizia, se il bene e la giustizia cioè non sono da sempre la nostra più vera dimora, perché mai il bene e la giustizia dovrebbero costituire per la nostra condotta morale un imperativo categorico? In ogni caso sarà nell’assumere tale questione con spirito laico, ascoltando le ragioni altrui e argomentando le
proprie, che può prendere corpo quell’invito a “fare un tratto di strada insieme” rivolto a Scalfari da papa Francesco nello spirito del più autentico umanesimo cristiano, e accolto con favore da Scalfari nello spirito del più autentico umanesimo laico.

mercoledì 11 settembre 2013

L'acqua pubblica va in Europa

Oggi una delegazione della Fp-Cgil e del Forum italiano dei movimenti per l'acqua depositerà al ministero dell'Interno le 67 mila firme raccolte per l'Iniziativa dei cittadini europei per l'acqua pubblica, 12 mila in più di quante previste per raggiungere la soglia di validità per l'Italia.
Il risultato è straordinario: le firme raccolte in tutta Europa per contrastare la privatizzazione dell'acqua ammontano, al termine della campagna, a più di un milione e 800 mila. Tredici Paesi hanno superato la soglia di validità e, soprattutto, la Germania, da sola, ha prodotto un milione e 200 mila adesioni. Lì - e il fatto va sottolineato - la raccolta delle firme per l'Ice ha assunto le dimensioni di un vero e proprio movimento popolare, paragonabile a quella che è stata da noi la campagna referendaria per l'acqua nel 2011.

Si apre ora un percorso che porterà la Commissione Europea a doversi esprimere sulle questioni rilevanti poste dall'Iniziativa dei cittadini europei entro il prossimo febbraio, a ridosso della campagna elettorale per l'europarlamento.
Questo importante risultato, che parla della persistenza del movimento per l'acqua in Italia e di una sua estensione nella dimensione europea, ci dice molte cose, alcune essenziali. La prima è che è possibile e praticabile costruire un'iniziativa per far avanzare l'idea di un altro modello sociale e produttivo per l'Europa, alternativa all'attuale impostazione di politica economica e sociale egemonizzata dalla Germania della Merkel.

Un rinnovato modello europeo, che metta al centro Stato sociale, lavoro e beni comuni al posto di politiche dell'austerità e dell'ossessione del debito pubblico: questo è, almeno potenzialmente, il valore paradigmatico dell' Ice per l'acqua pubblica e anche la sua efficacia, visto che, ancor prima della conclusione della raccolta delle firme, il Commissario al mercato interno Barnier ha annunciato che il servizio idrico viene escluso dalla Direttiva comunitaria sui contratti di concessione, nata con un'intenzione di ampliare i processi di privatizzazione dei servizi pubblici.
Quest'alternativa tra due visioni dell'Europa dovrà stare necessariamente in campo anche nella futura scadenza elettorale europea ma, come dimostra la vicenda dell'Ice sull'acqua pubblica, ancor più nella mobilitazione sociale.

Questo risultato, assolutamente non scontato, è illuminante anche per i soggetti che hanno promosso l'Ice: da una parte, per Epsu, il sindacato europeo dei servizi pubblici, che vede la conferma di un'impostazione che ha creduto in un reale lavoro che assumesse un orizzonte europeo, superando un approccio per cui, troppo spesso, il sindacato europeo è più una sommatoria di sindacati nazionali che un vero sindacato sovranazionale.
Dall'altra, è evidente che un milione e 800 mila firme raccolte in Europa e, sia pure in dimensioni diverse, in tutti i 27 Paesi dell'Unione, sono il prodotto di un intreccio fecondo, e passibile di ulteriori sviluppi positivi, tra l'iniziativa e l'esperienza sindacale e quelle dei movimenti che si battono per l'acqua bene comune, ponendo le basi per una Rete europea dei movimenti per l'acqua.
In secondo luogo, il significativo riscontro dell'Iniziativa dei cittadini europei fa emergere con ancora più forza lo scarto tra la continuità del movimento per l'acqua, che ora si esprime anche nella dimensione europea, e la prosecuzione, nel nostro Paese, della volontà di proseguire nell'intenzione di contraddire l'esito referendario di due anni fa.
Non mi riferisco solo all'approvazione del nuovo metodo tariffario del servizio idrico da parte dell'Authority dell'Energia Elettrica e del Gas che ripristina, sotto mentite spoglie, la remunerazione del capitale abrogata con il secondo referendum del giugno 2011. E neanche semplicemente al dato che i processi di ripubblicizzazione del servizio idrico, dopo la costituzione dell'Azienda speciale a Napoli, sembravano avanzare in diversi territori del Paese, mentre, in quest'ultima fase, stanno registrando rallentamenti se non vere e proprie battute d'arresto.

