lunedì 1 novembre 2004

AlReves: Guatemala


Guatemala, un genocidio dimenticato.

La mattina del 27 aprile 1998, nel cortile della casa parrocchiale di San Sebastian (Città del Guatemala), veniva rinvenuto il cadavere di monsignor Juan Gerardi Conedera, vescovo ausiliare della capitale e titolare della diocesi di Quiché.
Appena due giorni prima l’alto prelato aveva presentato ufficialmente alla stampa e al mondo intero il testo del rapporto “Guatemala nunca mas”, nel quale era riuscito a documentare oltre 50.000 casi di gravi violazioni dei diritti umani (compresi centinaia di omicidi, torture, sparizioni e stupri) avvenuti durante la guerra civile, terminata nel 1996 con la firma degli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri dell’URNG.
Dopo un’estenuante ricerca costata tre anni di lavoro la “Commissione per il Recupero della Memoria Storica”, presieduta dallo stesso Gerardi, aveva attribuito alle forze armate guatemalteche circa l’80% dei delitti commessi in quel paese, riesumando dall’oblio della memoria i fantasmi di un passato un po’ frettolosamente rimosso. Con dovizia di testimoni, date, nomi e cognomi dei responsabili “delle atrocità costate la vita a più di 200 mila persone e la fuga o l’esilio a oltre un milione di guatemaltechi”, il rapporto diocesano di 1400 pagine ebbe il merito di far luce su una delle tragedie più sanguinose della storia dell’umanità.
Nel Guatemala degli anni ‘80-‘90 la tortura è la regola: le vittime sono contadini, sindacalisti, uomini politici, studenti, giuristi, giornalisti, religiosi. La strategia antinsurrezionale dell'esercito “porta alla costituzione delle Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC), reclutate tra i contadini (in buona parte forzosamente) con compiti paramilitari e di repressione. Vengono anche fondati i “Poli di Sviluppo” e le “Aldeas Modelo”, nei quali una notevole parte della popolazione contadina viene arbitrariamente concentrata per essere direttamente controllata dalle unità governative.” *
Per contro, la reazione armata della guerriglia marxista a questi abusi cresce d’intensità ma produce come unica conseguenza “un continuo aumento di crimini e violazioni dei diritti umani, nonostante la presenza nel paese di una commissione di controllo delle Nazioni Unite (Minugua).” *
Analogamente al caso di Romero, il vescovo salvadoregno difensore dei diritti del popolo oppresso - ucciso nel 1980 da un cecchino mentre officiava una messa -, la pista delle indagini per risalire agli attentatori di Gerardi porta dritto agli ambienti dell’EMP, il servizio d’informazione dell’esercito guatemalteco.
Per intuire il movente del delitto Gerardi non occorre essere degli Sherlock Holmes. Fin dagli anni più bui della guerra, il vescovo di Quiché si era schierato a fianco delle popolazioni indigene emarginate e massacrate, diventando col tempo un personaggio assai scomodo agli ambienti governativi e padronali guatemaltechi per la sua determinazione nel denunciare la repressione.
Nessuno prima di lui aveva osato sfidare il potere militare, rischiando la vita in più di un’occasione e subendo per due anni la punizione dell’esilio coatto in Costa Rica. Nel 1984 aveva fatto ritorno nel suo paese, e di lì a poco accettò l’incarico affidatogli dalla Conferenza Episcopale come coordinatore dell’Ufficio per i Diritti Umani e rappresentante della Chiesa nella lunga trafila dei negoziati di pace tra governo e guerriglia.
Poi il tragico epilogo, la notte del 26 aprile 1998, quando uno sconosciuto armato di un mattone ha posto fine all’esistenza del principale artefice del processo di recupero della verità storica. Verità tutta, contenuta in quel copioso dossier il cui titolo esprime un severo ammonimento e un impegno ineludibile per il futuro: “nunca mas” - mai più guerre, massacri e sofferenze per il popolo guatemalteco. 

