sabato 22 aprile 2006

AL REVES: un’attesa lunga 500 anni



Bolivia: la mobilitazione popolare alla base della vittoria di Evo Morales

L’America Latina torna a sperare. Dopo i progressi iniziali dell’ALBA di Hugo Chavez e l’affermazione di forze progressiste al governo in molte nazioni sudamericane, è arrivata l’ora della Bolivia. Il paese più povero dell’America latina, il cui spirito indomito non è stato ancora fiaccato da cinque secoli di vessazioni subite dallo sfruttatore di turno, ha deciso di cambiare rotta affidando il timone a Evo Morales, leader carismatico del MAS (Movimento per il Socialismo).
Il successo elettorale ottenuto dalla coalizione izquierdista, che al primo turno aveva già superato il 51% dei voti, è stato un trionfo senza precedenti; anzi, il risultato delle elezioni boliviane ha quasi del miracoloso, se si tiene conto dell’ostruzionismo esercitato dai media televisivi - CNN in testa - e della campagna d’odio scatenata contro il MAS da parte dell’oligarchia dominante.
La scalata al potere di Evo Morales, indigeno di umili origini, ha radici molto lontane nel tempo. La lotta di Evo per i diritti degli indios comincia dalle piantagioni di coca del Chapare con l’impegno a favore dei contadini sfruttati ed esclusi dall’iniqua distribuzione della ricchezza, prosegue con la lunga militanza nel sindacato dei cocaleros, per giungere finalmente sul più alto gradino istituzionale.
Ma il sogno di “Evo presidente” non si sarebbe mai realizzato senza la lotta degna e coraggiosa di migliaia di indigeni, passata alla storia come “Guerra dell’Acqua”, che a partire dal 2000 cominciava lentamente a sgretolare quel potere politico-economico “imposto vent’anni or sono dall’impero e dal capitale finanziario internazionale con la complicità dei partiti politici tradizionali e della destra”.* Da questo punto di vista, la storica “svolta a sinistra” può essere considerata la naturale conseguenza del ciclo di mobilitazioni popolari per la difesa del libero accesso alle fonti idriche del paese; un diritto primordiale minacciato dal tentativo di un consorzio di multinazionali di impossessarsi degli acquedotti situati nella regione di Cochabamba. Le rivolte per l’acqua ebbero pieno successo giacché, dopo la morte di cinque persone ed il ferimento di altre centinaia tra i manifestanti, il popolo di Cochabamba riuscì infine a cacciare il consorzio “Aguas del Tunari” (a cui appartengono - tra le altre - l’impresa statunitense Bechtel e l’italiana Edison) e a riappropriarsi dell’azienda municipale.
Tuttavia, la stagione delle lotte conobbe il suo apice sul finire del 2003. Ondate di scioperi e proteste popolari attraversarono nuovamente la Bolivia, in seguito alla decisione assunta dal governo in carica di svendere il gas - risorsa di cui il paese andino ancora abbonda - alle compagnie straniere. L’entrata in vigore dell’infausta Ley de Hidrocarburos, un autentico regalo per le multinazionali, costò la testa al presidente Sanchez de Losada (detto “el gringo” per l’eccessiva deferenza verso gli Stati Uniti), costretto frettolosamente a lasciare il suo paese di fronte ad un clima di violenza crescente che egli stesso aveva contribuito ad alimentare autorizzando l’uso della forza contro i manifestanti.
Rafforzato da tante esperienze di lotta, il movimento spontaneo denominato “Coordinadora en defensa del agua y de la vida”, insieme ad un variegato schieramento di altre forze sociali, è riuscito negli ultimi sei anni a condizionare l’agenda politica del paese vincolandola alla realizzazione di una serie di riforme considerate necessarie, se non addirittura impellenti:
1)      Riappropriazione del patrimonio comune attraverso la nazionalizzazione del gas e delle fonti idriche, ovvero le due principali risorse che continuano a far gola agli investitori stranieri.
2)      Assemblea costituente su base popolare, senza ingerenze da parte dei partiti.
3)      Riforma agraria per consentire finalmente una più equa distribuzione della terra.
4)      Fine dell’impunità per i responsabili dei delitti politici e di lesa umanità contro il popolo e gli esponenti della società civile boliviana.
Guidata da questi precisi orientamenti, la coalizione di Evo Morales si appresta dunque a varare il nuovo piano di governo, sotto l’occhio vigile della destra messa nell’angolo dalla mobilitazione popolare ma pur sempre pericolosa, potendo ancora contare sull’appoggio “in risorse materiali e intellettuali delle multinazionali e dell’imperialismo statunitense, mentre continuano a restare in vigore le sue leggi di manipolazione, che hanno stabilito e consacrato la gerarchia sociale escludente e razzista garantendo lo sfruttamento”.* Oltre alla destra tradizionale, c’è in agguato un altro nemico da cui la stessa società civile boliviana dovrà guardarsi; si tratta di quella forza sociale - oscura ed amorfa - formata dai tecnocrati caduti in disgrazia con la fine del vecchio regime (ma sempre pronti a riciclarsi con il nuovo) e dai nuovi arrivisti della politica. Entrambi considerano l’ascesa al governo del MAS una ghiotta opportunità per ottenere posti di spicco nell’apparato statale.
Nonostante tutte le insidie e le contraddizioni insite nell’esercizio del potere, l’esecutivo in carica dovrà sforzarsi di mettere in pratica il principio del “comandare obbedendo”- come dicono gli zapatisti -, rispondendo al bisogno di giustizia di tutti quei boliviani che, organizzati e mobilitati dal basso, “non saranno mai più disposti a lasciare che qualcuno li inganni, né che amministri o negozi le loro conquiste”.*

