mercoledì 10 ottobre 2012

Il cattivo esempio di Hugo Chávez

Visto il particolare contesto informativo di monopolio del punto di vista critico dei processi politici latinoamericani e di quello venezuelano in particolare, prego specialmente di far circolare e condividere questo mio articolo  (Gennaro Carotenuto)

L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Pilar Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Pilar, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Pilar Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.

Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia ma si è confermato presidente del Venezuela. Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton.
È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave. In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove.
C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.
Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico.
Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare. Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!
Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica.
Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%. Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.

Cuba, anche il rum fa geopolitica


Il 14 maggio 2012 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha negato alla Cubaexport il rinnovo del marchio Havana Club nel registro dell'USPTO (Ufficio dei Marchi e Brevetti degli Stati Uniti). Il veto deriva dalla Sessione 211 della Legge Omnibus, approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1998 e che si va a collocare nel corollario delle normative atte a mantenere un feroce embargo nei confronti dell'Isola Grande (attivo dal 1962).
Tale atto rappresenta una vittoria per la comunità anticastrista di Miami e ancor più per la multinazionale Bacardi che, in tal modo, ha l'opportunità di sottrarre un importante mercato al rum cubano. La difesa dell'Havana Club verte sul diritto alla Protezione della Proprietà Industriale e sull'internazionalità del marchio che nasce dalla sinergia tra la Cuba Ron ed il gruppo francese Pornad Ricard. Inoltre, la commercializzazione del prodotto interessa 120 Paesi portando il marchio al terzo posto dei rum più venduti al mondo.
La gravità dell'ostruzionismo di Washington ha spinto María de los Ángeles Sánchez (direttrice dell'Ufficio Cubano della Proprietà Industriale) a dichiararsi pronta a rivedere (negativamente) dei rinnovi delle protezioni ai marchi statunitensi nell'Isola - nello specifico si parla di circa 6000 marchi e circa 800 brevetti. Dal punto di vista governativo, il 27 giugno 2012, Cuba ha esposto la propria denuncia contro gli Stati Uniti presso l'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). Ad esporre la questione è stata la consigliera Nancy Madrigal che ha affermato: «La negazione della licenza costituisce un atto conseguente all'ingiusta applicazione della Sessione 211 della Legge Omnibus di Assegnazione del 1998». Inoltre la consigliera, sottolineando che dietro tale ingiustizia si cela la comunità di Miami, ha esposto la seguente denuncia:«Questi [gli anticastristi] ricevono ingenti contributi finanziari dalla compagnia Bacardi, in cambio del mantenimento intatto della normativa che offre copertura giuridica per usurpare il marchio e il mercato di questo rum genuinamente cubano». Tale denuncia alla OMC è stata appoggiata dalle sovranità di Angola, Argentina, Bolivia, Brasile, Cina, Ecuador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Venezuela e Vietnam.
Infine va evidenziata la contromossa dell'azienda franco-cubana che sta optando per la reintroduzione del prodotto sul mercato nordamericano mediante un nuovo marchio (Havanista). Tale strategia comporta l'elaborazione e l'imbottigliamento del prodotto nelle Antille così da raggirare la Legge Omnibus.
In definitiva si evince l'ostinazione di Washington nel perseguire un embargo ultra trentennale che appare, superficialmente, una mera "ripicca" del passato - Cuba e la Rivoluzione hanno privato gli Stati Uniti dell'ennesima stella sulla propria bandiera e di un'importante base strategica nel mare caraibico. Con un'analisi più approfondita, tuttavia, si palesa l'interesse politico di ogni legislatura statunitense a preservare un embargo garante del favoritismo elettorale (sempre più influente) della Florida.
 
William Bavone
Clarissa.it, 22 Settembre 2012

lunedì 8 ottobre 2012

Lo sviluppo ha fallito, cambiamo

Di seguito, ampi stralci di un articolo pubblicato su l’Unità il 13 settembre 2012. A questi temi, è anche dedicato il libro «La via» di Edgar Morin, pensatore transdisciplinare tra i più indisciplinati del mondo; se ne parla anche in questo articolo: «Fermenti creativi nella società». M.Ceruti

