venerdì 20 luglio 2012

Uruguay: il Presidente rinuncia al 90% del proprio stipendio

La sua vittoria in Uruguay, nel marzo 2010, fu un evento storico. La capitale Montevideo esplose. Persone di tutte le età e classi sociali scesero in strada per festeggiare il nuovo presidente: l'ex guerrigliero di sinistra José Mujica che, dal Movimento de participación popular (Mpp) contro la dittatura, era arrivato alla guida del Paese. 
Ora Mujica, 78 anni, fa notizia per un altro motivo: vive con 800 euro al mese, rappresentando il miglior modello di austerity su scala internazionale. 
Pepe, come vuole essere chiamato il presidente, abita in una fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia della capitale. Una cascina che non gli appartiene perché è della moglie, la senatrice Lucía Topolansky. 
Per il fisco, l’unico patrimonio di Mujica è una vecchia Volkswagen Fusca color celeste. Il presidente uruguaiano non sa cosa sia una carta di credito, né un conto in banca. E la sua unica scorta è il cagnolino Manuela. 
Lontano dagli stili di vita opulenti dei suoi colleghi oltrefrontiera, ogni mese Mujica trattiene per sé solo 20 mila pesos, circa 800 euro, dei 250 mila (quasi 10 mila euro) che riceve come stipendio. 
Il resto - quasi il 90% del salario - viene distribuito al Fondo Raúl Sendic, che si occupa dei settori più poveri della popolazione, al Mpp che aiuta cooperative sociali, e a varie organizzazioni non governative (ong), che lavorano per costruire abitazioni nel Paese. 

Mujica, ex venditore di fiori, negli Anni '60 ha fatto parte del Movimento di liberazione nazionale dei Tupamaros: l’organizzazione radicale ispirata al marxismo, che si rifaceva alla Rivoluzione cubana. Sotto la dittatura di Jorge Pacheco Areco, il movimento si è poi trasformato in un’organizzazione di guerriglia urbana. Ferito sei volte in scontri armati, è stato arrestato quattro volte, è evaso altre due e ha trascorso in carcere circa 15 anni. Fino alla sua liberazione, nel 1985, con l’amnistia generale. 

LA SVOLTA POLITICA. 
Da allora, prima di diventare presidente, Mujica ha trascorso il tempo nella sua fattoria a Rincón del Cerro, impegnandosi nella fondazione del Mpp, del quale - dal 1999 - è stato prima deputato, poi senatore. Parte del gruppo di centro-sinistra Frente Amplio, l'Mpp è stato decisivo per l’elezione alla presidenza del Paese, nel 2005, del socialista Tabaré Vázquez. Del suo governo, tra il 2005 e il 2008, Mujica è stato ministro per l’Allevamento, l’agricoltura e la pesca. 

NIENTE SPRECHI, NÉ PROTOCOLLI. 
I suoi aficionados lo ricordano ancora giovane, dopo la caduta della dittatura militare, a cavallo della sua Vespa che lo portava in parlamento. Ma neanche da presidente il suo stile di vita è cambiato. Chioma grigia spesso scompigliata, mai la cravatta, l’aria di uno che si trova lì per caso, soprattutto quando è vicino ad altri capi di Stato, da quando è stato eletto ha subito proposto di donare la sua pensione presidenziale al Paese, accettando come auto blu una semplice Chevrolet Corsa. 
Niente sprechi, niente protocolli, Pepe si ferma sempre a parlare con i cittadini, saluta il macellaio del quartiere, abbraccia i ragazzi della piccola squadra di calcio Huracán, si mette in posa per qualche scatto. 
Un modo di governare che attira simpatie ovunque. Nonostante sia un ex combattente vecchio stampo, di fede cubana, Mujica gode di buona reputazione anche negli Stati Uniti. 
E anche in Europa ha conquistato supporter, nonostante, dopo l’elezione, la sua unica visita sia stata in Spagna. Si trattava di un viaggio privato per incontrare uomini d’affari e potenziali investitori. Ora Mujica vuole attrarre nuovi capitali stranieri, soprattutto nel settore minerario, promuovere il commercio e lo sviluppo economico nel suo Paese. (da Lettera43) 



31 anni dopo la fondazione del partito Fronte Ampio, il neo eletto Presidente dell’ Uruguay pronuncia il suo primo discorso: 
“Non ci sono ne' vincitori ne' vinti, Popolo, dovresti essere tu qua sopra e noi lì sotto ad applaudirti” e rivolgendosi ai suoi avversari politici:” Se tu sei allegro non vuole dire che ti devi permettere di offendere chi non lo è. Chiedo scusa da vecchio combattente, se a volte mi ha tradito la lingua. vi invito a sederci a parlare per ottenere quello che vogliamo nel futuro». 

