giovedì 13 settembre 2012

Lettera aperta ai consiglieri comunali di Torino

TORINO TOGLIERÀ L'ACQUA AI PIACENTINI?
Dopo l'ondata di SI ai referendum sull'acqua del 2011, le Aziende idriche e le istituzioni non si sono ancora adeguate alla volontà popolare.
Solo la Provincia di Imperia ha modificato le proprie tariffe nel rispetto della legge.
A questa situazione il movimento per l'acqua ha reagito proponendo in tutta Italia la campagna di Obbedienza Civile per ottenere il rispetto del voto referendario. Sono ormai diverse migliaia i cittadini che oggi pagano al proprio gestore idrico solo l'importo dovuto, decurtato della quota di remunerazione del capitale abrogata dal referendum.
Le reazioni dei gestori non sono mancate, i rimpalli di responsabilità tra i vari livelli istituzionali nemmeno.
A Piacenza IREN ha deciso di mostrare i muscoli recapitando ai Cittadini Obbedienti una lettera che minaccia lo stacco della fornitura, trattando da evasori quei cittadini consapevoli che chiedono il rispetto della democrazia e della volontà popolare garantita dalla Costituzione.
Il Comitato per l'Acqua Pubblica di Torino non può non porsi il problema di quale sarà il ruolo della nostra città se IREN dalle parole dovesse arrivare ai fatti. Torino che è uno dei maggiori azionisti di IREN, concorderà con la linea dura? I poteri di indirizzo e controllo del consiglio comunale di Torino nei confronti di IREN sono talmente labili che dovremo scordarci qualunque politica sociale attuabile tramite i servizi pubblici locali?
Come Comitato Acqua Pubblica abbiamo sempre visto in maniera critica le fusioni societarie che hanno portato alla costituzione di IREN, sia perché le ritenevamo operazioni puramente finanziarie che nulla avrebbero portato alla collettività, sia perché temevamo si traducessero in una perdita della capacità di indirizzo e controllo da parte dei comuni. Dire oggi “l'avevamo detto” è davvero una magra consolazione.
Chiediamo ai nostri Consiglieri comunali di prendere una netta posizione contraria ai metodi di IREN nei confronti degli utenti piacentini e di dare mandato ai rappresentati del Comune di Torino nel Consiglio di Amministrazione IREN di far cessare tali metodi immediatamente.
Torino, 13 settembre 2012

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Comitato Acqua Pubblica Torino
Via Mantova 34 – 10153 Torino
www.acquapubblicatorino.org – Tel. 388 8597492

mercoledì 5 settembre 2012

Dichiariamo illegale la povertà !


don Luigi CIOTTI, Gruppo Abele, Libera
Riccardo PETRELLA, Università del Bene Comune
Antonietta POTENTE, suora domenicana, Bolivia
Bruno AMOROSO, economista
Antonello MANGANO, fondatore di terrelibere.org

Robin COUTURE, presidente di "Per un Quebec senza Povertà"

Con:
Casa della Solidarietà-Rete Radié Resch di Quarrata (Pistoia), Libera,
Università del Bene Comune e Ass. Monastero del Bene Comune (Verona-Sezano)
in occasione della
19a Marcia per la Giustizia Agliana - Quarrata (Sabato 8 settembre 2012) lanciano l'iniziativa nazionale
"Dichiariamo illegale la Povertà"
 
  Poveri non si nasce, lo si diventa. La povertà é un “prodotto “ della società. Piuttosto che di poveri bisogna parlare di impoveriti. Negli anni ’50-’80 i paesi scandinavi sono riusciti a creare delle società senza poveri, perché lo hanno voluto e perché hanno creduto nell’uguaglianza tra tutti i cittadini rispetto al diritto ad una vita umana dignitosa. Negli Stati Uniti, invece, il numero di impoveriti non ha cessato di crescere (oggi supera i 50 milioni su 300) perché si tratta di una società fondata sulla disparità “naturale” tra i cittadini anche rispetto ai diritti umani e sociali formalmente riconosciuti.
"Dichiariamo illegale la povertà” significa batterci per mettere fuori legge le cause strutturali che generano ed alimentano i processi d’impoverimento di interi popoli, gruppi e categorie sociali.
Fra le cause strutturali ci sono:

·
le disposizioni legislative, come leggi o misure amministrative (nel campo del lavoro, relative alla fiscalità ed alle tasse, riguardo l’accesso ai servizi pubblici di base....)