La nostra crisi è una crisi di civiltà, dei suoi valori e delle sue credenze. Ma è soprattutto una transizione fra un mondo antico e un mondo nuovo. Le vecchie visioni della politica, dell’economia, della società ci hanno resi ciechi, e oggi dobbiamo costruire nuove visioni. Ogni riforma politica, economica e sociale è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma di pensiero, da una rinascita spirituale.
La riuscita materiale della nostra civiltà è stata formidabile, ma ha anche prodotto un drammatico insuccesso morale, nuove povertà, il degrado di antiche solidarietà, il dilagare degli egocentrismi, malesseri psichici diffusi e indefiniti. Oggi si impone una vigorosa reazione atta a ricercare nuove convivialità, a ricreare uno spirito di solidarietà (…). Le visioni della politica e dell’economia si sono basate sull’idea, che risale al settecento e all’ottocento, del progresso come legge ineluttabile della Storia. Questa idea è fallita. Soprattutto, è fallita l’idea che il progresso segua automaticamente la locomotiva tecno-economica. È fallita l’idea che il progresso sia assimilabile alla crescita, in una concezione puramente quantitativa delle realtà umane. Negli ultimi decenni la storia non va verso il progresso garantito, ma verso una straordinaria incertezza. Così oggi il progresso ci appare non come un fatto inevitabile, ma come una sfida e una conquista, come un prodotto delle nostre scelte, della nostra volontà e della nostra consapevolezza.
Altrettanto discutibile è la nozione tradizionale di sviluppo, definita in una prospettiva unilateralmente tecno-economica, ritenuta quantitativamente misurabile con gli indicatori di crescita e di reddito. Ha assunto come modello universale la condizione dei Paesi detti appunto «sviluppati», in particolare occidentali, alla quale si dovrebbero ispirare tutti gli altri Paesi del mondo (detti perciò «sotto-sviluppati» o «in via di sviluppo»). Così si è arrivati a credere che lo stato attuale delle società occidentali costituisca lo sbocco e la finalità della storia umana stessa, trascurando i tanti problemi drammatici, le tante miserie, i tanti sotto-sviluppi, non solo materiali, provocati dal perseguimento degli obiettivi di una crescita tecno-economica fine a se stessa. Ma le soluzioni che volevamo proporre agli altri sono diventate problemi per noi stessi.
L’iperspecializzazione disciplinare ha frammentato il tessuto complesso dei fenomeni e ha modellato una scienza economica che non riesce a concepire e a comprendere tutto ciò che non è calcolabile e quantificabile: passioni, emozioni, gioie, infelicità, credenze, miserie, paure, speranze, che sono il corpo stesso dell’esperienza e dell’esistenza umana. (…) Uno dei tratti più nocivi di questi ultimi decenni è l’esasperazione della competitività, che conduce le imprese a sostituire i lavoratori con le macchine e, ove questo non accada, ad aumentare i vincoli sulla loro attività lavorativa. Allo sfruttamento economico, contro il quale hanno sempre lottato i sindacati, oggi si aggiunge un’ulteriore alienazione in nome della produttività e dell’efficienza. Abbiamo urgente bisogno di una politica di umanizzazione di quella che è ormai un’economia disumanizzata.
Se si vogliono seriamente realizzare gli obiettivi di «sostenibilità» e di «umanizzazione», non basta spianare la via con qualche levigatura: bisogna cambiare via. La necessità di cambiare via, naturalmente, non ci impone di ripartire da zero. Anzi, ci spinge a integrare tutti gli aspetti positivi che sono stati acquisiti nel nostro difficile cammino, anche e soprattutto nei Paesi occidentali, a cui dobbiamo i diritti umani, le autonomie individuali, la cultura umanistica, la democrazia. E tuttavia la necessità di cambiare via diventa sempre più urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all’infinito viene messo drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e mondiale, dai pericoli prodotti di certo sviluppo tecnico e scientifico, dagli eccessi della civiltà dei consumi che rendono infelici gli individui e la collettività. Certamente, la crescita deve essere misurata in termini diversi da quelli puramente quantitativi del Pil, mettendo in gioco gli indicatori dello sviluppo umano. Ma la cosa più importante è superare la stessa alternativa crescita/decrescita, che è del tutto sterile. Si deve promuovere la crescita dell’economia verde, dell’economia sociale e solidale. Un imperativo ineludibile dei prossimi decenni è l’accelerazione della transizione dal dominio quasi assoluto delle energie fossili a un sempre maggiore sviluppo delle energie rinnovabili. Anche questa transizione impone di cambiare via, paradigma: dall’attuale paradigma imperniato su un sostanziale monismo energetico (le fonti di energia fossile) a un paradigma imperniato su un pluralismo energetico, nella cui prospettiva si deve sostenere simultaneamente la crescita di molteplici fonti rinnovabili di energia (solare, eolico, biogas, idroelettrico, geotermico…)… In questo senso, la realizzazione di un pluralismo energetico è indissociabile dalla realizzazione di una democrazia energetica (…). Nello stesso tempo si deve sostenere la decrescita dei prodotti inutili dagli effetti illusori tanto decantati dalla pubblicità, la decrescita dei prodotti che generano rifiuti ingombranti e non riciclabili, la decrescita dei prodotti di corta durata e a obsolescenza programmata. Si deve promuovere la crescita di un’economia basata sulla filiera corta, e promuovere la decrescita delle predazioni di tutti quegli intermediari che impongono prezzi bassi ai produttori e prezzi alti ai consumatori. E per imboccare una via nuova bisogna concepire una nuova politica economica che possa contrastare l’onnipotenza della finanza speculativa (…)
Nello stesso tempo, si rivela sterile anche l’alternativa globalizzazione/deglobalizzazione. Dobbiamo globalizzare e deglobalizzare in uno stesso tempo. Dobbiamo valorizzare tutti gli aspetti della globalizzazione che producono cooperazioni, scambi fecondi, intreccio di culture, presa di coscienza di un destino comune. Ma dobbiamo anche salvare le specificità territoriali, salvaguardare le loro conoscenze e i loro prodotti, rivitalizzare i legami fra agricoltura e cultura. Questo andrebbe di pari passo con una nuova politica nei confronti delle aree rurali, volta a contrastare l’agricoltura e l’allevamento iperindustrializzati, ormai divenuti nocivi per i suoli, per le acque, per gli stessi consumatori, e a favorire invece l’agricoltura biologica basata su stretti legami con il territorio. (…)
Sappiamo che le grandi mutazioni sono invisibili e logicamente impossibili prima della loro attuazione; sappiamo anche che esse compaiono quando i mezzi dei quali un sistema dispone sono divenuti incapaci di risolvere i suoi problemi all’interno del sistema stesso. Così siamo inclini a sperare che, pur ancora improbabile e inconcepibile, la metamorfosi non sia impossibile.