José Mujica, ex fioriaio ha scontato 15 anni di carcere per aver combattutto il regime del suo Paese, ed una volta diventato Presidente ha fatto quello che ci si aspetterebbe da una persona che ha a cuore il proprio Paese, fare gli stessi sacrifici richiesti ai cittadini. 
E così, Pepe soprannome con il quale ama farsi chiamare, ha rinunciato al 90% del proprio stipendio, mettendo a disposizione il surplus ad un fondo sociale che aiuta i suoi connazionali più poveri. Al Presidente dell’Uruguay restano in tasca 800 euro al mese dei 9.000 ai quali avrebbe diritto. Vivere con 800 euro si può: è questa la risposta che ama dare a chi gli chiede come mai questa scelta, e aggiunge che ci sono persone, tra il suo popolo, che vivono con molto meno. Questo esempio è seguito anche dalla moglie del Presidente che rinuncia a gran parte della sua indennità da senatrice, per donarla ai poveri. 
Josè Mujica, che non ha conto in banca, annovera fra le sue proprietà solo una vecchia Volkswagen e abita in una modesta casa di periferia. Non solo ha rinunciato al look in giacca e cravatta, ma anche alla scorta… Di qualche mese fa la sua proposta di legalizzare l’uso, la vendita e la produzione di marijuana. 

JoSé Mujica, al summit di Rio pronuncia un altro importante discorso: 
“Autorità presenti di tutte le latitudini e organismi, grazie mille. Grazie al popolo del Brasile e alla sua Sra. Presidentessa, Dilma Rousseff. Mille grazie alla buona fede che, sicuramente, hanno presentato tutti gli oratori che mi hanno preceduto. Esprimiamo la profonda volontà come governanti di sostenere tutti gli accordi che questa nostra povera umanità possa sottoscrivere. 
Comunque, permetteteci di fare alcune domande a voce alta. Tutto il pomeriggio si è parlato dello sviluppo sostenibile. Di tirare fuori le immense masse dalle povertà. Che cosa passa nella nostra testa? L’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche? Mi faccio questa domanda: che cosa succederebbe al pianeta se gli indù in proporzione avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: 
Ha oggi il Mondo gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali? Sarebbe possibile tutto ciò? O dovremmo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione? Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. 
Ma l’economia di mercato ha creato società di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione. Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa??? E’ possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?  
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento. Ma al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una magnitutine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica! L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo … E la vita! 
Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper-consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. Però loro devono generare questo iper-consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese! Ma questo non si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e così rimaniamo in un circolo vizioso. 
Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è ora di cominciare a lottare per un’altra cultura. Non si tratta di immaginarci il ritorno all’epoca dell’uomo delle caverne, né di avere un monumento all’arretratezza. Peró non possiamo continuare, indefinitamente, governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato. 
Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più”. Questa è una chiave di carattere culturale. 
Quindi, saluterò volentieri lo sforzo e gli accordi che si fanno. E li sosterrò, come governante.So che alcune cose che sto dicendo, stridono. Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e dell’aggressione al medio ambiente non è la causa. La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo montato. E quello che dobbiamo cambiare è la nostra forma di vivere! 
Appartengo a un piccolo paese molto dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. 
Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una semipianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile. I miei compagni lavoratori, lottarono tanto per le 8 ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma quello che lavora 6 ore, poi si cerca due lavori; pertanto, lavora più di prima. Perché? 
Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra e quando si vuole ricordare … è un vecchio reumatico – come me e la vita gli è già passata davanti” 
E allora uno si fa questa domanda: è questo il destino della vita umana? Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità! 