“Guatemala nunca mas”

Il rapporto diocesano si compone di quattro distinte sezioni. Nella prima parte vengono analizzate le testimonianze delle varie forme di violenza perpetrata - in larga misura dall'Esercito - nei confronti delle persone, della famiglia, delle comunità e le forme di resistenza: il terrore come metodo, la violenza contro l'infanzia (la distruzione del seme), la disgregazione e la militarizzazione delle comunità, l'esperienza dei desplazados, la violenza contro la religione e la cultura maya, la violenza sessuale sulle donne individuale e di massa.
Nella seconda parte si prendono in considerazione i meccanismi dell'orrore e la relativa pratica:
la struttura di intelligence, le strategie di controllo, le aldeas modelo e i polos de desarrollo, la militarizzazione della vita quotidiana, l'educazione alla violenza, i massacri, le sparizioni e il reclutamento forzato, la tortura, le carceri clandestine. La terza parte analizza invece il contesto storico-politico con riferimenti appropriati alla nascita e allo sviluppo delle forze controinsurrezionali, nonché alla strategia della guerriglia. Infine la quarta e ultima sezione che, con l’ausilio di tabelle e sintesi, riassume i dati statistici relativi alle vittime del conflitto.

Quale giustizia?
Sotto la presidenza di Alfonso Portillo (2000-2004) - esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco, la forza politica ispiratrice ed artefice della repressione - il processo di giustizia e verità storica è giunto ad un punto di stallo. Le inchieste giudiziarie a carico dei pochi responsabili finora incriminati procedono in modo lento e farraginoso, ostacolate da vari tentativi di insabbiamento e depistaggio da parte di chi, negli ambienti politico-militari, ha tutto l’interesse ad archiviare rapidamente la pratica.
Nello svolgimento dell’istruttoria i giudici designati sono pertanto costretti a muoversi in un campo minato, quando non sono oggetto di minacce o intimidazioni. E’ questo il caso dei procuratori Galindo e Zeissig, titolari dal 1999 dell’inchiesta sull’omicidio Gerardi. I due, pur riuscendo ad ottenere la condanna a 30 anni del generale in pensione Estrada e di altri due ufficiali dell’esercito (sentenza che deve essere ancora confermata - o meno - in secondo grado), sono stati indotti uno dopo l’altro ad abbandonare il caso per le ripetute minacce di morte contro di loro e all’indirizzo dei loro familiari.
Una sorte ben peggiore è invece toccata al sacerdote José Maria Furlan, considerato l’erede morale di Gerardi per il suo impegno nella difesa dei diritti civili, assassinato a colpi d’arma da fuoco nella zona 5 di Città del Guatemala. Negli ultimi mesi della presidenza Portillo, il reverendo “aveva duramente criticato il governo per aver ostacolato il chiarimento delle violazioni dei diritti umani commesse nel passato.” *

(Andrea “Chile” Necciai)

 

Note:
* “La lunga ombra dell’impunità”, di Stefano Guerra.

venerdì 1 ottobre 2004

AlReves: Ecuador


Il tradimento del “Coronel”.