Andrea “Chile” Necciai


“Ora non rimane che lottare per l’unità latinoamericana, ricostruire il Tahautinsuyo, la Patria Grande di Bolivar, per ottenere una vita migliore”.
Evo Morales



 
Note:
* “Evo presidente” di Oscar Olivera (“Coordinadora en defensa del agua y de la vida” di Cochabamba) – da Carta Etc n°2, marzo 2006.

sabato 18 febbraio 2006

AL REVES: la scuola degli assassini



SOA 1946-2006: sessant’anni di crimini sotto silenzio.         

Dopo l’attentato terroristico alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, molti cittadini statunitensi si saranno rivolti domande come queste: “Cosa abbiamo fatto per essere tanto odiati?”, oppure “Com’è possibile che ci sia accaduto tutto questo?”. Con ogni probabilità, molte delle increduli vittime del terrorismo di Stato “a stelle e strisce” si sono poste, in passato, le stesse domande. E non c’è dubbio, inoltre, che migliaia di persone innocenti in ogni parte del mondo continuino ad essere coinvolte nelle cosiddette operazioni di “controinsorgenza” - o di “guerra sporca” - di matrice nordamericana. La fotoreporter statunitense Linda Panetta, inviata di guerra negli anni 80 e 90 in Centroamerica, racconta che “in America Latina ogni persona che il nostro governo ha ritenuto una minaccia (leader sindacali, religiosi, vescovi, capi di stato, bambini maya) è stata etichettata come comunista, individuata ed uccisa. Oggi la minaccia “comunista” sembra essersi dissolta come un brutto sogno, ma un nuovo spauracchio “terrorista” è emerso dai cassetti per rinverdire paure e far impallidire una nazione terrorizzata.”*
Negli ultimi sessant’anni, una struttura militare degli Stati Uniti si è distinta più di altre per essersi prestata a diventare “palestra di addestramento” di spietati assassini, dittatori e terroristi. Si tratta della tristemente nota SOA, o “School of Americas”, originariamente costruita a Panama nel lontano 1946, e successivamente trasferitasi in Georgia dopo l’abbandono del Canale da parte delle autorità statunitensi. Nonostante i cambiamenti subiti fino ad oggi la SOA, chiamata sarcasticamente per le sue nefandezze “School of assassins” e in seguito anche “Scuola di golpe”, ha continuato a sfornare diplomati perfettamente addestrati nel “seminare morte e terrore, attraverso la deportazione e la sparizione di centinaia di migliaia di persone in America Latina.”*
Dalla sua fondazione – avvenuta, come detto, nell’immediato dopoguerra – sono stati oltre 60.000 i militari latinoamericani formati nella prestigiosa accademia. Successivamente, negli anni della Guerra Fredda, l’ossatura di tutti gli eserciti latinoamericani fu costruita proprio attingendo dal florido “vivaio” della SOA. I suoi neo-diplomati si sarebbero presto dimostrati all’altezza dei loro compiti, spesso coadiuvati da consiglieri militari statunitensi a cui era affidata la supervisione delle operazioni militari e di polizia politica nel turbolento scacchiere dell’America latina.
La lunga lista dei licenciados usciti dalla SOA comprende tra gli altri gli ufficiali Rios Montt, Lucas Garcia e Hector Gramajo, tutti accusati di genocidio contro il popolo guatemalteco. Il piano da loro denominato “Tierra razada” [“Terra bruciata”] provocò la morte di decine di migliaia di civili in 627 massacri (accertati) nel periodo della dittatura militare capeggiata dallo stesso Montt. In totale le vittime del conflitto guatemalteco, secondo il rapporto della Commissione Onu per le chiarificazioni storiche (CEH), ammontano a oltre 200.000 tra morti e desaparecidos. Il rapporto evidenzia pure che l’addestramento ricevuto alla School of Americas “aveva una relazione significativa con la violazione dei diritti umani compiuta durante il conflitto armato”.
Non molto distante dal Guatemala, nel Nicaragua del dittatore Somoza, il corpo ufficiali della Guardia Nazionale – principale responsabile del mantenimento dello stato di polizia sotto il quale fu costretta a vivere per decenni la popolazione nicaraguense – era in larga parte composto da cadetti della SOA. Nel 1979 dopo l’avvento al potere dei sandinisti, molti di loro confluirono nei reparti dei “Contras”, l’esercito mercenario armato e finanziato dalla Cia e da altre fonti occulte. Negli anni di spaventosa guerra civile che seguirono, i Contras si segnalarono come i peggiori violatori di diritti umani, perpetrando ovunque torture, massacri di civili, devastazioni e saccheggi.