Quando lottiamo per il medio ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento del medio ambiente si chiama felicità umana!”
da Il Disobbediente
© 16.07.2012

mercoledì 18 luglio 2012

Federico ha 25 anni

Cari amici,  
 
I poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. 
C'è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: 
adottare in Italia una legge contro la tortura. 
La morte di mio figlio non è un'eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle forze dell'ordine rimangono impuniti. 
Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare subito una legge contro la tortura 
che punirebbe i poliziotti che si macchiano di questi crimini. 
Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi. 
Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell'ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta. 
Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie! 
Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l'impunità di stato in Italia e di dirlo a tutti - la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell'Interno non appena avremo raggiunto le 100.000 firme: 
 
http://www.giustiziaperaldro.it/ 
 
Federico era già ammanettato quando i poliziotti lo hanno picchiato così forte da spaccare due manganelli e da mettere fine alla sua giovane vita. 
Dopo anni di vero e proprio calvario, la Corte di Cassazione li ha condannati per eccesso colposo a tre anni e mezzo, ma i poliziotti dovranno scontare solo 6 mesi senza farsi neanche un giorno di carcere a causa dell'indulto e incredibilmente sono ancora in servizio. 
L'impunità succede spesso in casi come questo, perché il governo non ha ancora adottato un reato preciso e quelli esistenti cadono spesso in prescrizione. 
La perdita di mio figlio mi ha quasi distrutto, ma sono determinata a cambiare il sistema. 
I difensori dei diritti umani ritengono che una legge che adotti la Convenzione Onu contro la tortura, che l'Italia ha ratificato nel 1989 e che non ha mai rispettato, garantirebbe alle vittime italiane della tortura e della brutalità dello stato un corso veloce della giustizia e sanzioni appropriate, da accompagnare alla riforma per la riconoscibilità dei poliziotti. 
Ma ancora più importante, metterebbe fine una volta per tutte all'impunità che garantisce che oggi i poliziotti siano al di sopra della legge. 
L'Italia non è il Sudan. 
Non c'è alcuna ragione per cui il nostro sistema giudiziario provi a mettere sotto silenzio reati commessi dalle forze dell'ordine come violenze, stupri e omicidi, dal massacro alla Diaz al G8 di Genova alle recenti uccisioni come quella di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Aldo Bianzino. 
Per favore UNITEVI a me e insieme costruiamo un appello assordante per una legge forte per fermare la tortura e per far espellere gli agenti responsabili di questi crimini odiosi dalle nostre forze dell'ordine - firma sotto e dillo a tutti i tuoi amici: 

http://www.giustiziaperaldro.it/ 

Nessuno potrà restituirmi mio figlio, e oggi non potrò festeggiare il suo 25° compleanno con lui. 
Ma insieme possiamo ripristinare la giustizia e aiutare a prevenire la sofferenza che ho dovuto provare io per la perdita di un figlio portato via dallo stato ad altre madri e ad altre famiglie. 
 
Con speranza e determinazione, 
Patrizia Moretti, madre di Federico.  
Più informazioni 

L'appello perché ciò che è accaduto a Federico Aldrovandi non succeda mai più (Giustizia per Aldro)
http://www.giustiziaperaldro.it/

Caso Aldrovandi, sentenza definitiva. Condannati i quattro poliziotti
(La Repubblica)
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/06/21/news/aldrovandi_sentenza_cassazione-37630821/

In Italia la tortura non è reato (Il Fatto quotidiano)
http://www.radicali.it/rassegna-stampa/lettera-tortura-italia-non-reato

Incontrerò il Ministro Cancellieri ma non posso perdonare i
poliziotti (dal blog dei genitori di Federico Aldrovandi)
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2012/07/07/perdono/

Uno dei poliziotti condannati insulta su Facebook la mamma di Federico Aldrovandi (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/cronache/12_giugno_25/aldrovandi-querela-insulti-facebook-poliziotti_64562480-bebd-11e1-8494-460da67b523f.shtml

Morire di carcere: dossier 2000-2011 (Ristretti Orizzonti)
http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm

venerdì 13 luglio 2012

Abbattiamo gli statali con gli F35

Non è vero che il governo Monti non ne azzecca una. Anzi, se ci pensate, chiamare “spending review” dei ferocissimi tagli è un’idea geniale. Tipo chiamare “delete wedding” un sanguinoso divorzio, oppure “leg reducing” l’amputazione di una gamba. E’ dunque lecito tirare un sospiro di sollievo nell’apprendere che spariranno 18.000 posti letto negli ospedali, ma che in compenso compariranno 90 cacciabombardieri Strike Fighter F-35 che costano una dozzina di miliardi. Non fate quella faccia e non fatevi prendere dalla demagogia. Amici, sveglia! Quegli aerei ci servono come il pane, e sapete perché? Perché abbiamo speso una fortuna per costruirci una nuova portaerei, la Cavour, che però ha il ponte un po’ corto. Quindi ci servono aerei che decollano in poco spazio, anche se sono cari, e i vecchi catorci a decollo verticale non vanno più di moda. La Cavour in navigazione ci costa 200.000 euro al giorno, e sono soldi buttati se sopra non ci mettiamo aerei adatti. Tecnicamente è come spendere un sacco di soldi per comprare un ferro da stiro e poi scoprire che può stirare solo camicie di cachemire purissimo. O butti il ferro bestemmiando come un carrettiere, o cominci a investire in camicie più di Briatore. Dunque spenderemo 12 miliardi in aerei da bombardamento per non avere il senso di colpa di spendere 200 mila euro al giorno per niente. Avessimo investito di più in psichiatri per generali, ministri e lobby degli armamenti non saremmo a questo punto. Ma ora che la cosa è fatta conviene ottimizzare. Come potremmo usare 90 cacciabombardieri fighissimi e supertecnologici in modo produttivo e addirittura proficuo nell’attuazione della spending review? Magari facendogli bombardare, incenerendolo all’istante, un lavoratore statale su dieci e abbattendo con i razzi intelligenti a ricerca termica un miliardo all’anno del fondo sanitario nazionale.
Chissà, forse passando a volo radente sulle spese dei comuni si potranno tagliare servizi ai cittadini per 7,2 miliardi, il che equivale a fare il pieno di carburante alla portaerei Cavour per una decina d’anni. Niente male, no?


Alessandro Robecchi,
Il Manifesto (Domenica 8 Luglio)

Inceneritore: la prima fumata nera del Gerbido

Provincia e Ato chiedono a Torino di mantenere il controllo di Trm. Sulle stesse posizioni anche gli altri sindaci della zona. Entro luglio la gara e Palazzo Civico sta valutando di cedere solo il 49% (Fonte: LoSpiffero)

L’inceneritore del Gerbido deve rimanere in mano pubblica. Il presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta e il numero uno dell’Ato Rifiuti Paolo Foietta hanno intensificato negli ultimi giorni il forcing nei confronti del Comune di Torino per scongiurare la dismissione dell’80% delle quote di Trm, la società che dovrà gestire l’impianto. Gli strumenti che hanno in mano per dissuadere il sindaco Piero Fassino sono in parte spuntati: l’associazione d’ambito ha il solo compito di vigilare sull’affidamento in essere, assicurandosi che il nuovo soggetto, quando subentrerà, abbia i requisiti previsti dalla legge. Insomma, non ha potere di veto, ma certo rappresenta un attore di cui non si può non tenere conto in questa partita.
Sono giorni decisivi: entro la fine del mese Palazzo Civico pubblicherà la gara per la cessione di una parte delle azioni, ma ad oggi non vi sono certezze. Da un lato la volontà di seguire un percorso intrapreso nel 2002 senza stravolgerne i presupposti (controllo pubblico, appunto), dall’altra la disperata necessità di Torino di far cassa per sistemare i conti - "io devo trovare 60 milioni per rientrare nel patto di stabilità" avrebbe confidato Fassino a uno dei suoi interlocutori -. Ci sono poi gli istituti bancari che hanno finanziato l’opera - a partire dalla francese Bnp Paribas, a capo della cordata, ma anche la Bei, Banca d’investimenti europea e, con quote inferiori, Intesa San Paolo e Unicredit - anche per via delle garanzie che poteva offrire una città come Torino: le stesse garanzie che pretendono qualora subentrassero altri soggetti.

