venerdì 28 febbraio 2014

Bauman: Siamo noi i “Grandi Piccoli Fratelli”

L’era della sorveglianza
di Stefano Rodotà (Repubblica, 22 febbraio 2014
)

Dal 1949, quando comparve 1984 di George Orwell, per molto tempo sulle nostre società si è allungata l’ombra dell’utopia negativa del Grande Fratello. Con il passare degli anni, e con la continua crescita delle possibilità di raccogliere dati personali grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, era divenuto via via più pressante l’invito a rivolgere lo sguardo piuttosto al moltiplicarsi dei Piccoli Fratelli, che penetravano nelle società rendendo concreta una sorveglianza diffusa sulle persone. Molti di questi Piccoli Fratelli sono poi cresciuti, hanno assunto le sembianze di Google o di Facebook, fino a quando il Datagate ha rivelato l’esistenza di un soggetto, l’americana National Security Agency, dove potevano essere riconosciuti i tratti di un vero Grande Fratello planetario.

Abbandonando questo schema, Zygmunt Bauman e David Lyon dialogano mettendo in evidenza una più profonda trasformazione della società, ormai posseduta integralmente dalle logiche della sorveglianza, non più imputabile a questo o quel soggetto, ma divenuta un suo dato strutturale (Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, traduzione di M. Cupellaro, Laterza). Non siamo di fonte a una variazione nella letteratura sulla morte della privacy, ma a una riflessione sulla sorveglianza «liquida, perché è cruciale cogliere i modi in cui essa si infiltra nella linfa vitale della contemporaneità» fino a distruggerla, facendo regredire la persona alla condizione di puro oggetto sul quale si esercitano poteri fondati, in definitiva, sull’imperativo della sicurezza e sulle pretese del mercato.

L’oggetto della riflessione, allora, divengono la effettiva distribuzione e il concreto esercizio del potere, facendo emergere l’inadeguatezza della politica, l’impotenza degli Stati nazionali e, drammaticamente, anche una sorta di impossibilità individuale e collettiva di opporsi a questo processo. L’orizzonte è quello della ricerca di Bauman sulla modernità liquida che, tuttavia, non diviene uno schema costrittivo, perché David Lyon, con le sue domande, sollecita anche un confronto con molte delle posizioni emerse nella discussione contemporanea sulla sorveglianza, con una ricchezza di riferimenti che qui possono essere colti solo in parte. Ma i veri interlocutori finiscono con l’essere altri - Jeremy Bentham, con la sua teorizzazione del Panopticon; Michel Foucault, per l’indagine sul dispositivo della sicurezza; e l’assai più lontano Etienne de la Boétie, l’autore del Discorso sulla servitù volontaria.

Tutti i processi di trasformazione della persona, infatti, vengono descritti non tanto come l’effetto di una costante imposizione esterna, ma come il risultato di processi che costruiscono le condizioni propizie perché ciascuno accetti le servitù che gli vengono imposte, se non vuole essere vittima dei processi di esclusione che innervano la società della sorveglianza. Siamo così di fronte ad una nuova antropologia, nella trasformazione delle persone in “hyperlinkumani”, in entità bisognose di cogliere ogni occasione di visibilità, mettendo in rete qualsiasi informazione personale, contribuendo così alla “profilazione fai da te”. L’insistenza sull’assoggettamento volontario, tuttavia, non fa dare il giusto rilievo al parallelo processo di espropriazione dell’autonomia delle persone, consegnate agli algoritmi e alle tecniche probabilistiche che costruiscono una identità ad esse ignota, che ipoteca il loro futuro.

La sorveglianza si manifesta così come un dispositivo di esclusione, che rende non più utilizzabile lo schema del Panopticon, la costruzione circolare che consente ai carcerieri di vedere i detenuti senza esser visti e che, con le sue mura, è il simbolo della modernità “solida”. Al suo posto vengono insediati un Banopticon, le raccolte di dati in base alle quali si costruiscono i profili dei soggetti da escludere; e un Synopticon, che coinvolge ogni persona nei processi di sorveglianza. Poiché all’origine di tutto è l’ininterrotta raccolta di ogni informazioni, non è un caso che il libro si apra enfatizzando il ruolo dei droni, le macchine volanti sempre più miniaturizzate, capaci di giungere in ogni luogo e di impadronirsi dei dati in una condizione di quasi invisibilità, emblema estremo della liquidità.