La storia del massacro di El Mozote, avvenuto in El Salvador nel 1981, può essere citata come modello - tra migliaia di altri fatti analoghi accaduti - della strategia di controinsorgenza messa in atto dagli Usa e dai governi centroamericani loro “subalterni” dall’inizio degli anni settanta fino alla fine del novecento. Strategia basata, in zona di guerra, sulla persecuzione e lo sterminio di intere comunità di civili, ritenute preziose fonti di sostentamento per la guerriglia e i movimenti in lotta per il cambiamento sociale. Ripensando al recente passato, lo stesso Pentagono ha dovuto ammettere che “per anni i manuali di addestramento usati alla SOA avevano sostenuto la pratica di esecuzioni, torture, ricatti. Alcuni dei manuali raccomandavano di individuare quelli che appoggiavano l’organizzazione o il reclutamento sindacale, simpatizzavano con i dimostranti degli scioperi e accusavano il governo di aver fallito nel compito di andare incontro alle necessità fondamentali della popolazione.”*
Rufina Amaya, una donna tra le poche sopravvissute all’eccidio di El Mozote, ricorda ancora oggi con l’orrore negli occhi come, nascosta dietro ad un cespuglio, aveva assistito impotente all’esecuzione dei circa 900 abitanti del villaggio (inclusi il marito e i suoi quattro bambini). “I soldati stupravano le donne e lanciavano in aria i neonati per infilzarli con le baionette per puro divertimento. Intanto gli uomini erano stati torturati e poi ammassati in chiesa insieme a molti bambini. I soldati ne avevano già eliminati molti a raffiche di mitra, quando alcuni bambini protetti dai corpi degli adulti cominciarono ad urlare. Allora i soldati uccisero anche loro, incendiando la chiesa. […] Alla fine ho desiderato anch’io di morire […] ma implorai Dio di risparmiare la mia vita affinché le voci di quelli che erano stati brutalmente massacrati non fossero dimenticate, perché il loro pianto continuasse a vivere in me e la verità non rimanesse nascosta”. Anche in questo caso, dieci dei dodici responsabili del massacro erano stati addestrati alla SOA.
Più recentemente negli Stati meridionali messicani, dopo l’entrata in vigore del Nafta [il trattato di libero commercio fra Stati Uniti, Canada e Messico], le operazioni militari di presidio sono considerevolmente aumentate di numero e intensità. L’incremento di queste attività di guerra di bassa intensità - che hanno visto ancora una volta coinvolti contingenti provenienti dalla SOA in funzione controinsurrezionale - si deve soprattutto alla sollevazione zapatista del Chiapas, giudicata dai governi e dagli investitori interessati un fastidioso ostacolo all’applicazione del Nafta. Tra gli ufficiali che ordinarono la strage di Acteal (eseguita il giorno di Natale del 1997) figurano, ancora una volta, ex-membri della SOA.
Crimini feroci come quelli consumati in Guatemala, Nicaragua, El Salvador, Messico o Colombia testimoniano che tali barbarie non sono semplicemente l’opera di alcune “schegge impazzite” dell’esercito, o di gruppi di uomini in divisa particolarmente sadici; fanno parte piuttosto di una specifica strategia del terrore messa in atto dalle forze armate per suscitare paura, sofferenze ed umiliazioni. Il tutto con il placet della Cia e del Pentagono.
Anche se la giustizia non ha quasi mai seguito il suo corso lasciando molti dei responsabili impuniti, negli Stati Uniti non tutti ignorano questi orribili fatti, o si dimostrano indifferenti. Il 21 novembre 1999, decimo anniversario dell’omicidio dei sei padri gesuiti di San Salvador, gli attivisti che si battono per la chiusura della Scuola riuscirono a riunire poco fuori la sua sede di Fort Benning più di 12.000 persone, in una manifestazione che è stata definita “uno dei più grandi atti di disobbedienza civile della storia degli Stati Uniti”. Il corteo era preceduto da militanti pacifisti che portavano bare e croci con incisi i nomi di alcune vittime dei diplomati della SOA.
Nel 2002 anche Amnesty International ha fortemente insistito per la chiusura del complesso SOA/WHISC, invocando la creazione di una commissione verità che porti finalmente alla luce il legame esistente tra l’addestramento militare impartito nella Scuola e le atrocità commesse dai suoi allievi, senza con ciò dimenticare la complicità delle istituzioni governative. Inutile dire che anche questo autorevole appello è rimasto finora inascoltato.
 Andrea “Chile” Necciai