Entro la prossima settimana con ogni probabilità l’Antitrust si esprimerà su una delibera di ricognizione assunta dall’assemblea dell’Ato per verificare la regolarità dei passi finora assunti, tenendo presente che, per legge, al 31 dicembre prossimo non esisteranno più le cosiddette società in house - quale è Trm - e che il socio pubblico è tenuto comunque a cedere almeno il 40% delle proprie quote a un privato, il quale dovrà avere caratteristiche di partner industriale e non solo finanziario: insomma un socio operativo, non certo un fondo di investimenti.
Intanto il fronte del no alla cessione del controllo pubblico si allarga, a partire dai sindaci dei comuni limitrofi – i più coinvolti sono Grugliasco e Beinasco - che hanno condiviso con Torino questa impresa, accollandosi l’onere di doverla far digerire ai propri cittadini: finora sono rimasti in silenzio, ma hanno già fatto sapere di non gradire affatto la decisione del capoluogo di cedere l'80% delle sue quote azionarie. E in questo contesto si inserisce anche il comitato di controllo, nato per creare un collegamento tra i cittadini e l’amministrazione, la cui presidente Erika Faienza, che è pure consigliere provinciale, da tempo ormai è in fibrillazione e minaccia vibranti proteste.
Le pressioni aumentano giorno dopo giorno, mentre all’interno del Consiglio comunale di Torino già molti esponenti della maggioranza hanno palesato più di una perplessità nei confronti di questa operazione, anche all’interno della maggioranza di governo. I rifiuti sono materia troppo delicata per affidarli a privati, è il ragionamento di molti di loro. E da Palazzo di Città trapela la voce secondo la quale il sindaco Fassino starebbe tornando a ragionare sulla possibilità di mettere sul mercato solo il 49% di Trm conservando il controllo pubblico sulla società.

giovedì 12 luglio 2012

A cosa serve uno scrittore

Lo scrittore cileno Luis Sepulveda sceglie di raccontare la marcia e la lotta dei minatori spagnoli e di lasciare da parte il romanzo che stava scrivendo. “Le parole mi indicano che devo lasciare da parte il romanzo che sto scrivendo e raccontare, narrare, i piccoli grandi dettagli della resistenza dei minatori”.

Luis Sepulveda - A volte le parole sono prive di senso, e se mai l'hanno avuto lo hanno perso per strada, ma io continuo a credere nella loro forza per mettere in ordine le cose, i fatti e, una volta in ordine, valutare se vanno bene così o se devono essere cambiati. Gli anni passano e invecchiano con me. Mi convinco ogni giorno di più che leggo libri che non interessano a nessuno e che gli altri leggono libri che non interessano a me.