giovedì 4 ottobre 2012

Padre Pierre Dubois, RIP

Migliaia di persone lunedì 1 ottobre 2012 hanno partecipato all'addio a padre Pierre Dubois con un percorso durato ore dalla poblacion "La Victoria" alla Cattedrale di Santiago del Cile.
Pierre Dubois, morto di setticemia venerdì nella sua amata La Victoria dove aveva voluto tornare all'aggravarsi del Parkinson del quale soffriva da anni, era un simbolo della difesa dei diritti umani durante la dittatura militare, sempre a fianco dei più poveri e dei più deboli.
Nato in Francia nel 1931, era arrivato in Cile nel 1963 portando non solo le parole della fede ma il progetto di un riscatto umano, dedicandosi a "La Victoria", uno dei quartieri più socialmente disagiati della città. Dal 1983 lui e il suo amico padre André Jarlán offrirono la loro opera di generosità e solidarietà a quel popolo oppresso e ferito. Padre Dubois interveniva durante le proteste, tra i gas lacrimogeni, gli idranti, i manganelli, cercando di impedire atti di violenza della polizia e lanci di pietre da parte dei lavoratori. Durante una di queste proteste fu arrestato e duramente picchiato. Il 4 settembre 1984 dovette assistere alla morte di André Jarlan, rimasto ucciso in una sparatoria della polizia mentre, stanco dopo aver accudito alcuni abitanti della poblacion feriti, leggeva la Bibbia. La notizia dell'assassinio di Jarlan si diffuse in tutto il mondo rendendo popolare la lotta degli abitanti della poblacion e l'azione del loro parroco, a cui giunsero anche aiuti in denaro che servirono a comprare il latte per i bambini poveri. Due anni dopo, con l'attentato fallito contro Pinochet, la repressione si acuì e padre Dubois fu espulso. Tornò in Cile nel 1990: la dittatura era finita ma i problemi sociali dello sfruttamento, della povertà, dell'oppressione erano rimasti, insieme a molte illusioni spezzate.
Padre Dubois insegnava la resistenza, la presa di coscienza, la solidarietà, l'unione, il non transigere sui diritti umani. Nel 2000 una votazione del Senato gli negò la cittadinanza onoraria del Cile, con la motivazione che la sua figura "non costituiva motivo di unità" nel paese. Gli fu concessa però l'anno seguente. In occasione della sua morte è stato chiesto, invano, il lutto nazionale. Ma il popolo gli ha tributato comunque un omaggio indimenticabile e commovente. Era un lottatore, protettore della gente semplice a cui non proponeva la salvezza individuale in un altro mondo, ma la salvezza collettiva attraverso la trasformazione della società.

Le foto mentre con calma e fermezza presidia la sua poblacion durante la commemorazione per la morte di Jarlan, fecero il giro del mondo nel 1984, e meritano di essere richiamate alla memoria oggi.
 
Diana Di Francesca

sabato 29 settembre 2012

Azzerate le emissioni CO2 di SantaMoniGAS

Pochi lo sanno, ma un sito internet produce in media 3,6 kg di anidride carbonica ogni anno (abbastanza preoccupante se moltiplicato per la miriade di siti web che esistono!), ma, al contempo, un albero può assorbire nello stesso lasso di tempo fino a 5Kg di Co2...  L'iniziativa ambientalista lanciata da DoveConviene.it si propone di azzerare le emissioni Co2 dei blog piantando un albero in zone boschive a rischio desertificazione; ad ogni singola adesione viene piantato un albero la cui produzione di ossigeno andrà a compensare le emissioni di Co2 emesse dalle proprie pagine web.

Maggiori informazioni su SantaMoniGAS