·
istituzioni locali, nazionali, internazionali, come gli istituti bancari specializzati nelle operazioni finanziarie speculative....

·
le pratiche sociali collettive, come quella di pensare che “i poveri” rischiano di essere potenziali criminali più degli altri

Concretamente significa che in 5-6 paesi pilota del mondo cercheremo nei prossimi cinque anni di mettere fuori legge una o due leggi, una o due istituzioni, una o due pratiche sociali collettive che sono all’orgine dell’impoverimento, perché produttrici di processi di arricchimento ingiusto, ineguale e predatorio.


L’Italia é il primo paese dove prenderà avvio l'iniziativa nel 2013.
Il lancio avrà luogo l’8 settembre 2012 in occasione della 20^ Marcia per la giustizia Agliana-Quarrata promossa annualmente dalla Rete Radié Resh, Libera ai quali quest'anno aderiscono anche Università del Bene Comune (Milano - Bruxelles) e Ass. Monastero del Bene Comune (Verona-Sezano). 
L’obiettivo di “dichiariamo illegale la povertà” é di ottenere nel 2018 a 70 anni dalla “Dichiarazione Universale di Diritti dell’Uomo”, l’adozione di una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermi la legittimità della messa fuori legge dei fattori che sono all’origine di una ricchezza ineguale, ingiusta e predatoria e quindi dei processi di impoverimento e di creazione dei poveri. 
Le sole battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono! Non si puo’ accettare che oggi ci siano 3 miliardi di impoveriti ed accontentarci di “avere la fortuna”, come si dice, di..... non essere fra loro.
Per i promotori dell'iniziativa "dichiariamo illegale la povertà" vedi il sito: www.monasterodelbenecomune.org