 La “luna di miele” tra il presidente ecuadoriano Lucio Gutiérrez e le comunità indigene amazzoniche può considerarsi definitivamente conclusa. La popolarità che l’ex-colonnello si era conquistato prendendo parte alla rivolta degli indios nel gennaio 2000 è adesso in caduta libera.
Nel novembre 2002, dopo aver sconfitto il suo diretto avversario, l’imprenditore bananiero Alvaro Noboa al secondo turno, Gutiérrez aveva affermato che da quel momento iniziava “la parte più difficile, quella di vincere il terzo turno, cioè di realizzare le aspettative dei settori popolari che lo avevano portato alla presidenza del paese. Con le attuali premesse il terzo turno è iniziato tutto in salita.”*
Come Dottor Jeckill e Mister Hide, El Coronel si è presto rivelato un personaggio ambiguo, capace di trasformarsi, a seconda delle opportunità del momento, da difensore dei diritti degli indios in paladino delle ricette neoliberali e nel “miglior alleato degli Stati Uniti” (come lui stesso ebbe modo di dichiarare pubblicamente). Spingendosi oltre, aveva anche affermato di condividere l’impegno degli Usa contro il narcotraffico e il terrorismo (con riferimento al Plan Colombia e alla guerra in Iraq), facendosi addirittura applaudire dallo staff del presidente Bush quando si è lanciato all’attacco di Cuba sostenendo che "la popolazione dell’isola non deve soffrire le conseguenze della politica di Castro".   
Nell’arco di nemmeno due anni sono state stravolte tutte le promesse sbandierate con successo in campagna elettorale. Promesse - e programmi - che parlavano di buon governo e di lotta alla corruzione, ma soprattutto di politiche sociali in favore delle classi meno agiate (circa l’80% degli ecuadoriani vive ancora in condizioni di povertà).
A ben vedere, questa sorprendente metamorfosi si era rivelata fin dall’inizio del mandato presidenziale. Non ancora compiuti i suoi primi 100 giorni, il governo ecuadoriano aveva già raggiunto un accordo con il FMI che prevedeva “l’aumento dei prezzi dei carburanti e dell’energia elettrica, il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici e l’eliminazione del sussidio al gas domestico”, il tutto condito con nuove privatizzazioni e misure di flessibilità della forza lavoro. D’altronde, il fatto che nei posti chiave dell’amministrazione statale fossero stati nominati due banchieri di taglio ortodosso, non poteva che confermare - fin da principio - la vocazione liberista del nuovo mandatario.
In linea con la politica di “austerità e sacrifici”, la manovra economica detta "pinchazo" (puntura) - messa a punto dal ministro dell’economia Mauricio Pozo e vincolata all’ottenimento di un prestito di 500 milioni di dollari dal FMI - ha provocato il risentimento, e in taluni casi la rivolta, di vasti settori popolari.
L’anno 2003 è stato scandito da una lunga sequela di scioperi e manifestazioni di protesta ad oltranza. Vi hanno aderito persino i vecchi sostenitori di Gutiérrez, gli indios dell’influente Conaie; mentre un altro protagonista della vittoria elettorale del 2002 (nonché alleato di governo), il Movimento Popolare Democratico di ispirazione marxista-leninista, al colmo dell’indignazione si è visto costretto a ritirare i suoi rappresentanti dall’esecutivo in carica, sfiorando una clamorosa crisi di governo.
Come se non bastasse, a complicare il già precario rapporto tra governo e parti sociali c’è la questione relativa all’estrazione del petrolio nell’Amazzonia Ecuadoriana, causa principale della distruzione dell’ecosistema locale e del progressivo impoverimento delle sue popolazioni.
E' dal lontano 1941, quando arrivò la Shell a Pastaza, che le popolazioni indigene della zona si trovano aggredite in nome degli interessi finanziari dalle imprese di turno come Shell, Tri-Petrol, CGC (la compagnia argentina), ma anche dalle italiane AGIP ed ENI. Lo stato ecuadoriano, da parte sua, ha sempre fatto poco per difendere gli interessi dei popoli indigeni, malgrado la Legge Forestale Ecuadoriana proibisca le attività estrattive nei territori degli indios, laddove questi possano vantare i loro titoli di proprietà (come nel caso di Pastaza).
Inoltre, le organizzazioni indigene “continuano con insistenza ad appellarsi all’Accordo Internazionale n°169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), accordo che è peraltro incluso nell'attuale costituzione dell'Ecuador e che prevede l'obbligo di consultare i popoli indigeni, di rispettare i loro interessi, le loro istanze organizzative, di assicurare loro benefici per le attività che si sviluppano nel loro territorio e l'indennizzo per gli impatti ambientali.”** Le leggi tuttavia, se non applicate, continuano a rimanere “lettera morta”.
E così il governo ecuadoriano, all’insegna del continuismo con il recente passato, prosegue imperterrito nella concessione di autorizzazioni alle imprese petrolifere, calpestando esigenze e diritti delle comunità indios amazzoniche.
Mentre la popolarità del presidente sprofonda - secondo i sondaggi - ad un misero 5%, dalla bio-riserva di PashPanShu il leader indigeno Bolívar Santi tuona contro i petrolieri sfruttatori: “voi state rubando più di 38.000 barili di petrolio al giorno e questo succederà per 20 anni nel campo di Villano. Per noi popoli indigeni: fame, malattie, distruzione culturale ed ambientale, senza nessun indennizzo per i danni ambientali. No grazie, signori. Non vi permetteremo di distruggere il nostro paese, continueremo a protestare, trincea dopo trincea.”
Il “Coronel” Gutiérrez è avvisato.
(Chile)


 

Note:
* “I primi passi del Presidente Gutiérrez” e “Ecuador: i primi 100 giorni” di Giona Di Giacomi.
** “Il genocidio del petrolio ha impronte italiane, ma non solo”, Commissione Popoli Indigeni e Direttivo “Arco Iris”.

mercoledì 1 settembre 2004

AiReves: Argentina


Un anno di Kirchner.