Ogni giorno che passa dico NO a nuovi inviti a incontri con scrittori perché mi stancano, mi infastidiscono gli show letterari, le passerelle su cui si esibiscono le peggiori vanità e le mediocrità meglio conservate. Ogni giorno che passa mi piacciono di più la vita, la strada, i fatti sociali, perché trovo che là le parole assolvano ancora a una funzione necessaria. A volte sento che vivo in mezzo a realtà parallele e che ho l'obbligo di scegliere in quale muovermi. Così, per esempio, oggi, 25 giugno 2012, mentre scrivo queste righe, mi arriva l'invito a una conferenza.
Uno scrittore latinoamericano di passaggio in Spagna disserterà sulle analogie esistenti fra i suoi libri - è autore di pessimi romanzi - e la grandissima opera di Marcel Proust. So che non sarà una conferenza interessante e ancor prima di rispondere "no, grazie", mi arriva un altro invito: si tratta di accompagnare i minatori di carbone delle Asturie, in sciopero ormai da un mese per chiedere che non vengano chiuse le ultime miniere, perché sarà la morte delle cittadine, dei paesi, delle località che vivono di estrazione. I minatori hanno intrapreso una marcia su Madrid. Allora mi chiedo se sarei capace di assistere alla conferenza dello scrittore latinoamericano di passaggio in Spagna, di ascoltare e guardare il suo striptease intellettuale, il suo egotico show comparativo "Proust and me" e scrivere qualcosa al riguardo.
No, non potrei, perché il valore che do alle parole mi ha insegnato che hanno un profondo senso della vergogna e soffrono se usate male. Invece, so che sono capacissimo di affacciarmi alla finestra, guardare a sud - tutto è sempre a Sud! - e vedere che sotto l'eterna pioggerellina che avvolge le valli asturiane, che bagna ogni cosa con una cappa di umidità sottile come un velo da sposa, varie centinaia di uomini e donne si radunano sul ciglio della strada. No, mi dicono le parole, non dire strada, dì piuttosto sentiero. È vero, quegli uomini e quelle donne si radunano sul ciglio del sentiero sterrato che solca serpeggiando i prati e unisce i vari villaggi della regione mineraria.
Le parole mi dettano quello che vedo e mi indicano che il sole sta diradando la nebbia, che la pioggerellina, l'orbayu, cede il passo a una luce intensa che esalta il verde rigoglioso dei prati, il bianco delle piccole case coi tetti di tegole rosse, le montagne che nascondono il carbone di cui vivono gli uomini e le donne delle miniere. Le parole mi dicono che devo metterle bene in ordine perché si notino le bandiere rosse dei sindacati in testa al corteo e sempre le parole mi indicano che devo lasciare da parte il romanzo che sto scrivendo e raccontare, narrare, i piccoli grandi dettagli della resistenza dei minatori. So di essere bravo nel mio mestiere.
Qualcuno sosterrà che non conosco modestia, ed è vero, non la conosco, perché ho sempre creduto che la modestia sia una virtù che deve essere praticata da chi ha davvero motivo di essere modesto, per esempio lo scrittore di pessimi romanzi che non esita a dissertare su "Proust and me". Posso immaginare e creare mondi di finzione. Ma le parole che hanno deciso di unirsi a chi resiste mi chiedono di narrare l'odissea quotidiana di un uomo che si alza alle sei del mattino.
L'uomo fa colazione con il caffè e il latte della mucca di un vicino, varie fette di pane, che sua moglie taglia dalla pagnotta mentre la crosta scricchiola con il suono più vicino all'amore. Bacia la moglie, il bambino e la bambina e si avvia. Dopo pochi minuti arriva in un capannone, tira una catena e cala giù la pesante tenuta da minatore, gli scarponi con la punta rinforzata, i guanti di protezione, il casco dotato di lampada. Si cambia, la catena risale, ora portando in alto i vestiti normali, e le parole e l'uomo e io sappiamo che quella catena tante volte non scende più, la miniera ha ingoiato per sempre un minatore. È possibile che fra i romanzi dello scrittore latinoamericano di passaggio in Spagna e quelli di Marcel Proust ci sia qualche analogia.
Ma a noi che ce ne frega? mi dicono le parole e continuano a dettarmi i passi di quell'uomo verso una gabbia, verso l'ascensore che, insieme ad altri minatori, lo cala nelle viscere della terra, nel buio che a ogni metro di discesa diventa più fitto e appiccicoso. I minatori accendono le lampade dei caschi e così le parole e io vediamo che sono arrivati nella galleria principale. Là salgono su un trenino che li porta in altre gallerie. Scendono dal trenino, prima camminano eretti, man mano che avanzano il tunnel si fa più basso e più stretto, allora si chinano, il buio e l'umidità rendono l'aria densa, e arrivano così alla vena, al carbone che fa vivere il piccolo villaggio duemila metri sopra di loro. Le parole scelgono come chiamare quello che copre loro le orecchie quando i picconieri feriscono la roccia con i pugnali del migliore acciaio.
I volti dei picconieri si tendono per lo sforzo, la montagna resiste, e anche loro, e ancora di più resistono le parole, perché vogliono dare nomi, vogliono che io narri la profondità del buco che i picconieri hanno aperto, e che narri come i brillatori piazzano le cariche esplosive e danno il segnale di mettersi al riparo. Sto narrando il lavoro, sto narrando lo sforzo umano. Grazie, parole. I minatori si rifugiano in un angolo. L'esplosione scuote la miniera, la montagna geme, si sente ferita, umiliata, e nel suo vocione di roccia s'intuisce il desiderio di vendetta, ma i minatori coperti di polvere scura guardano le travi che sostengono la galleria e poi cominciano a rimuovere i detriti finché la vena di carbone non spicca nera nel buio più nero.
Quegli uomini che ora vedo marciare in superficie, attraversare le valli per unirsi ad altri minatori, e qualche giorno dopo ad altri ancora, fino a diventare centinaia, mettendo in ordine le parole nelle proprie bocche, dicono che la loro lotta è per il pane, per il lavoro, per la vita. I minatori vengono accolti dalla gente nei paesi che attraversano.
"Coraggio, compagni!" li salutano e offrono acqua, pane, qualche mela ribelle e resistente cresciuta in un frutteto asturiano. I minatori si riposano e le parole e io ci sediamo vicino a loro, perché la loro stanchezza è la nostra, la loro fatica è la nostra, il loro coraggio è il nostro e la loro volontà di resistere è il nostro ossigeno. Metto in ordine le parole che mi consentono di narrare l'universo e poiché sono fedele ai miei, a coloro che rendono possibile la vita con il loro sforzo di resistenza, scrivo, narro e resisto.
(Da: La Repubblica del 9 luglio 2012)