“Noi che abbiamo una voce dobbiamo parlare per coloro che non ce l’hanno”.
Mons. Oscar Arnulfo Romero



 
Note:
* da “SOA: School of Americas, la fabbrica dei gorilla” di Linda Panetta – Latinoamerica n°90/91.

venerdì 2 dicembre 2005

AlReves: Brasile


Lula nella bufera.
Brasile: malcostume e corruzione travolgono il Pt.

La crisi istituzionale brasiliana ha toccato in questi mesi il suo apice. La scoperta dei recenti casi di corruzione all’interno del Pt (Partito dei Lavoratori), la principale compagine dell’establishment del presidente Ignacio Lula da Silva, ha provocato un vero e proprio terremoto politico, gettando nello sconforto tutti coloro che avevano riposto più di una speranza nel vento di rinnovamento di Porto Alegre e intravisto nell’esperienza di governo brasiliana una valida risposta alle forme burocratiche di organizzazione-partito del passato.
Nel 2002 Lula è stato eletto presidente contando sul sostegno di ampi settori popolari e di sinistra del Paese (dai “senza terra” al sindacato, dagli ecologisti ai gruppi politici di orientamento socialista), ma non solo. L’ex leader dei metalmeccanici ha vinto anche grazie al contributo decisivo della borghesia e degli interessi economici nazionali “che rifuggivano dal Trattato Alca di unificazione economica dell’intero continente americano sotto l’egida del dollaro e della potenza degli Stati Uniti. In Brasile anche i capitali interni cercavano una risposta al fallimento del neoliberismo e riconoscevano in Lula il personaggio politico che poteva unificare radicalità di orientamenti strategici con moderazione tattica.” * 
Fin da subito alle speranze di un miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più poveri, attraverso il piano denominato “Fame Zero”, si sono aggiunte le difficoltà per la stabilità dell’assetto economico-finanziario del colosso industriale brasiliano, da sempre sottoposto all’indebitamento verso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Questo ha fatto sì che l’azione di governo di Lula, almeno in un primo tempo, si sia concentrata più sul problema dell’equilibrio finanziario dei conti che sulla risoluzione dei problemi sociali in cui si trova coinvolta la nazione: la questione agraria che rende necessaria una più equa distribuzione della terra (vedi le rivendicazioni del movimento dei “Sem Terra”) e l’aumento della povertà e dell’esclusione sociale.
A lungo andare, i ritardi nella realizzazione dei piani riformatori promessi dal governo hanno contribuito ad incrinare i rapporti tra il presidente e la sua base elettorale (anche all’interno dello stesso Pt), con una conseguente caduta di consenso popolare. La fragilità della democrazia brasiliana è poi emersa in tutta chiarezza quando sono scoppiati i primi scandali di malaffare. Lo scorso 11 luglio il deputato dell’opposizione Ramos da Silva, esponente del Partito del Fronte Liberale (PFL) è stato scoperto con alcune valigette piene di denaro ricevuto da dirigenti del Pt.
Dopo accurate indagini è venuta a galla tutta la verità sui casi di “compravendita” dei parlamentari dell’opposizione, convinti a suon di reais a cambiar casacca approdando nelle file della risicata maggioranza parlamentare che sostiene Lula al governo. Ecco spiegata l’insolita transumanza che da due anni a questa parte ha fatto cambiare colore politico a ben 124 deputati, che ora siedono sui banchi della maggioranza. Ma non finisce qui. Col passare dei mesi, i periodici brasiliani hanno reso noti altri inquietanti episodi di corruzione che riguardano i tesorieri del Pt, sempre più avidi nell’incassare tangenti in cambio della concessione di licenze pubbliche o di sgravi economici ai richiedenti.
I sospetti di corruzione giungono molto in alto negli ambienti del Pt, fino a lambire la figura dello stesso Lula - che tuttavia si è sempre dichiarato estraneo a qualsiasi coinvolgimento nella vicenda -, minando gravemente la sua personale fama di leader moralmente integerrimo. Messo con le spalle al muro dal clamore degli scandali, il presidente brasiliano non ha potuto far altro che avviare un processo di epurazione per eliminare le “mele marce” dal suo partito. Repentinamente sono stati destituiti il segretario generale e il tesoriere del Pt, insieme al ministro José Dirceu (braccio destro di Lula fino all’esplosione della questione morale in seno al governo), anch’egli costretto a rassegnare le dimissioni.
Anche se colpito nella credibilità della sua immagine, a causa di molti suoi funzionari disonesti e delle loro perverse logiche di potere, il Partido dos Trabalhadores rimane pur sempre il principale referente dei partiti popolari e, attualmente, l’unico ancora in grado di influenzare le scelte del governo verso prospettive di giustizia e progresso sociale. “Come cittadino, - afferma lo scrittore brasiliano Frei Betto, esponente della Teologia della Liberazione - constato che il ruolo del Pt è imprescindibile per il futuro del Paese. Se questo partito dovesse essere spazzato via insieme ai suoi dirigenti sospettati o colpevoli di corruzione, a quale altro orizzonte potrebbero rivolgere le proprie speranze i poveri?”. Nessuno tra gli altri partiti progressisti potrebbe oggi sostituirsi al Pt per rappresentare sul terreno politico le istanze delle classi popolari. Anche per questo motivo il Partito dei Lavoratori deve essere salvato dal rischio di estinzione, depurandosi però dalle scorie che ne stanno avvelenando l’integrità morale. E’ in gioco il futuro della democrazia brasiliana.
 Andrea “Chile” Necciai



 
Note:
* da “I dolori di Lula” di Aldo Garzia, rivista “Aprile” – settembre 2005.

domenica 2 ottobre 2005

AlReves: Venezuela


Una nuova ALBA.
Dal Venezuela bolivariano il sogno di un’America Latina unita e solidale. 