Una nuova società è di fronte a noi, riconducibile alla “passione moderna per la costruzione di un ordine”, che portò ai campi di concentramento di nazismo e fascismo, dei quali i processi di selezione sociale della società della sorveglianza si presentano come la prosecuzione, sia pure in forme più blande ehigh tech. E in uno schema così compatto ed estremo non riescono ad aprire brecce le domande con le quali Lyon cerca di indurre Bauman a una considerazione più articolata della rivoluzione tecnologica, con una amputazione dell’analisi che rischia di rendere più debole la ricostruzione complessiva, che non a caso trascura tutti i contributi che cercano di segnalare le possibilità di intervenire attivamente per contrastare la logica della sorveglianza.

Si torna così al tema del potere, che “evapora” nella spazio dei flussi planetari dell’informazione, e della politica ricacciata nei luoghi fisici degli Stati nazionali. Una politica per ciò impotente, se non recupera la dimensione globale, anche per far sì che la ricostruzione negativa possa divenire una di quelle distopie che si autosmentiscono. Vero è che, perché questo accada, è indispensabile uno “slancio d’azione” (qui Bauman cita Gramsci) che compare come speranza nelle battute finali del dialogo, indicando la strada di “un’etica della cura” che recuperi integralmente la considerazione “dell’Altro” e induca a fissare il limite nel rispetto della dignità della persona. Tutto questo, però, viene collocato piuttosto in un recupero della trascendenza più che nella fiducia dell’azione individuale e collettiva. Ma siamo davvero sicuri che non sia più possibile continuare a seguire anche questa strada?




mercoledì 19 febbraio 2014

Argentina, per la prima volta alla sbarra i giudici della dittatura

Sono 40 gli imputati, fra cui cinque ex giudici federali, per la prima volta in tribunale di fronte a una corte che li giudicherà per i crimini perpetrati durante la dittatura che represse l’Argentina fra il 1976 e il 1983. Accusati di aver partecipato al “terrorismo di Stato”, gli ex magistrati Gabriel Guzzo, Rolando Carrizo, Guillermo Petra e Luis Miret dovranno rispondere per aver avallato e facilitato la strategia di persecuzione politica condotta dalle forze armate, evitando di indagare su centinaia di denunce di arresti arbitrari e scomparse forzate.argentinaotilioromano

Insieme a loro sarà processato anche l’ex giudice Otilio Romano, estradato nel 2012 dal Cile, dove era fuggito una volta raggiunto dalla notizia del suo rinvio a giudizio per complicità in 130 casi di abusi. Sul banco degli imputati ci saranno anche ex militari, ex poliziotti ed ex agenti penitenziari. Il processo affronterà fra l’altro i crimini commessi nel Centro de Operaciones D2, dove diverse donne hanno denunciato di aver subito gravi violazioni. È previsto che saranno chiamati a deporre in totale 660 testimoni.

Nel frattempo, l’Unidad de Información Financiera (Uif) ha annunciato l’avvio di un’inchiesta sulla “rotta del denaro” intrapresa da una dozzina di aziende fondate da ex militari accusati di crimini di lesa umanità sempre durante l’ultima dittatura. Secondo fonti dell’Uif, la ‘task force’ dell’ex Scuola di Meccanica della Marina (Esma), il più grande centro di detenzione clandestina della dittatura, oggi Museo della Memoria, si appropriò dei beni dei prigionieri e per poterli riciclare creò società apposite.


Lara B. Vargas - Atlasweb.it


Aggiornamento F-35

Dai dati F-35 unica certezza:
ha senso solo la cancellazione del programma


Nuovo report della campagna “Taglia le ali alle armi”: il programma Joint Stike Fighter sta sfuggendo al controllo e continua a costare troppo. Già spesi dall’Italia oltre 720 milioni di euro per acquistare i primi velivoli, i cui costo medio sarà di 135 milioni di euro.

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Presentato a Roma il rapporto “Caccia F-35 la verità oltre l’opacità” della campagna “Taglia le ali alle armi”, nuovo contributo all’approfondimento sui cacciabombardieri della mobilitazione che dal 2009 dice NO a questa inutile spesa militare.