 In Argentina l’inverno australe è ormai alle porte. Per l’inquilino della Casa rosada, Nestor Kirchner, si è appena chiuso il giro di boa del primo anno di presidenza. Entrato in carica il 25 maggio 2003 sospinto da una società civile che ancora spera in un improbabile “miracolo economico”, Kirchner non ha indugiato molto nell’affrontare di petto i giganteschi problemi in cui si dibatte la nazione da ben prima della débacle dei governi menemisti. 
Nonostante la delicata situazione del debito estero (uno tra i più alti del continente) esiga l’adozione - quasi inevitabile - di impopolari misure di rigore economico, la nuova amministrazione ha mosso i primi passi verso il risanamento delle finanze aprendo una trattativa serrata con il Fmi e i creditori dei “tango bond”, nel tentativo di dilazionare quantomeno il pagamento dei debiti. E senza rompere il “patto sociale” con i ceti medio-bassi, i più duramente colpiti dal crack finanziario del 2001.
Anche se la macchina produttiva si è già rimessa in moto da un anno segnando un incremento dell’8% del Pil (superiore persino a quello della Cina), è nel lungo periodo che si potranno apprezzare dei risultati tangibili. Per il momento, il pressing delle compagnie transnazionali - che pretendono gli stessi privilegi e “coccole” dei governi mafiosi degli anni 80 e 90 - e degli organismi internazionali di credito, sempre intenti a “battere cassa”, non concede a Kirchner molti spazi di manovra per risalire dalla crisi in tempi ragionevoli.
L’apparato burocratico statale resta pericolosamente inquinato da uno stuolo di funzionari disonesti e corrotti. Costoro hanno continuato nel tempo ad arricchirsi indisturbati approfittando dell’apatia dei precedenti governi (sia radicali che peronisti). In Argentina anche la gente comune si è da tempo resa conto che “il gioco legale e clandestino, il narcotraffico, la prostituzione e una serie di crimini organizzati, dai sequestri di persona alle rapine alle banche, sono in diversa misura nelle mani di dirigenti politici, giudici, poliziotti e delinquenti comuni che si dividono lavoro e profitti”* in condizioni di assoluta impunità.
Lo stesso Kirchner, del resto, per far fronte al degrado della classe politica argentina, in aprile si è visto costretto ad aprire una crisi interna al suo “Partito Giustizialista”, con lo scopo evidente di “avviare un processo di ricambio profondo della maggior parte dei suoi dirigenti” implicati in vario modo in attività malavitose. L'Argentina rimane uno tra i pochi paesi in cui quasi tutti sono disposti a tollerare che “dirigenti sindacali, politici, poliziotti e giudici possiedano beni miliardari e conducano una vita di lusso che né la loro origine familiare e ancor meno il loro salario consentirebbe”.*
Questo variegato esercito di arricchiti, ma pure la destra borghese defraudata dal disastro economico-sociale del 2001 (conseguenza del fallimento delle politiche neo-liberiste di Carlos Menem), vede come il fumo negli occhi le operazioni di “pulizia” di interi settori statali attuate dal governo. Assai determinato a risolvere, una volta per tutte, l’annoso problema del malcostume dilagante.
Tra le nuove misure adottate da Kirchner, due in particolare hanno scatenato le ire di una parte consistente dell’establishment politico-militare argentino: la destituzione di diversi giudici della Corte Suprema, subito rimpiazzati da magistrati competenti ed onesti, e la richiesta di perdono in nome dello Stato alle vittime della dittatura del ’76-’83. Fatto intollerabile per chi - e non sono pochi - ha tratto profitti e vantaggi dalla connivenza con i regimi dispotici dei generali Videla, Massera e Agosti.  
Nonostante la ferma opposizione della destra e di alcuni settori dello Stato, con ogni probabilità l’azione riformatrice di Kirchner non si fermerà qui. Il suo è però un riformismo “dall’alto” che non nasce dalle istanze delle classi popolari e perciò ancora incapace di coinvolgere movimenti come i piqueteros o i cacerolazeros, sorti dalla protesta scaturita “dal basso” come reazione all’impoverimento del decennio liberista degli anni novanta. I movimenti popolari reclamano oggi una maggiore partecipazione ai processi decisionali del paese, ma non sono più disposti a tollerare un ulteriore aggravamento delle condizioni di vita della gente; nemmeno in virtù di un’austera politica di risanamento economico che finirebbe ancora una volta per danneggiare i più deboli.
D'altronde, le cifre ufficiali sul tenore di vita degli argentini parlano chiaro: “il fatto che 8 milioni - quasi il 20% della popolazione - soffrano la fame e che il 51% viva sotto la soglia della povertà non è solo un'oscenità ma anche una bomba politica a tempo.”*
A dispetto di tutto ciò, il bilancio del primo anno del premier può considerarsi, tutto sommato, positivo. Kirchner ha dimostrato - per il momento - di riuscire a tenere testa ai poteri forti dell’economia mondiale e alla controffensiva mossa, su scala nazionale, dalla destra conservatrice argentina. Più di Lula, accerchiato com’è da problemi insormontabili, e assai più di Lucio Gutierrez, il mandatario ecuadoriano, che ha definitivamente tradito la fiducia dei suoi elettori (indios in testa) trasformandosi, contro ogni previsione, in obbediente vassallo di Washington e del Fmi.
(Chile)