 Lo scorso aprile Fidel Castro e Hugo Chavez hanno siglato uno storico accordo di cooperazione economica e sociale tra Cuba e Venezuela. E’ il primo passo dell’Alba, o “Alternativa Bolivariana per le Americhe”, aperta anche agli altri paesi dell’America Centrale e Meridionale, che dovrebbe portare tra breve alla creazione di un nuovo asse politico-economico in grado di contrastare i piani dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) e le velleità imperialiste nordamericane sul continente. Si tratta - secondo le dichiarazioni del suo ideatore, il presidente venezuelano Chavez - di un processo di progressiva integrazione atto a sviluppare “lo stato sociale, nell’interesse non delle élite, ma della gente”.
Finora in America Latina i regimi di commercio proposti - e imposti - dagli Usa hanno potenziato enormemente le lobbies di potere, e non sono risultati altro che saccheggi neoliberali di paesi come l’Argentina e il Messico (tanto per citare due tra le vittime più in vista), hanno avuto effetti devastanti sulle economie agricole ed hanno immiserito ancor più i lavoratori e le popolazioni indigene. Da qui il bisogno impellente di sviluppare un progetto economico-sociale alternativo al sistema neoliberista, nella convinzione che “solo un’integrazione basata sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla volontà comune di avanzare tutti di comune accordo verso livelli di sviluppo più elevati può soddisfare le necessità e i desideri dei paesi latinoamericani e caraibici e, allo stesso tempo, preservare la loro indipendenza, sovranità e identità”.*
A pochi mesi dalla sua genesi, il primo esperimento di “Alba” comincia a dare i suoi frutti. Il Venezuela, in cambio dell’export di petrolio e di materiali da costruzione verso Cuba, sta attualmente beneficiando del lavoro di 20.000 dottori cubani, i quali hanno aperto cliniche mediche nei barrios e nelle comunità rurali che non hanno mai goduto dei servizi medici, mentre i programmi di alfabetizzazione “hanno insegnato a 1,1 milioni di venezuelani a leggere e a scrivere solo durante l’ultimo anno”. Il tutto è stato finora realizzato con grande fluidità, senza passare attraverso l’intermediazione dei sistemi bancari internazionali e tralasciando gli interessi delle grandi compagnie.
Ma l’isola caraibica non è l’unico partner affidabile per il Venezuela bolivariano. L’iniziativa di Chavez si sta facendo largo anche nel Cono Sud, coinvolgendo i principali governi della regione nella costruzione di solidi legami di cooperazione, a cominciare dall’Argentina “che già paga per gli 8 milioni di barili di greggio venezuelani importati, ma non in contanti o in valuta - che non possiede - bensì con i bovini, di cui abbonda”.