In presenza di opacità e carenze informative è ancora una volta il lavoro delle reti della Pace e del Disarmo a mettere a disposizione di politica ed opinione pubblica uno sguardo realistico sul programma militare più costoso della storia.

Il programma di acquisto degli F35 ha molteplici risvolti, non è “solo” una questione che riguarda i pacifisti: sono in gioco il modello di Difesa del nostro Paese e le sue politiche di spesa militare, ma più in generale l’impostazione strategica che guida le scelte economico-finanziarie del Governo e  l'impiego delle risorse pubbliche in una fase di crisi economica e sociale drammatica che sta colpendo gran parte dei cittadini italiani.

Governare significa scegliere. Anche e soprattutto in tempi di forte crisi come questi. Gli oltre 14 miliardi per l’acquisto e lo sviluppo dei cacciabombardieri (e più di 52 per l’intera gestione del programma) potrebbero essere spesi molto meglio.

Ciascuna componente acquistata di un F-35 sottrae le risorse necessarie per affrontare le vere priorità del paese, quelle con le quali i giovani, gli studenti, i disoccupati, i lavoratori in cassa integrazione, gli abitanti di territori abbandonati all’incuria si confrontano ogni giorno: mancanza di occupazione, disagio abitativo, servizi sociali insufficienti, territori a rischio idrogeologico.

Di seguito i principali elementi messi in luce nel Rapporto:

· Il costo complessivo del programma per l’Italia (se confermati 90 caccia) è in minima ascesa ad oltre 14 miliardi di euro. Ciò dipende dalla crescita dei costi unitari (e aumenterà ancora soprattutto considerando che gli USA stanno pensando ad un taglio nelle acquisizioni); si vocifera di riduzioni nell’acquisto anche nel nostro Paese e ciò comporterà rialzi sui costi unitari.

· La proiezione di costo totale “a piena vita” del progetto rimane su una stima di oltre 52 miliardi di euro 

· Per la prima volta vengono elencati in dettaglio tutti i contratti sottoscritti dall’Italia con gli Stati Uniti, e si dimostra come siano già stati spesi 721 milioni di euro nelle fasi di acquisto (oltre ai 2,7 miliardi per sviluppo e FACO)

· Sono 126 i milioni di euro già spesi per i primi tre caccia (quelli del Lotto VI in prospettiva meno utilizzabili), sforando qualsiasi precedente stima del Ministero della Difesa. Secondo la nostra campagna la stima attuale media (conservativa) per aereo è di 135 milioni di euro complessivi

· Le problematiche tecniche e di gestione che continuano a rimbalzare dagli Usa ci parlano di un programma in difficoltà, e per questo pericoloso anche per i partner internazionali, anche se Pentagono e Lockheed Martin minimizzano e continuano nel loro percorso. Tutto ciò però deve essere elemento da considerare attentamente da parte del nostro Parlamento, se vuole essere serio a riguardo di questa spesa pubblica

· Nel corso del 2013 il Governo italiano ha proseguito l’acquisto dei caccia non attenendosi alle indicazioni delle mozioni di metà anno votate alla Camera e al Senato. Ciò è avvenuto non solo comprando definitivamente 3 + 3 aerei dei Lotti VI e VII con una giustificazione risibile (“si erano già sottoscritti contratti per inizio acquisto”, ma tali tipi di accordi non erano assolutamente vincolanti) ma anche facendo partire repentinamente anche il nuovo procurement del Lotti VIII e IX appena qualche giorno dopo l’ultimo voto in Senato

· I dati relativi al ritorno industriale, estrapolati da diverse fonti e confermati anche da Lockheed Martin, confermano ad oggi un rientro per le aziende del nostro paese di circa il 19% in confronto all’investimento pubblico (meno di 700 milioni di euro sui 3,4 miliardi già spesi dal Governo italiano)

· Le aggiornate stime di costo permettono di continuare il confronto tra la spesa per i caccia ed altri utilizzi, più sensati, dei fondi pubblici. In particolare con lo stanziamento medio annuale previsto per i prossimi tre anni di 650 milioni di euro si potrebbero creare 26000 posti di lavoro qualificati, o mettere in sicurezza circa 600 scuole all’anno oppure non tagliare ma aggiungere risorse in più al Servizio Sanitario Nazionale rafforzando anche i servizi di medicina territoriale H24