lunedì 3 settembre 2012

Carlo Maria Martini, in memoria


L'uomo del dialogo

martini e1346429782844 In memoria di Carlo Maria Martini, uomo del dialogo
Difficile, se non impossibile in poche righe, dar conto della lunga, grande e significativa attività come uomo di studio e di cultura (apparteneva all’Ordine dei Gesuiti), uomo di fede e pastore, uomo di dialogo ed ascolto rispettoso, come il cardinale Martini. Mi limiterò, perciò, a tratteggiare per sommi capi quella che, a mio parere, può considerarsi il grande lascito e la formidabile lezione del cardinale: solidità e inquietudine della fede cristiana, caratteristiche che, se apparentemente autoescludentisi, in realtà si tengono insieme in un misterioso abbraccio.
Al di là delle strumentalizzazioni di cui è stato oggetto, il cardinale Martini era un uomo di fede ed era ben saldo in essa. Era un uomo innamorato di Cristo, della Parola “che si è fatta carne” (Gv 1, 14). Il suo amore viscerale per Gerusalemme e per quella terra dimostra la il suo desiderio di andare alla fonte edalla sorgente della fede cristiana, oltre le accomodanti apparenze contemporanee che possono svilirne la radicalità e l’originalità del messaggio. Lo studio delle Scritture e la sua esperienza di provato esegeta, trasmettono il ritratto non di uno sterile e asettico studioso ma, al contrario, di chi ha gli strumenti atti ad interpellare l’origine e nello stesso tempo l’umiltà e la maturità di lasciarsi da essa interrogare, per poi poter ulteriormente attingere ad essa, instaurando così una sorta di circolo ermeneutico virtuoso tra antichità “sempre nuova” ed attualità, tra fondamento e sviluppo, tra tempio e mondo.
A ben rifletterci, infatti, la vita del cardinale Martini si è svolta sulla direttrice spazio – temporale, per dirla in termini kantiani, Gerusalemme – Milano, nello sforzo e nel tentativo di mettere continuamente in dialogo la città delle fede cristiana e delle altre fedi con la metropoli industriale del secolo, il capoluogo religioso con quello consumistico, la capitale interreligiosa con quella multiculturale. E’ l’immagine di una fede, quella del cardinale Martini, che non rinnega le proprie origini ed il proprio depositum ma, al contrario, invece che rinchiuderlo in una teca inavvicinabile ed intransigente, lo approfondisce esegeticamente e lo presenta all’uomo contemporaneo per comunicargli la Vita e da questi lasciarsi interrogare. E’ l’immagine di una fede che parla (forse anche nel deserto), che affronta le sfide, i problemi e le angosce dell’uomo del secondo millennio (Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi….sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo- Concilio Vaticano II, GAUDIUM et SPES, 1) e che, se così non fosse, resterebbe priva di senso e si ridurrebbe a  un semplice cimelio culturale e simbolico dell’epoca che fu. E’ la fede che interpella e si lascia interpellare da chiunque, dall’uomo credente come da qualsiasi non credente, non per risolversi in un relativismo etico-religioso ma, al contrario, in una crescita reciproca della coscienza di sé.
Per questo motivo, famosa e sorprendente in tutti i sensi risultò l’istituzione quando era Arcivescovo di Milano della Cattedra dei non credenti che le sue stesse parole ci illustrano: Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti ed inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. E’ importante l’appropriazione di questo dialogo interiore, poiché permette a ciascuno di crescere nella coscienza di sé….Mi sembra opportuno che i credenti erigano simbolicamente dentro di loro una cattedra dove il non credente possa avere parola ed essere ascoltato; ed è altrettanto opportuno e utile che chi non crede possa dare voce ed ascolto al credente (C.M. MARTINI, Le ragioni del credere, Collana I Meridiani, Mondadori, Milano 2011, pagg. 917-918).

Vito Chiariello
(da Diritto di Critica)

venerdì 24 agosto 2012

Risorse in rosso

GOD al 22 agosto :: [SantaMoniGAS]

Il Global Overshoot Day è arrivato il 22 agosto:
i beni naturali del pianeta Terra per il 2012 sono finiti. Le risorse che l'uomo avrebbe dovuto consumare in 365 giorni le ha esaurite in appena 234...

domenica 19 agosto 2012

Lo spazio della laicità

 E' possibile appoggiare quale candidato repubblicano alla vice-presidenza USA il cattolico Paul Ryan, la cui linea politica contrasta in maniera radicale la dottrina sociale della Chiesa cattolica?di Michele Sorice

Da qualche settimana si riparla con insistenza della possibile formazione di un partito di cattolici (o cattolico?) all'interno di un "contenitore" moderato (centrista?). Alcuni ipotizzano addirittura un contenitore cattolico al cui interno possano inserirsi altre esperienze moderate. Ipotesi, suggestioni, a volte semplicemente frasi estrapolate da interviste. Sicuramente, però, la questione è all'ordine del giorno: ne ha parlato più volte, anche in interviste, il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, ricevendo persino l'avallo intellettuale del filosofo "cattolico-liberale" Dario Antiseri. Non sono molto interessato alle discussioni sulla "cosa cattolica", a dire il vero.