 

Note:
* “Argentina: l’anno di Kirchner” di Carlos Gabetta, direttore dell’edizione argentina di “Le Monde Diplomatique”.

giovedì 1 luglio 2004

AlReves: Centroamerica


Il Centroamerica nel mirino delle “tre pi”.

 Nel giugno 2002, al termine di un vertice tra alcuni funzionari della Banca Mondiale e i presidenti delle nazioni centroamericane, il premier messicano Vicente Fox annunciava ufficialmente l’esistenza del Piano Puebla Panama (PPP). Basato su uno stanziamento di circa 12-15 miliardi di dollari, questo progetto ciclopico ha in cantiere la costruzione del cosiddetto “canale asciutto”, comprendente 288 chilometri di nuove autostrade e ferrovie, oleodotti, porti, aeroporti, 25 dighe per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica, e una fitta rete di maquiladoras (le fabbriche subappaltatrici e sfruttatrici di mano d’opera a bassissimo costo).
Secondo la volontà dei suoi artefici (capi di governo interessati e fameliche multinazionali) e delle banche finanziatrici, tutta la zona mesoamericana sarà coinvolta in un immenso cantiere a cielo aperto: dai nove stati che compongono il sud-est messicano fino allo stretto di Panama, passando attraverso i sei paesi dell’America Centrale (Belize, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica). Dunque, un’area geografica sconfinata in cui vivono - o per meglio dire sopravvivono a malapena - 65 milioni di abitanti (28 milioni di messicani e 37 milioni di centroamericani), con un tasso di povertà del 75% frutto di politiche economiche fallimentari che, da quarant’anni a questa parte, “cercano solo di [...] rafforzare l'economia capitalistica senza alcuna considerazione sociale o ecologica”.
E’ utile ricordare che, dopo il progetto di “Alleanza per il progresso” sostenuto dagli Stati Uniti all'inizio degli anni '60, “decine di piani ufficiali hanno cercato di risolvere la piaga del sottosviluppo. Malgrado ciò, il numero di poveri è continuato ad aumentare in questa regione come nel resto dell'America Latina.” *
Il PPP si inserisce a pieno titolo nel contesto dei trattati di libero commercio - tanto cari agli Stati Uniti - e ne diventa, anzi, premessa essenziale per la loro realizzazione, in quanto il flusso mercantile su terra da e verso il canale di Panama (il vero “perno” dell’integrazione del Centroamerica nell’economia globalizzata) necessita di una rete viaria e infrastrutturale molto più efficiente di quella attuale. Ancora una volta, sull’altare del progresso economico saranno sacrificati migliaia di indigeni, le cui comunità dovranno accettare - di buon grado o con la forza - lo sfollamento dalle loro terre d’origine interessate al progetto, oppure diventare carne da macello per le maquiladoras in cambio di salari da fame; “quattromila di queste fabbriche sono già presenti sul territorio messicano (la stragrande maggioranza in prossimità della frontiera con gli Stati Uniti). Ma sono molto presenti anche in America Centrale”. *