Inoltre ad un confronto diretto (sempre opportuno) un F35A (il cui costo complessivo è attualmente stimabile in 135 milioni di euro) è pari alla spesa necessaria per:

· la retribuzione di 5400 ricercatori per un anno;

· la messa in sicurezza di 135 scuole (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica);

· l'acquisto di 21 treni per pendolari con 12.600 posti a sedere; 

· la garanzia di 33.750 borse di studio di 4000 euro per gli studenti universitari;

· la partecipazione di 20.500 ragazzi al Servizio Civile Nazionale;

· la costruzione di 405 nuovi asili capaci di accogliere 12,150 bambini e creare 3645 nuovi posti di lavoro;

· l'accoglienza dignitosa di 10.567 richiedenti asilo per un anno.

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TEL 06 8841880
www.sbilanciamoci.org

venerdì 7 febbraio 2014

Honduras: intervista a Berta Caceres


“Oggi è un crimine difendere i diritti umani”.
Intervista alla dirigente indigena honduregna Bertha Cáceres
di Orsetta Bellani, Arivista (4 February 2014)

L’Honduras è il paese più violento del mondo, l’impunità copre l’80% dei delitti e il suo territorio è completamente militarizzato. I movimenti sociali sono vittima di repressione e persecuzione giudiziaria, come nel caso di Bertha Cáceres, coordinatrice del Copinh (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras). Il Copinh è una delle maggiori organizzazioni del paese centroamericano e lotta in difesa dei diritti del popolo indigeno lenca. A causa dell’opposizione alla costruzione dell’idroelettrica Agua Zarca, nella comunità di Río Blanco (Dipartimento di Intibucá), Bertha Cáceres e altri due integranti del Copinh, Tomás Gómez e Aureliano Molina, sono stati accusati di gravi delitti. Abbiamo incontrato Bertha Cáceres alla vigilia delle elezioni del 24 novembre, vinte dal nazionalista Juan Orlando Hernández, proclamato presidente malgrado le numerose accuse di brogli elettorali.

Bertha, di cosa ti accusa la Procura? Come sta andando il processo giudiziario?
La persecuzione giudiziaria è solo un’espressione di tutta la persecuzione politica contro il Copinh ed è una strategia definita a livello presidenziale. Siamo coscienti che con la nostra lotta, che è pacifica però energica, ci confrontiamo con poteri grandi e influenti. Una delle accuse che mi vengono rivolte è possesso illegale di armi e la Procura mi ha offerto di patteggiare: inizialmente mi è stato proposto di chiedere perdono allo stato e indennizzarlo, cosa che certamente non farò, visto che non ho commesso nessun delitto. Poi, vista la pressione esercitata dalla mia difesa, dai movimenti sociali, da Amnesty Internacional e dalle migliaia di espressioni di solidarietà che in tutto il mondo hanno denunciato quest’ingiustizia, il tribunale mi ha proposto di chiudere il processo se, in cambio, avessi pagato tutte le spese sostenute dallo stato. Ho rifiutato anche questa proposta.
Per l’altro processo, in cui l’impresa ci accusa di danni continuati e usurpazione, la prossima udienza è stata fissata per l’11 febbraio.

Il processo è stato avviato a causa dell’opposizione del Copinh al progetto idroelettrico Agua Zarca, nella comunità di Río Blanco. Perché questa lotta è tanto importante per lo stato honduregno?
Anni fa le comunità di Río Blanco che fanno parte del Copinh hanno iniziato una lotta per il territorio e per la difesa del fiume Gualcarque, che è un corso d’acqua considerato sacro dal popolo indigeno lenca. Siamo riusciti a cacciare Sinohydro/Desa, che è la più grande impresa mondiale nella costruzione di centrali idroelettriche, e a dedicarci ad un esercizio di autonomia e controllo territoriale. L’impresa ha ottenuto la concessione illegalmente nel 2010 e grazie ai suoi legami con i militari ha esercitato molta pressione sulle comunità della zona, non solo minacciando ma anche corrompendo le autorità e cercando di manipolare la popolazione. Questo indica che le transnazionali non hanno bisogno di intermediari politici, ma reprimono direttamente le comunità. Dove esiste l’intenzione di costruire progetti minerari o idroelettrici ci sono piani di militarizzazione. La lotta di Río Blanco è un cattivo esempio per il grande capitale, perché ha dimostrato che è possibile fermare un progetto di dominazione e di privatizzazione, dimostra che è possibile cacciare una trasnazionale.