Innazitutto perché si tratta, per lo più, di voci e ipotesi che mutano di giorno in giorno. In secondo luogo perché penso che le Chiese non siano partiti e l'appartenenza a esse non potrà mai tradursi in una scelta univoca (sebbene possa e debba tradursi in scelte per valori che pongano al centro la persona umana e la sua libertà). Infine perché riproporre il partito (unico?) dei cattolici costringe proprio questi ultimi a essere privati della laicità della politica (ma anche della libertà della testimonianza evangelica). La questione della laicità continua a essere un tema importante in Italia e, a dire il vero, per i credenti lo è anche di più.

La laicità, infatti, "non è un contenuto ideologico, una serie di valori contrapposti a quelli religiosi, ma è uno «spazio» in cui tutti i diritti siano assicurati a tutti, «in condizioni di libertà e uguaglianza». In democrazia l'uguaglianza è la parità di diritti dei diversi, credenti di ogni orientamento e non credenti, sullo stesso piano. Laicità sono le forme (giuridiche in primo luogo) che sanciscono e tutelano questo spazio di libertà paritaria per tutti. Questo spazio è definito «indipendentemente da Dio» per la semplice ragione che a Dio, sulla pubblica piazza, si rifanno diverse e talora opposte concezioni. È stato dunque salutarmente necessario che la definizione dello spazio di libertà non fosse legata a questa o quella interpretazione di Dio e della sua legge. Si sono dovute separare la sfere, e lo Stato moderno è stato concepito non come avverso alla religione, ma semplicemente neutrale. È l'idea contenuta nel primo emendamento della Costituzione americana, che esclude la possibilità che lo Stato faccia leggi che riguardino lo stabilimento di una religione o che ne proibiscano il libero esercizio" (Daniele Garrone, Laicità: uno spazio per tutti, "Riforma", 27 agosto 2010).

Eppure l'importanza delle religioni e delle chiese (o almeno della loro rappresentazione pubblica) nella vita politica appare crescente. Non solo in Italia. Tutti i commentatori, per esempio, analizzano anche alla luce della dimensione religiosa la nomina di Paul Ryan da parte di Mitt Romney come candidato vice-presidente alle elezioni statunitensi del prossimo novembre. La scelta di Romney, in effetti, è interessante: Paul Ryan è fortemente supportato dal Tea Party, propone una ricetta economica di tipo mercatista che mira a destrutturare completamente il welfare, è un ultra-cattolico dichiarato che ha più volte ostentato la sua appartenenza religiosa. Dal punto di vista politico si tratta di una sfida forte al presidente Obama; ma essa è anche una sfida "de facto" alla Chiesa cattolica. Cosa faranno infatti i vescovi USA? Tradizionalmente intervengono molto in questioni etiche ma poco nelle sfide politiche, eppure sono in molti a chiedere che si esprimano. La questione non è di poco conto: è possibile appoggiare il cattolico Paul Ryan, la cui linea politica contrasta in maniera radicale la dottrina sociale della Chiesa cattolica, chiaramente espressa fin dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891)?

Negli USA non c'è un partito confessionale (e nessuno proverebbe mai a farlo) eppure spesso la politica è attraversata da richiami religiosi: non è un caso che tuti i candidati facciano spesso ricorso a metafore religiose o citino versetti della Bibbia, così come non è un caso che il pastore Johnson, nel 2008, arrivò persino a definire "immorale" il voto a Obama. In Italia sono più spesso i politici a usare (strumentalmente?) posizioni e appartenenze religiose per legittimare le proprie posizioni programmatiche. Le scelte di fede possono costituire una grande opportunità per la politica, se esse rappresentano lo stile di servizio con cui uomini e donne scelgono di impegnarsi nella cosa pubblica. Possono diventare però pericolosissime se intercettano populismi beceri e velleità teocratiche: gli esiti dei fondamentalismi religiosi nel corso della storia sono evidenti, una scia di sangue innocente e di degrado culturale.

Le scelte di fede - è indubbio - diventano parte della nostra cultura e costituiscono anche parte delle nostre scelte politiche. L'importante è praticare la politica e vivere la fede nello spazio della laicità.