Ancora più preoccupante è l'orientamento che sembra emergere da parte del governo Letta - ammesso che riesca a proseguire - nel momento in cui si appresta a predisporre la nuova legge di stabilità e si moltiplicano gli annunci sull'idea che in essa sia contenuto anche un nuovo piano di grandi privatizzazioni, comprendendo anche i servizi pubblici locali.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte non solo a un attacco pesante all'esito politico dei referendum, ma anche alla riproposizione di un'impostazione di politica economica e sociale in perfetta continuità con quella praticata dal governo Monti dal 2011 al 2013.
Quella che in nome dell'abbattimento del debito pubblico e della ripresa della crescita ha colpito pesantemente lo Stato sociale, a partire dalle pensioni, i diritti dei lavoratori e incentivato ulteriormente le privatizzazioni, peraltro arrivando allo straordinario risultato di far aumentare il rapporto tra debito e Pil dal 120 al 130% dal 2011 al 2013 e di arrivare a -1,8% nella crescita a fine 2013.
È evidente che il movimento per l'acqua contrasterà tali intenzioni, così come rilanceremo la nostra iniziativa per la ripubblicizzazione del servizio idrico, sostenuti in ciò dalla recente costituzione dell'Intergruppo dei parlamentari per l'acqua pubblica e anche con la discussione che svolgeremo a Torino il prossimo 21 settembre, con un importante convegno internazionale, al quale parteciperanno, tra gli altri, Anne Le Strat, vicesindaco di Parigi, e Stefano Rodotà.

Infine, anche quest'iniziativa e il suo prosieguo ci parlano del tema decisivo della democrazia e del suo stato reale in Europa e nel nostro Paese.
È bene avere presente che l'Iniziativa dei cittadini europei, istituita poco più di un anno fa, è l'unico strumento attualmente esistente in Europa per far sentire, in modo non mediato, la voce dei cittadini, delle organizzazioni sociali e dei movimenti al livello delle istituzioni comunitarie.
In un quadro in cui, di fatto, è la troika Fmi, Bce e Commissione Europea che decide la sostanza delle scelte di politica economica e sociale, far avanzare una pratica, per quanto imperfetta, simile a una forma di democrazia diretta rappresenta un punto di riferimento essenziale per chiunque si prefigga l'obiettivo di dar gambe a un'altra idea di modello produttivo e sociale nella dimensione continentale.

Ciò vale ancor più per il nostro Paese, dove non solo continuiamo ad assistere allo spettacolo vergognoso di un leader di partito che non intende riconoscere la legittimità del potere giudiziario, ma anche a una discussione sulle riforme costituzionali che, occhieggiando all'ipotesi del presidenzialismo, propone una lettura della crisi per cui diventa necessario comprimere la domanda sociale e renderla compatibile con un sistema politico sempre più autoreferenziale e rinchiuso in logiche impermeabili alla sofferenza e al disagio sociale.
Non esitando, per questa via, a manomettere la Costituzione, a non rispettare la volontà popolare espressa nei referendum, a non riconoscere, anche per via legislativa, il diritto dei lavoratori a poter scegliere liberamente la propria rappresentanza sindacale e a poter decidere sugli accordi che li riguardano.

Anche da questo punto di vista, non si può più rinviare la scelta di costruire una grande coalizione sociale che metta al centro l'attuazione del dettato costituzionale e l'espansione della democrazia, come si è iniziato a fare con l'Assemblea nazionale di domenica scorsa a Roma indetta esattamente su questi temi. Con la consapevolezza che oggi "inverare" la nostra Costituzione significa lottare per la pace e per il ripudio della guerra, far avanzare i diritti del lavoro, difendere i beni comuni, a partire dall'attuazione referendaria.
Un impegno e una prospettiva rispetto alla quale penso che tutto il movimento per l'acqua saprà portare il proprio contributo a un tempo originale e solidale con tutti i soggetti che intendono muoversi in questa direzione.





Corrado Oddi,
Fp-Cgil - Forum italiano movimenti per l'acqua
HYPERLINK - Lista per la costituzione del Forum Italiano sull'ACQUA