La persecuzione giudiziaria che lo stato sta portando avanti nei tuoi confronti sembra inserirsi in un clima di criminalizzazione della protesta sociale che sta vivendo il paese.
Lo stato ha costruito strutture repressive che sono finanziate da vari organismi, come la Banca Interamericana di Sviluppo nel quadro Piano di Sicurezza Regionale per il Centroamerica. Oggi è un crimine difendere i diritti umani. Il Congresso e l’oligarchia hanno impulsato la creazione della Polizia Militare di Ordine Pubblico, che sta operando come una struttura paramilitare contro i movimenti sociali. Non funzionano solo gli apparati di polizia e di intelligence, ma anche agenti infiltrati e agenzie di sicurezza private, che non sono altro che un altro esercito che protegge gli interessi dei grandi impresari. Lavorano insieme a polizia ed esercito e raddoppiano il numero dei loro effettivi. Nella settimana elettorale è stata incrementata la presenza di militari e poliziotti nelle strade, non è un clima che aiuta lo svolgimento di elezioni democratiche.

Alle elezioni presidenziali di domani la candidata per il partito Libertad y Refundación (Libre) è Xiomara Castro, moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, deposto nel 2009 con un colpo di stato. Ha proposto una “via honduregna” al socialismo e vorrebbe rompere il bipartitismo che dura da cent’anni. Qual è la sua opinione su Castro?
Il popolo honduregno è assetato di cambiamenti profondi, nel periodo successivo al colpo di stato abbiamo vissuto un processo di presa di coscienza e formazione, soprattutto nelle strade, dove abbiamo imparato più che in qualsiasi altro posto. Credo che sarebbe positivo se Libre vincesse le elezioni, è necessario che un altro partito si installi nel governo honduregno, non porterebbe cambiamenti profondi ma sarebbe un governo differente a quello della destra fascista che ha governato finora.

Intervista pubblicata su Arivista nel febbraio 2014.

martedì 21 gennaio 2014

SE LA CHIESA RISPONDE

di Raniero La Valle
(da “Rocca” n.3 del 2014)

Era stato mons. Lorenzo Baldisseri, di fresco nominato segretario del Sinodo dei vescovi, a rompere gli indugi e gli autismi curiali e a dire urbi et orbi che tutti potevano liberamente mandare testi di riflessioni e suggerimenti al Sinodo straordinario sulla famiglia, anche senza passare attraverso il canale canonico dei vescovi. Ora quel monsignore è stato fatto cardinale, segno che non ha preso una cantonata, che il papa è d’accordo con lui e che a dare la parola alla Chiesa non si è redarguiti ma si è promossi.
Del resto c’è una coerenza: che senso avrebbe l’insistenza di papa Francesco sulle periferie, se il rapporto della Chiesa con le periferie fosse un rapporto discendente, paternalistico, di una Chiesa che scende dalle pedane e dai pulpiti per andare a ispezionare le periferie, e non invece un rapporto per cui la Chiesa riconosce tutta se stessa come periferia, e ascolta, e perciò dà la parola, alle periferie?