In Messico, Rocio Ruiz, sottosegretario per il commercio interno presso il Ministero dell'Economia, conferma cinicamente il motivo per cui queste maquiladoras sono ormai costrette a stabilirsi a Oaxaca, in Chiapas e più in generale nel sud-est: «nel nord si paga un salario due o tre volte più alto; di conseguenza non siamo più competitivi per questo tipo di impresa». E sempre nell’ambito del PPP, allo scopo di rafforzare le garanzie per gli investitori stranieri, peraltro già inserite nel precedente Accordo di Libero Scambio dell’America del Nord (NAFTA), il governo messicano sembra orientato ad introdurre ulteriori incentivi “in termini di esoneri fiscali e di sicurezza”.
Più a sud, oltre il Messico, negli altri Paesi coinvolti nel PPP la situazione non è meno drammatica. Pressoché tutti i governi locali puntano a sedurre gli investitori stranieri - ma soprattutto le compagnie nordamericane -, accelerando i processi di privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, sicurezza sociale, erogazione dell’acqua) e mettendo in atto l’esproprio dei terreni edificabili. Il modello ultraliberista al quale si ispirano - in fatto di sfruttamento umano e dell’ecosistema - presenta evidenti analogie con quello delle “tigri asiatiche”.
Parallelamente all’avanzamento di tali progetti, si moltiplicano però le mobilitazioni e le proteste di sindacati e movimenti della società civile.
Già nel 1984, l'Istituto per l'Ecologia Culturale dei Tropici si era opposto alla costruzione del complesso di dighe sul fiume Usumacinta (al confine tra Messico e Guatemala), riuscendo infine a scongiurarne i pericoli anche grazie ad un appello mondiale: “esprimiamo la nostra profonda preoccupazione sul progetto delle dighe, perché pensiamo costituisca una grave minaccia per la popolazione, per le località archeologiche Maya di valore mondiale, per i boschi tropicali e per la diversità biologica del Guatemala".
In effetti, secondo le stime del Piano Nazionale dal nome altisonante “Messico Terzo Millennio”, le inondazioni della conca dell’Usumacinta coinvolgerebbero ben 72.500 ettari di terre indigene e selva, nella regione di Ocosingo (Chiapas) e Petén (Guatemala), con danni incalcolabili all’ambiante e agli abitanti del luogo. “Oltre all'impatto irreversibile a livello ecologico sul poco che resta delle selve mesoamericane, lo spostamento di abitanti indigeni e quindi il loro impoverimento avverrà nel quadro di una maggiore presenza militare nella regione”. Questo assicurerà che il progetto possa essere concesso a stranieri attraverso il Guatemala, in concreto alla multinazionale spagnola Union Fenosa, padrona della società DEORSA “che possiede il monopolio del servizio di erogazione dell'energia elettrica nel nord del Guatemala, caratterizzato da un cattivo servizio ai clienti, da frequenti interruzioni della fornitura e alti prezzi al consumo”. **
Naturalmente, quello appena citato è solo un minuscolo frammento del megaprogetto allo studio di un esercito di burocrati statali e funzionari di grandi compagnie transnazionali, perennemente a caccia d’affari. Il timore è che, con il PPP, si stia per aprire un nuovo - e orrendo - capitolo dell’era della ricolonizzazione del Nuovo Mondo.
(Chile)


 

Note:
* “Il Piano Puebla Panama, nuova trappola per l’America Latina” di Braulio Moro.
** “Chiapas al dìa”, Bollettino n° 301 del 12/08/2002 (Ciepac, Chiapas – Messico).