Nell’immediato, le prossime tappe dell’Alba prevedono la ratifica di 26 accordi di collaborazione tra Brasile e Venezuela, e la fondazione di Petrosur, un’alleanza petrolifera che porterà presto alla riduzione dal 30% al 50% del prezzo per i paesi consumatori, percentuali che sotto il sistema attuale vanno alle compagnie petrolifere, cioè agli intermediari speculatori capitalisti.
Nel settore delle telecomunicazioni la novità si chiama invece Telesur: la prima televisione satellitare interamente latinoamericana costituita da un consorzio di emittenti pubbliche di Venezuela, Argentina, Uruguay, Cuba e - prossimamente - Brasile. Secondo i programmi dei suoi fondatori - tra questi lo stesso Hugo Chavez -, la neonata tv sarà in grado di fornire al pubblico notizie globali dal punto di vista dell’America Latina e dei suoi interessi, offrendo così un’alternativa valida al duopolio CNN-BBC che domina attualmente l’etere continentale.
Di fronte alla sfida “bolivariana” lanciata da Chavez, gli Stati Uniti stanno tentando di contrastare la nuova tappa dell’integrazione sudamericana con ogni mezzo, contrapponendo all’Alba una serie di trattati di libero commercio (TLC) con i paesi dell’area più “docili” nei loro confronti. In quest’ottica di ostruzionismo va vista anche la recente visita di Donald Rumsfeld in Perù e Paraguay, per quanto sia stata giudicata poco fruttuosa dagli Usa e inconcludente per tutti.
Comunque sia, la partita a scacchi tra Chavez e Bush rimane tuttora aperta, e non è da escludere che gli Stati Uniti possano ricorrere ancora una volta a metodi molto più spicci della semplice azione diplomatica per dissuadere i governi pro Alba a rivedere le loro posizioni rispetto alle proposte di Caracas. Ovviamente, le maggiori minacce di rappresaglia (anche militare) incombono proprio sul Venezuela bolivariano, che la Casa Bianca ha sempre stigmatizzato come la principale fonte di destabilizzazione, insieme a Cuba, dell’intero continente latinoamericano.  Non si deve dimenticare che nel 2002 Washington, insieme alla Spagna di Aznar, non esitò a riconoscere come legittimo il governo golpista di Pedro Carmona Estanga che per breve tempo spodestò Chavez senza però riuscire a consolidarsi per l’ostilità di Argentina e Brasile (e dello stesso popolo venezuelano), permettendo infine all’ex-ufficiale dei paracadutisti di riprendersi il suo posto nel Palazzo di Miraflores.
Dopo quel precedente e considerando l’attuale livello critico delle relazioni Usa-Venezuela, sono in molti ora a scommettere che la “lunga mano” della Cia non tarderà nuovamente a comparire come un deus ex machina per risolvere, una volta per tutte, la grana di Hugo Chavez e della sua “ALBA”.

Andrea “Chile” Necciai        



“La politica è l’arte di rendere possibile domani quel che sembra impossibile oggi”.
(Hugo Chavez)



Note: * Dalla Dichiarazione Congiunta di Cuba e Venezuela sull’applicazione dell’ALBA, L’Avana 14/12/2004.