Il riconoscimento delle Comunità di base
Negli stessi giorni in cui le periferie erano chiamate a dire la loro sulla pastorale (ma anche sulla teologia) delle famiglie, il papa mandava un messaggio alle Comunità di base del Brasile riunite per il loro XIII incontro interecclesiale nello Stato del Cearà, richiamando la legittimazione data a tali Comunità dall’assemblea episcopale di Aparecida e riproponendo loro il dovere della evangelizzazione; e siccome questo è il “dovere di tutta la Chiesa e di tutto il popolo di Dio”, per il papa ciò equivaleva a dire che le Comunità di base, a differenza di ciò che si è ritenuto altrove, sono parte integrante e legittima della Chiesa.
Dunque questa è una Chiesa in movimento, cui la riforma in corso del papato sta dando nuova vita; farà pure degli errori, ma questo è il prezzo di ogni riforma, tanto che il papa ha detto ai giovani in Brasile di fare confusione, chiasso, “casino”, e nella “Evangelii Gaudium” ha scritto di preferire “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per le chiusure e le comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”.
Così incoraggiate, molte Comunità di base, associazioni ecclesiale, scuole di ricerca, aggregazioni spontanee hanno preso carta e penna e hanno scritto a Roma per rispondere a tutte o ad alcune delle 38 domande di cui consisteva il questionario messo in rete dalla segreteria del Sinodo. Molte risposte sono state severe, perché hanno criticato le domande stesse, che spesso della domanda avevano solo la veste retorica, ed in realtà erano tradizionalissimi enunciati sul matrimonio e la famiglia. Altre risposte sono state costruttive; ma in ogni caso della natura e della quantità dei documenti venuti direttamente dalla base si potrà sapere solo in seguito, quando qualcuno ne farà la ricognizione.

Molto cammino ancora da fare
Quello che invece si può rilevare fin da ora è che la Chiesa italiana, nelle sue strutture diocesane, ha accusato una difficoltà nel dare riscontro all’iniziativa del Sinodo. Non sembra che essa si sia messa in movimento, che abbia sollecitato interventi, veicolato proposte, si sia fatta eco di sofferenze e preghiere dei fedeli; si sconta ora il fatto che da cinquant’anni ormai, uscita in stato confusionale dal Concilio, la Chiesa italiana abbia imposto il silenzio ai fedeli e si sia fatta silenzio essa stessa, fino ai livelli di vertice della conferenza episcopale, priva com’è stata di ogni altra parola che non fosse quella del suo presidente.
Così la Chiesa italiana è giunta a questo appuntamento in stato di torpore, non si è fatta scuotere dalla novità di un organismo sinodale che prima di impartire direttive e insegnamenti chiedeva informazioni, pareri e proposte; essa non sembra essere uscita, almeno questa volta, dalle “abitudini – come dice il papa – in cui ci sentiamo tranquilli”.
Ma è solo la Chiesa italiana? Vedremo. Quello che intanto già si può dire è che la difficoltà a rispondere alla sollecitazione romana di una consultazione estesa a tutto il popolo di Dio, rivela un problema che non è solo di qualche comparto ecclesiale, ma è di tutta la Chiesa. Essa non è pronta a questo passo. Non è pronta a pensarsi veramente come popolo di Dio, né del resto le era necessario finché il Concilio, che ne aveva posto le premesse teologiche, era rimasto inattuato nelle sue conseguenze istituzionali e pastorali. Di fatto era rimasta vigente nella Chiesa romana la teologia del laicato, inteso come un esercito di riserva della gerarchia, anche se ormai in disarmo e pressoché inutilizzabile, come avevano dimostrato i velleitari tentativi politici alla “Todi 1” e “Todi 2”; era rimasta l’idea che l’unico vero apostolato fosse quello dei vescovi, a cui laici selezionati erano cooptati a collaborare; era rimasta l’idea dei “duo genera christianorum”, giustapposti così che il ministero dei fedeli e quello dei chierici “differiscano essenzialmente e non solo di grado”; era rimasta l’idea che l’unica successione dall’evento fondatore della Chiesa fosse la successione apostolica e non anche la successione nella fede dell’universalità dei discepoli e del mondo più prossimo a Gesù; né erano state tratte tutte le conseguenze dall’aver identificato la Chiesa con la nuova figura o immagine di “popolo di Dio”, che è una figura antropologica ulteriore e dirompente rispetto alla figura biblica di popolo di Dio riservata al popolo d’Israele. E la prima conseguenza di questo mutamento di paradigma rispetto alle immagini bibliche più tradizionali come quelle di gregge, di ovile, di tempio, di edificio di Dio, è quella per cui essere un popolo significa avere la parola, e godere dei diritti innati – ossia di origine divina – alla libertà e all’eguaglianza nel pluralismo di una comunità universale.

