mercoledì 6 dicembre 2017

[Salvador] Il martirio della UCA

Il 16 novembre è trascorso il ventottesimo anniversario della mattanza dei sei gesuiti dell’Universidad Centroamericana di El Salvador, uccisi dai militari dell’esercito salvadoregno nel 1989. Quella strage, purtroppo, non solo è rimasta impunita, ma una recente sentenza della Corte costituzionale, emessa poco meno di tre mesi fa, ha umiliato, ancora di più, la memoria dei religiosi e il diritto alla verità e alla giustizia di un intero paese.


Quel 16 novembre, i militari del regime che si era instaurato fin dal 1980 nel paese centroamericano, fecero irruzione all’interno dell’ugeniversità uccidendo cinque sacerdoti spagnoli (Ignacio Ellacuría, Segundo Montes, Armando López, Ignacio Martín Baró e Juan Ramón Moreno), il salvadoregno Joaquín López e due domestiche che lavoravano con i religiosi, Elba Julia Ramos e la figlia Celina. La recente sentenza della Corte, invece, non solo ha fatto orecchie da mercante di fronte all’ordine di cattura emesso nel gennaio 2016 dal giudice spagnolo Eloy Velasco, ma ha addirittura accettato il ricorso formulato dai legali degli alti vertici militari di allora per presunte violazioni della libertà personale. Non solo, quindi, non sarà dato adito all’estradizione dei responsabili della mattanza in Spagna, ma si favorisce e si rafforza quel clima di impunità dilagante in El Salvador nonostante alla guida del paese ci sia il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.
Del resto non c’è da sorprendersi poiché l’allora presidente Alfredo Cristiani, della destrissima Alianza Republicana Nacionalista (Arena), il partito che ha creato gli squadroni della morte ed ha promosso e incoraggiato la tortura verso gli oppositori politici, non ha mai chiesto scusa per l’omicidio dei religiosi. È così che i responsabili della morte dei gesuiti, tra i quali Juan Rafael Bustillo, Rafael Humberto Larios, Juan Orlando Zepeda, Francisco Elena Fuentes, Carlos Mauricio Guzmán, pur essendo dei veri e propri criminali di guerra, paradossalmente possono sostenere che la “democrazia, la legalità, l’etica e la giustizia hanno trionfato”. Arpas El Salvador (Asociación de Radios comunitarios) ha scritto che la magistratura, ancora oggi, è controllata dall’oligarchia e gode della copertura e del sostegno dei principali mezzi di comunicazione del paese, mentre la sinistra, per quanto al governo, non è mai andata aldilà di critiche che poi si concludono finendo con l’accettare l’arroganza dei poteri forti.
Definito come uno dei casi più emblematici del conflitto salvadoregno (il regime militare è stato al potere fino al 1992, ma anche dal ritorno in “democrazia” Arena ha governato fino al 2009), il martirio dei religiosi della Uca ha sempre rappresentato un ingombrante scheletro nell’armadio per le forze che simpatizzavano con la dittatura, tanto che la giustizia ha tutelato in tutte le sedi gli autori materiali e intellettuali della mattanza. Secondo la Commissione per la verità di El Salvador, che nel suo rapporto intitolato “Dalla pazzia alla speranza” ha indagato a fondo sul caso, è emersa la responsabilità dell’ex ministro della Difesa René Emilio Ponce, morto alcuni fa, ma noto per la sua offensiva lanciata, in qualità di colonnello, contro il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, quando la guerriglia sembrava vicina a conquistare la capitale San Salvador. Fu proprio Ponce ad ordinare l’irruzione all’interno della Uca per uccidere Ignacio Ellacuría ed a chiedere deliberatamente ai suoi sottoposti di fare una strage affinché non restassero testimoni. Cristiani, in qualità di presidente del paese, ha sempre coperto i militari coinvolti che, insieme a Ponce, facevano parte dell’Asvem, l’associazione dei veterani militari. Nel 1991 un gruppo di militari che avevano partecipato alla mattanza fu processato, ma nel 1993 giunse una legge di amnistia votata a grande maggioranza dal Parlamento salvadoregno che servì per scagionarli da ogni accusa, mentre nel 2012, per la prima volta, il paese negò l’estradizione dei militari verso la Spagna.
Andreu Oliva, rettore della Uca, ha evidenziato come nel paese vi sia tuttora una politica volta a favorire e a proteggere sistematicamente i militari responsabili delle violazioni dei diritti umani, come accadde anche in occasione del massacro di El Mozote, avvenuto il 10 dicembre 1981, quando il battaglione dell’esercito Atlacatl, lo stesso che uccise i gesuiti, sterminò gli abitanti di questo piccolo villaggio perché, secondo loro, offrivano appoggio e sostegno ai guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.
Oggi, a distanza di ventotto anni, gran parte degli assassini di Ignacio Ellacuría sono ancora a piede libero e conducono tranquillamente la loro esistenza in maniera nemmeno troppo nascosta.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.