lunedì 9 settembre 2013

NON SEDURRE MA SERVIRE È QUESTO IL VERO POTERE

Capita che un docente sia accusato di avere avuto rapporti di sesso, anche violento, con sue studentesse, anche minorenni. Più d' una. Capita che lo ammetta. Più tardi la giustizia dirà tutto quel che può, dopo un processo che deve essere giusto.E intanto però capita che compagni e compagne di classe e di scuola difendano il professore. Bravo dicono, appassionato, innamorato della materia. Innamorato? E allora ci si chiede qualcosa. Nelle aule come nella vita può capitare che le emozioni diventino bufera che travolge. Nella scuola di più, non solo perché ci si passa un mare di tempo e i rapporti sono stretti stretti e le interazioni necessarie. Ma anche perché le aule sono affollate di portatori privilegiati dell' emozione più potente in noi, il desiderio. Da giovani il desiderio è moltitudine. Essere visti, riconosciuti come persona che vale, amati. Esistere. Edè bene che le emozioni attraversino le ore di lezione. Non si trova teoria pedagogica a sostenere che l' apprendimento e il rapporto educativo funzionino meglio in un contesto di gelo relazionale. Gli strumenti critici e le emozioni ci fanno sapere il nostro valore. E insieme viene la libertà. Di non farsi aggirare, di difenderci da soprusi socialie personali, stereotipi, trappole che ci minacciano. Scuola sta con libertà, se il patto con l' adulto funziona. Davvero però il rapporto può tracimare in ogni momento, e la letteratura è piena di queste storie con finale a volte chissà letterariamente felice, più spesso incerto. La cronaca invece conosce soprattutto finali drammatici. Il patto stabilisce che nel contesto d' aula il confine dei ruoli è tenuto dall' adulto, che conosce, e riconosce, anche in se stesso, il potere delle emozioni, e in virtù del suo essere adulto le sa governare, anche in sé stesso. E gioca d' anticipo ogni momento, non comprime la distanza con lo studente, che non è distanza di valore, ma di ruolo e di maturità. Non si confonde con lui. Ci sono i confini. Colleghi insegnanti hanno deciso che un confine è non essere amici sui social network finoa che rimane il rapporto di scuola. Niente telefono diretto, niente sms, niente post o tweet. Altri stanno anche su questi confini. Ma conoscono l' arte della misura che non ammicca. E poi c' è il potere. Sia pure piccolo, corroso da una considerazione sociale in caduta libera e più ancora da una carsica crisi di indotta disistima, in aula il docente porta una forma di potere, quello di riconoscere lo studente oppure no appunto, ed è il potere più forte, aiutato dal potere del voto, la promozione. Credito fra gli amici e in famiglia. L' unico potere d' aula buono è servizio alle persone che ci sono affidate. Lo è per legge e per deontologia professionale. E invece no. Può capitare che non sia così è diventi mezzo di seduzione, sopruso. Più facile se l' insegnante è bravo. Perché il seduttore ha sempre del buono in sé, altrimenti non sedurrebbe nessuno. Ha il buono di una passione. E quello del desiderio, come i ragazzi. Non coltivato in un sé adulto e appagato ma un desiderio malato di vita. Di tutte le vite. Bisogno di esistere attraverso le vite d' altri, possedute fino all' estremo confine. Queste cose non capitano nel deserto. C' è sempre un mondo di adulti "sani", ciechi sordi e muti, intorno. Non tutti colpevoli d' omissione, no. Perché un genitore che trova un professore pieno di entusiasmo, generoso del suo tempo e del suo sapere, amato dai ragazzi, che vanno a scuola volentieri e sono felici, è contento, semplicemente. Certo che deve essere attento, e magari lo è, eppure non vede. Perché il seduttore seduce a trecentosessanta gradi, i genitori anche, e i ragazzi hanno il diritto di non capire la tempesta che li abita, e sono sgomenti e contenti nello stesso momento: un' attenzione malataè pur sempre un' attenzione, un insegnante sedotto è un frammento di onnipotenza nelle loro mani giovani. In un gioco di rovesciamenti che la psicoanalisi sa chiamare per nome e raccontare. Forse è per questo che i ragazzi con ostinazione difendono il docente che esce dal suo ruolo fino all' offesa dei loro corpi e della loro libertà. Perché difendono il loro essere esistiti, assoluti, unici e importanti, per un attimo a volte lungo, perché condannare il seduttore vuol dire riconoscere che l' ingresso travolgente nell' età adulta, vissuto come un posto ricevuto e riconosciuto, non c' è stato. Vuol dire precipitare di nuovo nella paura di non valere. Però all' appello delle colpe qualcuno può ben essere chiamato. Tutti quelli che per convenienza, piaggeria, quieto vivere, ammiccante connivenza, hanno taciuto. E quelli che sulla scuola non sorvegliano. Che affidano un compito straordinario a persone la cui inadeguatezza, o malattia, colpevolmente non sanno riconoscere.


 






MARIAPIA VELADIANO,
La Repubblica 03.09.2013

mercoledì 4 settembre 2013

NO all'intervento armato in Siria. Corale l'urlo dei pacifisti

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».


La nonviolenza è realistica
Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti
“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: adesioni@perlapace.it) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (w.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all'intervento armato».
«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto (v. notizia precedente), «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l'autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi
È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».
Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».
«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L'obiettivo più urgente che l'umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l'umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».
Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall'alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».

di eletta cucuzza
Adista n. 30/2013