Che significa essere “popolo di Dio”
Non può essere infatti senza conseguenze che, nell’intento di rappresentare la fede e la Chiesa nel linguaggio e nelle forme del pensiero moderno “nel modo che la nostra età esige”, secondo quello che era il compito del Concilio, esso abbia privilegiato l’immagine del popolo di Dio rispetto a quella, finora dominante, del gregge. E’ chiaro che nel linguaggio dell’allegoria, che è uno dei sensi dell’interpretazione delle Scritture, le caratteristiche a cui allude l’immagine del popolo sono ben diverse da quelle cui allude l’immagine del gregge (che ha fiuto, ma non ha la parola, non ha l’autodeterminazione, non ha la libertà). Ed è molto interessante che nella Costituzione dogmatica del Concilio, il passaggio dall’idea del gregge all’idea del popolo è collegata al passaggio da una certa struttura di Chiesa, fondata sull’autorità di un solo capo, a un’altra struttura di Chiesa fondata sull’autorità del collegio apostolico (s’intende, con il suo capo); dice infatti la Lumen Gentium, al n. 22: “Questo collegio (degli apostoli), in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa l’unità del gregge di Cristo”; dunque la diversità e universalità nel popolo e nella Chiesa sono legate alla sinodalità e collegialità, l’unità e uniformità del gregge sono legate al ruolo preminente di Pietro: e le due cose devono stare insieme.
Sta qui allora il valore dell’operazione avviata con il questionario diffuso per il Sinodo. La Chiesa collegiale, col suo capo, domanda, il popolo, nella sua varietà e universalità, risponde. E non è affatto detto che allargandosi l’interlocuzione non ci siano da aspettarsi delle sorprese. Ci sono delle risposte che hanno cambiato il mondo. A cominciare dalle risposte che si trovano nei vangeli. E’ quando Gesù chiede: “chi dice la gente che io sia?” che viene la professione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo”. E’ quando Gesù chiede ai discepoli di Emmaus che cosa era successo a Gerusalemme, che viene svelato il senso delle Scritture che avevano parlato del messia. È quando Gesù chiede a Marta se crede nella resurrezione, che Marta risponde: “Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”. È quando Gesù chiede a Tommaso di mettere la mano nelle sue piaghe, che Tommaso risponde: “Mio Signore e mio Dio”; è quando i farisei chiedono al cieco nato di proclamare che Gesù era un peccatore, perché guariva di sabato, che il cieco risponde con una delle più belle professioni di fede che ci sono nei vangeli: “se sia un peccatore non lo so, quello che so è che prima non ci vedevo ed ora ci vedo”. Ed è quando la donna torna in città per raccontare l’incontro con Gesù al pozzo di Giacobbe, che i samaritani andati a loro volta da lui le rispondono: “non è più per la tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”.
Dunque c’è un ministero della risposta, del rispondere, nella Chiesa, che non è dei letterati, dei sapienti, dei chierici, dei consacrati, ma è dei discepoli, dei semplici testimoni, della gente comune. Nei vangeli, prima che nella predicazione degli apostoli, lo svelamento di Gesù come Signore, come Messia, come figlio di Dio, sta nelle risposte dei discepoli, delle donne, dei mendicanti, degli stranieri.
Ma questo ministero della risposta non si può esercitare se non c’è chi interroghi. Se nessuno chiede niente, non c’è nessuno che risponda. E la Chiesa allora resta muta, è la Chiesa del silenzio.
Per molto tempo nella Chiesa, e per lo meno fino al Concilio, ai discepoli, ai fedeli, nessuno ha chiesto niente; è stata chiesta obbedienza, è stato chiesto di ascoltare, è stato chiesto di partecipare ai sacramenti, alle novene, ai catechismi e di dare l’8 per mille. Ma nessuno finora aveva chiesto che cosa pensano di Dio, del Cristo, dell’uomo, della Chiesa, dell’amore, del matrimonio, nessuno aveva chiesto come pensassero di poter rispondere oggi della speranza che è in loro.
Perciò è una così grande novità che ora queste domande siano state poste. E se la Chiesa non è ancora pronta, l’importante è cominciare; l’importante è far crescere questo ministero del chiedere e del rispondere, perché maturi un nuovo modo di essere Chiesa, e anche un nuovo modo di essere mondo, perché finché si domanda e si risponde c’è dialogo, c’è comunicazione, c’è insegnamento e c’è apprendimento, ci può essere comunione, non c’è il fragore della guerra e il silenzio dei cimiteri.